Reporters sans frontières certifica il peggior anno per la libertà di stampa globale dall’inizio del secolo. L’Italia scivola di sette posizioni — superata da Gambia, Ghana e Costa d’Avorio — per via della legge bavaglio, delle querele Slapp, della deriva della Rai e della criminalità organizzata. Gli Stati Uniti di Trump perdono sette posti. A Gaza sono stati uccisi più di 220 giornalisti dall’ottobre 2023. Solo l’1% della popolazione mondiale vive in un paese dove la stampa è libera.
Esiste un indicatore che dovrebbe essere considerato indice di civiltà almeno quanto il PIL o l’aspettativa di vita: la libertà di stampa. E l’edizione 2026 del World Press Freedom Index di Reporters sans frontières dice che quel termometro segna febbre alta, in tutto il mondo, da venticinque anni a questa parte. Nel 2002, quando RSF pubblicò il suo primo indice, soltanto il 13,7% dei paesi censiti si trovava in una situazione «difficile» o «molto grave». Oggi quella percentuale ha raggiunto il 52,2%. Più della metà dei paesi del mondo. E soltanto l’1% della popolazione globale ha la fortuna — perché ormai si tratta di fortuna — di vivere in un paese dove la condizione della stampa può ancora essere definita «buona».
L’Italia è parte di questo declino, e i numeri di quest’anno lo rendono difficile da minimizzare. Settimo posto perso in un anno solo, dal 49° al 56°. Nella classifica, la Penisola si ritrova ora alle spalle di Ghana, Costa d’Avorio e Gambia — tre paesi africani che qualsiasi discussione italiana sulla libertà di stampa tende a trattare come parametri di confronto implicito dal basso, non da superare verso l’alto. Il dato è scomodo esattamente per questa ragione: non perché quegli stati abbiano peggiorato la loro situazione, ma perché l’Italia ha peggiorato la sua.
I motivi del crollo italiano sono sistemici e si sovrappongono senza escludersi. Il primo è strutturale e tragicamente cronico: la criminalità organizzata nel Sud del paese esercita ancora un controllo sulla stampa locale che si misura in ventina di giornalisti sotto scorta permanente. Non è una statistica astratta: sono persone che escono di casa con una protezione assegnata dallo Stato perché scrivere di mafia comporta un rischio fisico concreto. Il secondo problema riguarda il quadro legislativo, e RSF lo indica come il fattore in maggior deterioramento a livello globale in questo ciclo. In Italia la norma che concentra le critiche è il decreto legislativo 198/2024, approvato dalla maggioranza Meloni a fine 2024 e ribattezzato «legge bavaglio» da chi la critica: vieta la pubblicazione integrale o per estratto delle ordinanze di custodia cautelare fino alla fine delle indagini preliminari. Per il giornalismo giudiziario — uno dei comparti più vitali dell’informazione italiana — è una restrizione che modifica alla radice le possibilità di cronaca su indagini e arresti.
A questo si aggiunge la crescita delle querele Slapp — acronimo inglese per le cause temerarie strategicamente usate per silenziare giornalisti e attivisti, spesso da parte di soggetti con risorse legali superiori a quelle di chi viene trascinato in tribunale. Il meccanismo è semplice: non serve vincere la causa, basta aprirla. Il giornalista o la testata implicata si trovano a dover gestire anni di processo, spese legali e stress reputazionale sufficiente a scoraggiare qualsiasi inchiesta futura su quel soggetto. RSF registra un aumento di questo strumento in Italia, che si somma a ciò che il rapporto descrive come «autocensura», praticata da professionisti dei media sia per pressione delle linee editoriali delle proprie testate, sia per timore di ritorsioni legali.
Il capitolo Rai merita una lettura separata. RSF descrive la principale emittente pubblica italiana come oggetto di «crescenti interferenze dirette volte a trasformarla in uno strumento di comunicazione politica al servizio del governo». Non è un giudizio nuovo nella storia della televisione pubblica italiana, che ha attraversato cicli di lottizzazione e riassestamento politico praticamente ad ogni cambio di governo. Ma il fatto che l’Ong parigina lo segnali esplicitamente nel suo indice annuale — dedicato in genere a regimi autoritari, paesi in guerra, stati senza tradizione democratica — dice qualcosa sulle proporzioni che il fenomeno ha assunto nell’attuale legislatura. A questo si aggiunge quella che RSF chiama «paralisi legislativa»: l’incapacità o la mancanza di volontà politica di approvare norme che potrebbero rafforzare l’indipendenza della stampa, in un paese in cui la precarietà contrattuale dei giornalisti erode strutturalmente la possibilità di fare inchiesta.
Il contesto italiano, tuttavia, non è isolato. La democrazia più potente del mondo perde sette posizioni — esattamente come l’Italia — e precipita al 64° posto, tra Botswana e Panama. Gli Stati Uniti di Donald Trump hanno, scrive RSF, «reso sistematici gli attacchi regolari contro la stampa e i giornalisti», con espulsioni di corrispondenti stranieri e il taglio al personale della US Agency for Global Media, che ha ridotto drasticamente Voice of America, Radio Free Europe/Radio Liberty e Radio Free Asia: media che per milioni di persone nei paesi autoritari rappresentavano l’unica fonte di informazione non controllata dai rispettivi governi. Il rapporto cita anche il caso del giornalista salvadoregno Mario Guevara, arrestato e poi espulso nell’ottobre 2025. Rimonta invece la Siria post-Assad, che scala 36 posizioni grazie alla fine del controllo informativo del regime. Peggiora il Niger, che ne perde 37.
E poi c’è Gaza. RSF ricorda che dall’ottobre 2023 a oggi sono stati uccisi da Israele più di 220 giornalisti nella Striscia. Non è un dato secondario in un rapporto sulla libertà di stampa: è il caso in cui la soppressione dell’informazione ha raggiunto la forma più estrema, quella fisica. In fondo alla classifica rimangono Eritrea, Corea del Nord e Cina — i tre paesi che da anni occupano gli ultimi gradini. Il vertice è saldamente nordico: Norvegia, Paesi Bassi, Estonia. La distanza tra le due estremità di quella lista non è soltanto geografica. È la distanza tra due concezioni di cosa significhi vivere in una democrazia che funziona. E l’Italia, per ora, si trova esattamente a metà — abbastanza lontana dal fondo da non sentire l’urgenza, abbastanza vicina da non potersi permettere di distrarsi.
Nel 2002, il 13,7% dei paesi del mondo aveva una stampa in difficoltà. Oggi è il 52,2%. Venticinque anni di democrazie che si sono convinte di potersi permettere di fare a meno dei giornalisti.
