Nel dibattito sul suicidio assistito si continua a parlare di leggi e di libertà di scelta, ma si sorvola su una premessa ineludibile: in Italia milioni di persone affrontano la malattia inguaribile senza un’adeguata presa in carico del dolore. Prima di legiferare sulla morte, occorre garantire il diritto a una vita accompagnata fino in fondo.

C’è una domanda che torna, silenziosa, ogni volta che il Parlamento riapre il fascicolo del fine vita: quante di quelle richieste di morte anticipata nascono davvero da una scelta libera, e quante invece da un dolore abbandonato a se stesso?

La risposta, per chi lavora ogni giorno nell’accompagnamento dei malati terminali, è scomoda ma necessaria. Una ricerca del sociologo Asher Colombo, dell’Università di Bologna, pubblicata su Population and Development Review, offre un dato difficile da ignorare: quando il dolore globale — fisico, psicologico, spirituale — viene adeguatamente trattato, la richiesta di eutanasia crolla fino a diventare dieci volte inferiore rispetto ai casi in cui quella sofferenza resta irrisolta. Non è ideologia. È epidemiologia.

Eppure il nostro Paese sconta ancora un ritardo strutturale. Il consumo di morfina in Italia è la metà rispetto ai Paesi del Nord Europa. Le cure palliative, teoricamente garantite dalla legge 38 del 2010 come Livello Essenziale di Assistenza, vengono erogate in modo profondamente disomogeneo: capillari in alcune province del Nord, quasi assenti in larghe fasce del Mezzogiorno. Una geografia della sofferenza che trasforma un diritto formale in un privilegio geografico.

Il paradosso è evidente: si discute di ampliare la possibilità di scegliere la propria morte mentre non si è ancora capaci di garantire a tutti la possibilità di vivere — e di morire — senza dolore inutile, senza solitudine, senza la sensazione di essere diventati un peso. In queste condizioni, la scelta non è mai davvero libera. È una resa.

Le cure palliative non sono la risposta consolatoria di chi vuole aggirare il problema. Sono medicina della complessità: prendono in carico la persona intera, sostengono i familiari, costruiscono attorno al malato una rete di prossimità professionale e umana. Assistere, nel senso etimologico del termine latino ad sistere, significa stare accanto — non prolungare la vita a ogni costo, non abbandonare, ma accompagnare con competenza e rispetto.

Il presidente Mattarella ha ricordato di recente che le disomogeneità territoriali nell’accesso alle prestazioni sanitarie producono disparità non più accettabili. Vale anche e soprattutto per questo ambito. Perché la qualità del morire non può dipendere dal codice postale.

Il dibattito sul fine vita ha senso solo se si affronta la questione a monte: reti territoriali efficienti, continuità assistenziale, controllo del dolore, supporto psicologico e sociale. Tutto il resto — le grandi battaglie di principio sull’eutanasia e sul suicidio assistito — rischia di diventare una discussione astratta condotta sulle spalle di chi soffre davvero.


Garantire cure palliative adeguate su tutto il territorio nazionale non è un’alternativa alla libertà di scelta: è la condizione perché quella scelta esista davvero.