Il Consiglio regionale torna a discutere la legge sul suicidio medicalmente assistito. Dietro il confronto politico tra favorevoli e contrari c’è però una questione molto più profonda: quale idea di uomo, di cura e di medicina vogliamo consegnare alla società quando la sofferenza entra nell’ultima stagione della vita?

Ci sono parole alle quali la politica dovrebbe avvicinarsi quasi in punta di piedi. Vita, morte, sofferenza, dignità, libertà appartengono a questo vocabolario delicatissimo. E invece proprio su queste parole il dibattito pubblico rischia spesso di consumare la sua semplificazione più pericolosa. Accade anche in Veneto, dove il Consiglio regionale torna a confrontarsi con la proposta sul suicidio medicalmente assistito già respinta nel gennaio 2024 e promossa dall’Associazione Luca Coscioni. Luca Zaia ha invitato i consiglieri a non trasformare la questione in una guerra di religione e a votare secondo coscienza; dall’altra parte, associazioni cattoliche, bioeticisti, realtà del volontariato e la Facoltà teologica del Triveneto hanno sollevato interrogativi non soltanto confessionali, ma antropologici, sanitari e giuridici.

Bisogna partire da una premessa, perché su questioni come questa le caricature non aiutano nessuno. Chi domanda di essere aiutato a morire non è un nemico della vita da giudicare, ma molto spesso un uomo o una donna attraversati da una sofferenza che può essere devastante. Il cristiano dovrebbe essere il primo a riconoscerlo. Nessuna difesa della vita può trasformarsi in freddezza davanti al dolore e nessuna affermazione del suo valore può significare accanimento terapeutico. Rifiutare un trattamento sproporzionato, sospendere cure diventate inutilmente gravose, ricorrere quando necessario alla sedazione palliativa profonda sono questioni moralmente e giuridicamente diverse dal compiere deliberatamente un atto destinato a provocare la propria morte con l’assistenza di un altro. Confondere queste realtà non rende più umano il dibattito: lo rende semplicemente meno chiaro.

La questione veneta comincia precisamente qui. La sentenza 242 del 2019 della Corte costituzionale ha individuato una circoscritta area nella quale l’aiuto al suicidio non è punibile, in presenza di condizioni rigorose. Ma quella stessa Corte ha precisato qualcosa che nel dibattito viene talvolta dimenticato: la sua decisione non crea «alcun obbligo» per il medico di prestarsi all’aiuto al suicidio. E nel 2025, tornando sul tema, la Consulta ha ricordato che all’ampliamento dell’autonomia individuale corrisponde un dovere altrettanto costituzionalmente rilevante di proteggere la vita e, soprattutto, le persone deboli e vulnerabili dal rischio di sentirsi spinte a «farsi anzitempo da parte». È difficile trovare una formulazione più lontana dalla rappresentazione semplicistica secondo cui esisterebbe da una parte la libertà e dall’altra una cultura oscurantista che pretende di impedirla.

Il vero discrimine è infatti il significato che attribuiamo alla libertà. «La mia vita appartiene a me» è una formula potentissima e comprensibile, soprattutto quando viene pronunciata da chi soffre. Ma l’essere umano vive davvero come un proprietario isolato di se stesso? Qui la visione cristiana introduce una provocazione che può essere compresa anche da chi cristiano non è: la persona non è soltanto autonomia, è relazione. Noi veniamo al mondo perché qualcuno ci accoglie, cresciamo perché qualcuno si prende cura di noi, attraversiamo la malattia grazie a legami che ci sostengono. Persino la libertà è resa possibile da relazioni, istituzioni e comunità. Assolutizzare l’autodeterminazione significa rischiare di trasformare una dimensione essenziale dell’uomo nell’intera definizione dell’uomo. Ed è proprio questo uno dei punti sollevati dal Gremio di Bioetica: una concezione esclusivamente individualistica della libertà finisce per dimenticare che la persona non semplicemente “ha” relazioni, ma vive costitutivamente dentro di esse.

C’è poi una domanda ancora più scomoda, perché riguarda il Servizio sanitario pubblico. Finché una persona rivendica una scelta estrema sulla propria esistenza siamo davanti al dramma della sua coscienza e della sua libertà. Quando però chiediamo al sistema sanitario di organizzare procedure, strutture, commissioni e modalità attraverso le quali quella morte possa essere resa possibile, non siamo più soltanto nel territorio dell’autodeterminazione individuale.

Stiamo attribuendo alla medicina e all’istituzione pubblica una funzione nuova.

Ed è qui che la domanda non può essere liquidata come confessionale: il Servizio sanitario deve limitarsi a verificare le condizioni stabilite dall’ordinamento oppure deve diventare anche il soggetto organizzatore dell’atto con il quale la vita viene deliberatamente conclusa? La differenza non è semantica. Riguarda l’identità stessa della cura. Nei documenti cattolici diffusi alla vigilia del voto ritorna proprio questa preoccupazione: che la medicina, nata per accompagnare, alleviare, curare e non abbandonare, possa lentamente essere chiamata anche a rendere disponibile la morte come risposta istituzionale alla sofferenza.

Qui emerge il problema che considero più serio. Una società non educa soltanto attraverso le scuole o le prediche: educa anche attraverso le sue leggi. Ogni norma dice silenziosamente quali beni una comunità considera meritevoli di protezione. Naturalmente nessun legislatore scriverà mai che la vita del malato grave vale meno. Ma la cultura cambia molto più sottilmente delle dichiarazioni ufficiali. Può cambiare quando un anziano comincia a domandarsi quanto costa alla propria famiglia; quando un disabile percepisce di essere diventato un peso; quando una persona sola scopre che esiste una procedura efficiente per essere aiutata a morire ma incontra enormi difficoltà per avere assistenza domiciliare continuativa, terapia del dolore, sostegno psicologico o un posto in hospice. È questo il punto sul quale Movimento per la Vita e Ditelo sui Tetti insistono nei documenti inviati: la vera alternativa non è tra obbligare qualcuno a soffrire e concedergli la morte, ma tra una società che accompagna realmente la fragilità e una società che rischia di offrirle una via d’uscita proprio quando non è riuscita a offrirle abbastanza vicinanza.

Per questo anche la formula «libertà di coscienza» merita qualche attenzione. È giusto che su materie così radicali i consiglieri non siano ridotti a esecutori di disciplina partitica. Ma la coscienza non equivale semplicemente a dire: “io la penso così”. La coscienza è ricerca del bene possibile dentro la realtà concreta, capacità di interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scelte e responsabilità verso coloro che di quelle scelte porteranno il peso. Vale per il politico, ma vale anche per il medico. Non a caso proprio la sentenza 242/2019 ha lasciato al singolo sanitario la libertà di decidere se partecipare o meno alla procedura. La coscienza, dunque, non è un residuo religioso da tollerare: è una delle ultime difese della persona quando la macchina amministrativa tende a trasformare questioni morali gigantesche in protocolli.

La risposta cristiana al malato che dice «non ce la faccio più» non può essere semplicemente «devi continuare a vivere». Sarebbe crudele. Deve essere invece: «io resto qui». Resto quando il dolore cresce, quando il corpo perde autonomia, quando la paura diventa insopportabile, quando la famiglia è stremata. È precisamente qui che le cure palliative assumono un significato che va molto oltre la medicina del dolore. Esse testimoniano un’antropologia: la tua vita conserva valore anche quando non produce, non è efficiente, non è indipendente. La dignità non aumenta quando siamo forti e non diminuisce quando dipendiamo dagli altri. Se così fosse, il bambino, il disabile grave, il malato di Alzheimer e l’anziano non autosufficiente avrebbero inevitabilmente meno dignità dell’adulto sano. Ma sarebbe la fine dell’idea stessa di dignità umana, perché ciò che dipende dalle condizioni fisiche non può più essere chiamato dignità: diventa semplicemente efficienza.

È per questo che la discussione di Venezia riguarda molto più del Veneto. Oggi davanti a Palazzo Ferro Fini ci sono sostenitori e oppositori della legge e il voto, mentre queste righe vengono scritte, è ancora al centro della battaglia politica. Ma al di là di come finirà la conta dei consiglieri rimarrà la domanda che nessun emendamento potrà risolvere: quale società vogliamo essere davanti a chi non è più forte? Una società nella quale l’ultima libertà diventa poter chiedere di morire, oppure una società nella quale nessuno debba arrivare a desiderare la morte perché si sente solo, inutile o di troppo?

Papa Leone XIV, parlando nei mesi scorsi del rapporto tra medicina, tecnica ed etica, ha ricordato che il valore della persona non dipende da ciò che realizza o produce e che la medicina non può trasformarsi in strumento della «morte programmata». Anche il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, ha indicato il rischio opposto all’accanimento terapeutico: l’abbandono. Tra questi due estremi passa una strada più difficile e molto meno ideologica: curare senza accanirsi, alleviare senza abbandonare, accompagnare senza appropriarsi né della vita né della morte dell’altro.

Forse il punto decisivo è tutto qui. Una civiltà non si misura soltanto dalla quantità di libertà che riesce a proclamare, ma dalla quantità di fragilità che riesce a portare sulle proprie spalle. E davanti all’uomo che soffre la domanda più umana non dovrebbe essere anzitutto «vuoi morire?», ma «che cosa possiamo fare perché tu non debba affrontare da solo ciò che stai vivendo?». Perché anche il morire appartiene ancora alla vita. E finché c’è vita, il primo compito di una comunità non è organizzare l’uscita, ma restare accanto.

Il voto veneto sul suicidio assistito non riguarda soltanto procedure e competenze regionali. Tocca il significato stesso della cura e della libertà: una società veramente civile non giudica la dignità dell’uomo dalla sua autonomia, ma dalla capacità della comunità di non abbandonarlo proprio quando diventa più fragile.