Una generazione frammentata
C’è un gesto che chiunque abbia trascorso del tempo con un adolescente conosce bene: la mano che scivola in tasca, afferra il telefono, lo sblocca, lo fissa per pochi secondi — tre, forse cinque — e poi lo ripone. Senza aver letto nulla. Senza aver cercato nulla. Un riflesso, ormai, come deglutire.
Un rapporto pubblicato il 22 maggio 2026 dall’Osservatorio francese sulle droghe e le tendenze addictive (OFDT) ha cercato di misurare questo gesto e i suoi simili, e ciò che ha trovato dovrebbe darci da pensare ben oltre i soliti allarmi sul «tempo schermo». Il problema, scrivono gli autori, non è quanto i giovani guardino i loro dispositivi, ma come li guardano: con un’attenzione spezzata, saltando da un’applicazione all’altra ogni dieci, venti secondi, in un «switching costante e vertiginoso» che non assomiglia a nessuna forma di lettura, visione o ascolto che le generazioni precedenti abbiano mai praticato. È qualcosa di nuovo. Ed è, a tutti gli effetti, una riscrittura dell’architettura mentale.
In Italia, il quadro non è più rassicurante. Anzi. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità e le rilevazioni periodiche di Eurispes, il nostro Paese registra tra i tassi più elevati d’Europa di uso problematico degli smartphone nella fascia 11-17 anni. Quasi il 40% degli adolescenti italiani dichiara di controllare il telefono immediatamente dopo il risveglio — prima ancora di alzarsi dal letto — e circa un quarto lo consulta durante i pasti in famiglia, in quello che potremmo chiamare il rito laico più antico della nostra cultura mediterranea. Non è un dettaglio folkloristico: la tavola è stata per secoli il luogo della trasmissione orale, del racconto, della formazione del carattere. Quando anche lì arriva lo schermo, qualcosa si interrompe in modo che le statistiche faticano a catturare.
Il rapporto francese introduce il concetto di screenomics — la registrazione passiva di ogni tocco, ogni notifica aperta, ogni pagina sfiorata — e i dati che ne emergono sono istruttivi nella loro brutalità: i ragazzi non trascorrono un’ora su Instagram e poi un’ora su Netflix in modo lineare. Rimbalzano. Rispondono a un messaggio su WhatsApp, controllano una notifica, tornano al video, fanno una ricerca rapida, ritornano al social. Tutto in venti secondi. È la struttura stessa del pensiero che si modifica: non più un fiume, ma una miriade di pozzanghere.
La politica italiana ha risposto negli ultimi anni con strumenti tutto sommato timidi. Il divieto di smartphone nelle scuole primarie, esteso con qualche fatica anche alle medie, è una misura necessaria ma insufficiente se non accompagnata da un’educazione digitale seria — che in molti istituti, va detto, ancora latita. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha stanziato fondi per la «transizione digitale» della scuola, ma il rischio concreto è che si sia investito più in hardware che in pedagogia: più tablet in classe, meno strumenti per insegnare a usarli con discernimento.
Nel frattempo, il mercato ha continuato a fare il suo lavoro. Le piattaforme più usate dai minori italiani — TikTok, Instagram, YouTube Shorts — sono costruite architetturalmente per massimizzare esattamente quel «passive scrolling» che il rapporto francese identifica come raddoppiatore del rischio di disturbi ansiosi. Due ore di scorrimento passivo al giorno, dicono i ricercatori. Non è un’iperbole: è la media.
Quello che il documento dell’OFDT ha il merito di ricordare è che la vulnerabilità è individuale e che nessuna metrica, per quanto sofisticata, sostituisce «l’osservazione educativa benevola». Un genitore che limita il tempo schermo senza capire cosa il figlio cerca in quelle pozzanghere digitali — sollievo dall’ansia, appartenenza, stimolazione — sta curando il sintomo e ignorando la febbre.
Il dottor Alexandre Caron, coautore del testo, lo dice con disarmante semplicità: «Uno stesso schermo può essere benefico o tossico, a seconda di chi lo usa». È una frase che sembra banale finché non la si prende sul serio. Significa che la domanda giusta non è «quanto tempo passa sul telefono?» ma «cosa sta cercando, e lo sta trovando altrove?».
Gli elzeviri, una volta, si scrivevano su carta, per lettori che avevano il tempo di finire un pensiero. C’è qualcosa di vagamente paradossale nel riflettere sulla frammentazione dell’attenzione in un formato che sopravvive proprio perché qualcuno, ancora, ha voglia di leggere fino in fondo. Forse è da questo sopravvissuto — il lettore lento, il ragazzo che ancora riesce a stare fermo venti minuti con un libro — che bisognerebbe cominciare, per capire non cosa abbiamo perso, ma cosa vale ancora la pena proteggere.
