Lunedi di Pentecoste esce la prima enciclica di Papa Leone

C’è una data che non è stata scelta per caso. Il 15 maggio 2026, Leone XIV ha firmato la sua prima enciclica. Era il giorno anniversario della Rerum novarum, quella lettera di Leone XIII che nel 1891 osò guardare in faccia la rivoluzione industriale e dire ai potenti dell’epoca: l’uomo non è una merce. Centotrentacinque anni dopo, un altro Leone — americano, figlio di un’altra cultura, eppure formato nella stessa tradizione — ha posato la penna su un testo che porta il titolo più audace che un papa potesse scegliere in questo momento storico: Magnifica humanitas. Magnifica umanità. Non «fragile», non «minacciata», non «da proteggere». Magnifica. È una scommessa teologica e politica insieme.

Ho seguito abbastanza conclavi e abbastanza encicliche da sapere che il titolo non è ornamento: è programma. E questo titolo suona come una risposta — deliberata, quasi polemica — al clima culturale dominante, quello in cui l’uomo viene descritto come un limite da superare, un’imperfezione in attesa di upgrade, un algoritmo biologico destinato a essere soppiantato da versioni migliorate di sé stesso.

La conferenza stampa di presentazione, al Vaticano, ha già nell’elenco degli invitati una nota di straordinaria eloquenza. Accanto al cardinale Victor Fernandez e al cardinale Michael Czerny — i prefetti dei due dicasteri più direttamente coinvolti, la Dottrina della fede e lo Sviluppo umano integrale — siederà Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, l’azienda che ha sviluppato Claude. È la prima volta, che io ricordi, che il creatore di un sistema di intelligenza artificiale viene invitato a presenziare alla presentazione di un documento del magistero pontificio. Il gesto vale più di mille dichiarazioni: la Chiesa non parla dell’ intelligenza artificiale da una cattedra lontana, parla con chi la costruisce. È un dialogo, non un anatema.

E tuttavia — e qui sta tutta la sottigliezza di questo pontificato — il dialogo non significa acquiescenza. Leone XIV, fin dai suoi primi discorsi dopo l’elezione nel maggio 2025, ha fatto capire che riconosce nell’intelligenza artificiale «una nuova rivoluzione industriale», con tutto ciò che quella formula implica: non solo opportunità, ma squilibri, esclusioni, nuove forme di sfruttamento. Lo ha detto davanti al Collegio dei cardinali, lo ha ripetuto a Yaoundé davanti agli studenti africani, invitandoli a non distogliere lo sguardo, a farsi «pionieri di un nuovo umanesimo». È una Chiesa che chiede alle periferie del mondo di non subire passivamente la rivoluzione digitale, ma di entrarvi da protagonista.

Da vaticanista che ha passato anni a osservare come il Vaticano gestisce la sua comunicazione, trovo significativo anche il metodo scelto per costruire questo testo. Leone XIV si sarebbe messo al lavoro nell’estate del 2025, pochi mesi dopo l’elezione, riprendendo il filo di ciò che Francesco aveva avviato — dall’appello di Roma del 2020 alla nota dottrinale Antiqua et nova, dal discorso al G7 in Puglia al messaggio per il Summit di Parigi sull’IA. Non è un cambio di rotta: è una capitalizzazione. La Chiesa raramente butta via il lavoro fatto dai predecessori; lo sedimenta, lo porta a maturazione, lo eleva di grado. Un’esortazione apostolica diventa un decreto. Un decreto diventa una nota dottrinale. Una nota dottrinale diventa, infine, un’enciclica. Il magistero funziona per stratificazione, non per rivoluzioni.

Secondo le fonti vaticane citate dall’agenzia cattolica tedesca KNA, il testo non si limiterà alla questione tecnologica, ma la inscriverà «in una riflessione globale sulle grandi sfide del XXI secolo». Questo mi pare il punto cruciale. Un’enciclica sull’intelligenza artificiale che parlasse solo di intelligenza artificiale sarebbe un documento tecnico. Un’enciclica che usa l’intelligenza artificiale come punto di ingresso per interrogarsi sulla pace, sull’instabilità delle istituzioni internazionali, sull’affanno della governance globale: quello è magistero nel senso pieno.

I predecessori di Leone XIV avevano scelto per la loro prima enciclica i grandi temi assoluti: la fede, l’amore, la redenzione dell’uomo. Lui sceglie «la magnifica umanità» nell’era dell’intelligenza artificiale. C’è chi potrebbe leggere in questo una riduzione di scala, un papa che parla di tecnologia invece di parlare di Dio. Sarebbe una lettura superficiale. Leone XIV sta facendo esattamente quello che fece Leone XIII nel 1891: prendere il più urgente e controverso snodo della storia del suo tempo e chiedergli conto di fronte alla dignità della persona umana. Nel 1891 era il capitale industriale. Nel 2026 è il codice. La domanda è la stessa: a chi serve, e a spese di chi?

Lunedì di Pentecoste, il giorno dello Spirito che soffia dove vuole, la risposta verrà resa pubblica. Ho imparato, in tanti anni di vaticanismo, che i documenti della Chiesa vanno letti con pazienza e riletti nel tempo. Ma questo, già dal titolo, mi sembra uno di quelli destinati a restare.