Trump minaccia nuovi raid, Khamenei risponde «gli Usa stiano in fondo al mare»

Due mesi dopo l’attacco Usa–Israele che ha ucciso la vecchia guida suprema Ali Khamenei, la guerra in Iran è entrata nella sua fase più pericolosa: un cessate il fuoco che non regge, negoziati bloccati, 42 petroliere ferme, un costo già stimato tra 40 e 50 miliardi di dollari, e Trump che ribattezza Hormuz «Stretto di Trump» mentre i Pasdaran avvertono di voler affondare le portaerei americane. La peggiore crisi energetica della storia, secondo il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. E domani scadono i 60 giorni entro cui il presidente deve chiedere l’autorizzazione al Congresso per fare la guerra.

C’è un punto nello stretto di 54 chilometri attraverso cui transita ogni giorno il 20% del petrolio mondiale in cui si stanno concentrando, in queste ore, quasi tutte le contraddizioni del nostro tempo. Si chiama Hormuz. Si chiama, secondo Donald Trump, «Stretto di Trump» — come ha scritto questa mattina su Truth accompagnando una mappa con bandiere americane. Si chiama, secondo la guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei che ha preso il posto del padre assassinato il 28 febbraio, il luogo in cui «l’unico posto per gli americani è in fondo alle sue acque». Nello spazio tra queste due dichiarazioni, entrambe pronunciate lo stesso giorno, si gioca una partita che non riguarda soltanto Stati Uniti e Iran. Riguarda i prezzi del carburante in Europa, le forniture di fertilizzanti in Asia, la tenuta dell’economia globale, e la domanda — sempre più imbarazzante — se gli Stati Uniti abbiano ancora la capacità militare di vincere le guerre che iniziano.

Il 28 febbraio, due mesi fa, Usa e Israele hanno attaccato l’Iran in un’operazione congiunta che ha ucciso Ali Khamenei e decine di leader del governo di Teheran. Era un atto di guerra senza precedenti nella storia recente del Medio Oriente. La risposta iraniana è stata immediata: colpi su Israele, attacchi alle basi americane nel Golfo, chiusura dello Stretto di Hormuz, Hezbollah riattivato in Libano. Il 7 aprile, Washington e Teheran hanno annunciato un cessate il fuoco di due settimane. I negoziati ad Islamabad si sono conclusi senza accordo. Il secondo round è stato annullato — Trump ha fermato i suoi inviati Witkoff e Kushner all’ultimo momento, senza spiegazioni convincenti. Il cessate il fuoco è stato prorogato, ma Hormuz è rimasto chiuso. E il blocco navale americano — in vigore dal 13 aprile — è rimasto attivo. Questa è la situazione al giorno 62 del conflitto: tecnicamente una tregua, sostanzialmente una guerra economica a bassa intensità in attesa della prossima mossa militare.

Le cifre del conto sono già sbalorditive. Il Pentagono ha dichiarato ieri che la guerra è costata finora 25 miliardi di dollari. Fonti della CNN smentiscono: la stima reale si aggira tra i 40 e i 50 miliardi, contando i danni alle basi militari americane nella regione. Quarantadue petroliere iraniane bloccate, 69 milioni di barili di petrolio fermi, sei miliardi di dollari di perdite per Teheran. Il Pakistan ha aperto sei rotte terrestri per aggirare il blocco e smaltire i tremila container iraniani fermi nei porti di Karachi e Gwadar. Gli Emirati Arabi Uniti escono dall’OPEC domani, primo maggio. Il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Fatih Birol parla senza mezzi termini: «Il mondo fronteggia la più grave crisi energetica della storia». Il Golfo Persico, che doveva essere «completamente aperto e pronto per gli affari» secondo Trump di poche settimane fa, è ora un collo di bottiglia che sta strangolando l’economia mondiale — come ha detto stamattina il segretario generale dell’ONU Guterres.

Il dato più interessante — e più imbarazzante per Washington — lo offre il board editoriale del New York Times, che non è esattamente un organo di critica radicale alla politica estera americana. «I successi tattici non hanno portato alla vittoria», scrive il giornale. «Il paese più debole si trova nella posizione negoziale più forte». Gli Stati Uniti hanno investito centinaia di miliardi in portaerei e caccia sofisticati che si rivelano inefficaci contro droni economici e missili a basso costo prodotti su scala industriale. L’Iran, dopo aver subito l’uccisione della sua guida suprema e decine di dirigenti, dopo due mesi di blocco navale e sanzioni aggressive, non si è piegato. Ha riaperto brevemente Hormuz dopo il cessate il fuoco del Libano, poi lo ha richiuso. Ha lasciato circolare la voce di una nuova arma. Ha incassato l’appoggio diplomatico di Putin, ricevuto il ministro Araghchi a San Pietroburgo. Ha giustiziato un atleta di karate di 21 anni per dimostrare internamente che non cede. Il regime è in difficoltà economica grave, ma funziona ancora esattamente come i regimi sotto pressione funzionano da sempre: irrigidendosi.

Domani — primo maggio — scade il termine legale di 60 giorni previsto dal War Powers Act del 1973, oltre il quale un presidente americano è obbligato a chiedere l’autorizzazione del Congresso per continuare a fare la guerra. Pete Hegseth, il capo del Pentagono, ha trovato oggi una soluzione creativa: il cessate il fuoco «sospende o interrompe» il computo dei 60 giorni. Il senatore democratico Tim Kaine ha contestato questa interpretazione sul posto. È una disputa giuridica e costituzionale che — se portata davanti ai tribunali — potrebbe aprire una crisi istituzionale negli Stati Uniti nel mezzo di un conflitto attivo. Trump, dal canto suo, si muove su più fronti contemporaneamente: minaccia nuovi raid «brevi e potenti», chiede aiuto agli alleati per una «Maritime Freedom Construct» — la nuova coalizione per riaprire Hormuz — e trova il tempo di litigare con il cancelliere tedesco Merz su Truth, intimandogli di pensare «al suo Paese in rovina» invece di commentare la guerra. Nel frattempo il Centcom studia tre opzioni: una serie di raid mirati, l’occupazione di una parte di Hormuz con truppe di terra, oppure un blitz per mettere in sicurezza l’uranio iraniano arricchito conservato a Isfahan. La terza opzione — confermata da fonti AIEA — richiede forze speciali in profondità nel territorio nemico. Non è un’operazione che si improvvisa.

Sullo sfondo di tutto questo — e non è uno sfondo secondario — il Libano brucia ancora. Quindici morti oggi nei raid israeliani nel Sud, nonostante il cessate il fuoco del 17 aprile formalmente in vigore. Un drone di Hezbollah ha ferito dodici soldati israeliani. Israele ha emesso ordini di evacuazione per altri quindici villaggi. Il ministro della Difesa israeliano Katz ha detto che «potremmo dover presto intervenire di nuovo» contro l’Iran. Un quindicenne è stato ucciso da forze israeliane a Hebron. E la Flotilla — di cui si è parlato altrove — è stata abbordmata questa notte a largo di Creta, con 22 italiani tra i fermi. È il 30 aprile 2026, giorno 62 dall’inizio di una guerra che nessuno sa ancora come finirà, ma che tutti stanno già pagando alla pompa di benzina.

Trump ha rinominato Hormuz col suo nome. L’Iran lo controlla ancora. Nel mezzo ci sono 42 petroliere ferme, 50 miliardi di dollari spesi, un atleta di karate giustiziato e la peggiore crisi energetica della storia. La tempesta, come scrive Trump, sta arrivando. Qualcuno dovrebbe spiegare dove si ripara.