Ho passato una vita a seguire il Vaticano, e ho imparato a distinguere le dichiarazioni di circostanza dai gesti che lasciano il segno. Quando, nel febbraio del 2020, l’Accademia pontificale per la vita si sedette allo stesso tavolo con Microsoft e IBM per firmare quello che venne chiamato la chiamata di Roma », capii che stava succedendo qualcosa di insolito. Non era la prima volta che la Chiesa cercava un dialogo con il potere tecnologico. Ma era forse la prima volta che lo faceva da una posizione di proposta intellettuale autonoma, portando in dote un concetto — quello di «algoretica», coniato dal padre francescano Paolo Benanti — che non era una reazione difensiva, bensì un’offerta filosofica. Inserire valori umani nel cuore stesso della progettazione algoritmica, prima ancora che i sistemi vengano dispiegati nel mondo: non è un anatema, è un programma.
Da allora, il magistero pontificale sull’intelligenza artificiale ha percorso una strada coerente, più di quanto i commentatori abbiano generalmente riconosciuto.
Papa Francesco fu il primo a tracciare la mappa. Lo fece con la sua consueta preferenza per le periferie: nel messaggio per la Giornata mondiale della pace del 2024, il pensiero andò non agli ingegneri della Silicon Valley ma «ai poveri, ai marginalizzati, a coloro che restano spesso ignorati nei processi decisionali globali». Era un atto di indirizzo etico preciso: la governance dell’IA non è una questione tecnica da affidare agli esperti, ma una questione di giustizia che appartiene a tutti. Pochi mesi dopo, a giugno, Francesco salì al G7 in Puglia — primo pontefice della storia a farlo — e disse ai potenti della Terra che certe forme avanzate di intelligenza artificiale «non sono già più interamente sotto il controllo degli utenti o dei programmatori». Una frase breve, quasi dimessa nel tono, ma devastante nella sostanza: il papa stava dicendo che il problema non è l’uso sbagliato dello strumento, ma che lo strumento sta sfuggendo di mano a chi l’ha creato.
Come mediologo con una formazione anche filosofica e teologica, ho trovato quel momento straordinario. Non per la novità del contenuto — certi filosofi della tecnologia lo dicevano da anni — ma per il peso simbolico del luogo e del soggetto enunciante. Una voce morale universale che, di fronte ai capi di governo delle maggiori economie mondiali, pone il problema del controllo umano sulla macchina: è un atto di magistero nel senso più pieno del termine, che non si rivolge ai fedeli ma all’intera famiglia umana.
Il 2025 fu l’anno in cui la dottrina prese forma compiuta. Tre testi in poche settimane disegnarono una triade concettuale precisa. Il decreto della Commissione pontificia stabilì un principio di trasparenza — ogni contenuto generato da IA deve essere riconoscibile come tale — e uno di insostituibilità del giudizio umano: nei tribunali vaticani, l’IA può fare ricerca, ma la legge la interpretano i giudici. È una distinzione che molti giuristi laici farebbero bene a prendere sul serio.
La nota dottrinale Antiqua et nova, firmata da Francesco, andò ancora più a fondo, affermando che «l’IA non deve essere considerata una forma artificiale di intelligenza». Una presa di posizione filosofica che, tradotta dal linguaggio curiale, suona così: la macchina non è un soggetto, non pensa, non comprende, non porta responsabilità morale. È uno specchio costruito dall’uomo, che riflette ciò che l’uomo vi ha immesso. In un’epoca in cui si discute seriamente se i modelli linguistici abbiano «coscienza», questa affermazione non è peregrina: è necessaria.
Con Leone XIV, eletto nell’aprile del 2025, la continuità è stata esplicita e deliberata. La scelta del nome non lasciava spazio a interpretazioni: Leone XIII scrisse la Rerum novarum in risposta alla rivoluzione industriale. Il nuovo pontefice ha detto chiaramente che l’intelligenza artificiale «costituisce una nuova rivoluzione industriale» e che pone sfide analoghe per la dignità umana, la giustizia, il lavoro. C’è in questo un’intelligenza storica che mi ha colpito: la Chiesa sa che i grandi snodi tecnologici ridisegnano i rapporti di forza, e sa che quando ciò accade i più vulnerabili pagano il prezzo più alto. Lo sa per esperienza secolare.
Il discorso più grave, però, Leone XIV lo ha pronunciato ad aprile 2026 a Yaoundé, davanti agli studenti dell’Università cattolica dell’Africa centrale. Lì ha detto che la sfida dell’IA «non riguarda soltanto l’uso di nuove tecnologie, ma la sostituzione progressiva della realtà con la sua simulazione». È una frase che merita di rimanere. Non è un anatema luddista. È una diagnosi antropologica: il rischio non è che la macchina ci rubi il lavoro, ma che ci rubi il reale. Che imparare a navigare in ambienti artificialmente costruiti finisca per atrofizzare la capacità di stare nella realtà non mediata — nel dolore, nel silenzio, nell’incontro vero.
Lunedì 25 maggio 2026 uscirà Magnifica humanitas, la prima enciclica di Léon XIV. Ho letto le anticipazioni circolate negli ambienti vaticani, e posso dire che il titolo non è ironico: è una scommessa. In un momento in cui il discorso pubblico sull’IA oscilla tra l’entusiasmo dei tecno-ottimisti e il catastrofismo dei profeti di sventura, la Chiesa sceglie di scommettere sulla magnificenza dell’umano — non come dato acquisito, ma come compito.
Tanti anni di vaticanismo mi hanno insegnato che la Santa Sede raramente si affretta. Quando lo fa, c’è una ragione. E la ragione, questa volta, è che la posta in gioco non è una questione di fede, ma di specie.
