Un ministro israeliano che deride prigionieri in ginocchio e ammanettati, trasformando un’operazione di polizia in propaganda elettorale da condividere sui social. Non è solo una storia di diplomatici convocati e dichiarazioni di condanna. È la fotografia di un’epoca in cui il diritto internazionale viene esibito come trofeo o calpestato come ostacolo, a seconda di chi tiene il telefono in mano.
C’è un momento preciso in cui la vicenda della Global Sumud Flotilla smette di essere una questione di ordine pubblico e diventa qualcosa di più grave e più rivelatore. Non è quando le navi vengono fermate in acque internazionali. Non è nemmeno quando i 430 attivisti vengono portati ad Ashdod con le fascette di plastica ai polsi e costretti a inginocchiarsi mentre l’inno israeliano suona a tutto volume. Il momento è quando Itamar Ben-Gvir impugna quei video e li pubblica sui social come se fossero materiale elettorale. Come se l’umiliazione di esseri umani disarmati fosse un argomento di campagna.
È lì che qualcosa si spezza, anche nelle cancellerie che fino a quel momento avevano scelto la discrezione.
La reazione a catena è stata rapida e, per certi versi, inattesa. Giorgia Meloni, che sulla Flotilla aveva tenuto fin qui un profilo bassissimo, si è ritrovata costretta a pretendere scuse pubbliche. Tajani ha convocato l’ambasciatore israeliano annunciando che «la linea rossa è stata superata». Francia e Spagna hanno fatto lo stesso. Persino Netanyahu ha preso le distanze dal suo ministro, intimandogli che quel modo di gestire la vicenda «non è in linea con i valori e le norme di Israele». Sa’ar, il ministro degli Esteri, è stato più diretto ancora: «Non sei il volto di Israele», ha scritto rivolto al collega Ben-Gvir.
È una frattura interna al governo di Tel Aviv di portata inedita. Ma sarebbe ingenuo leggerla soltanto come un tardivo sussulto di dignità istituzionale. Conta la campagna elettorale, che ha spinto Ben-Gvir e la ministra Regev a usare i corpi dei detenuti come scenografia. Conta la fase particolarmente delicata dei rapporti tra Israele e l’Europa. Conta, soprattutto, che stavolta tra i fermati ci fossero cittadini europei con nome e cognome: un giornalista, un parlamentare, decine di attivisti di paesi con voce in capitolo.
Amnesty International ha avuto la lucidità di dire ciò che molti evitano: non si tratta di un problema di «ministri bulli». Si tratta di un problema di governo. I trattamenti degradanti documentati in queste ore — l’inginocchiamento forzato, le fascette, il sottofondo di inno nazionale come colonna sonora dell’umiliazione — sono pratiche che le organizzazioni per i diritti umani documentano da anni nei confronti dei prigionieri palestinesi. Quello che è cambiato non è la pratica. È chi la subisce.
Questo è il punto scomodo che nessuna nota diplomatica nomina esplicitamente: il diritto internazionale non può essere selettivo, non può applicarsi a geometria variabile a seconda della nazionalità dei detenuti o dell’eco mediatica che la loro detenzione è in grado di generare. Se le immagini di Ashdod sono «inaccettabili» — e lo sono — non lo sono perché in quel porto c’erano italiani e francesi. Lo sono perché raffigurano persone trattate come nemici da umiliare pubblicamente, senza processo, senza accusa formale, senza che nessuno abbia ancora spiegato con precisione quale norma del diritto internazionale consenta di sequestrare navi in acque non territoriali e deportarne i passeggeri.
L’indignazione è necessaria. Ma rischia di esaurirsi nella convocazione degli ambasciatori se non produce conseguenze concrete e coerenti. La vera domanda che l’Europa dovrebbe porsi non è come rispondere a Ben-Gvir. È se è disposta a fare dello stato di diritto un criterio effettivo di relazione diplomatica, e non soltanto uno slogan da evocare quando le telecamere sono accese e i fermati hanno il passaporto giusto.
Quando l’umiliazione di prigionieri diventa contenuto social, il problema non è più il ministro che filma. È il sistema che glielo ha permesso.
