C’è un’isola nei Caraibi che ha attraversato il Novecento come un personaggio di García Márquez: ostinata, magnetica, condannata a ripetere la propria storia senza mai esaurirla del tutto. Cuba ha resistito all’embargo, alla crisi dei missili, al crollo dell’Unione Sovietica, alla morte di Fidel, alla pandemia, ai blackout. Ha resistito a tutto. La domanda che oggi si pone con una urgenza nuova è se riuscirà a resistere anche a questo — a un Trump che parla di portaerei a cento metri dalla costa come se stesse ordinando al cameriere di avvicinare il carrello dei dessert.

Le parole pronunciate a West Palm Beach durante una cena privata hanno la struttura retorica consueta: la bravata, l’iperbole, il gesto teatrale che rimpiazza la strategia. Trump ha evocato la resa di L’Avana come se fosse una questione logistica — mandi la nave, aspetti, loro alzano le mani. La storia, naturalmente, la pensa diversamente. Sessant’anni di “bloqueo” non hanno prodotto la resa. Nemmeno la crisi energetica più grave dal periodo cruciale degli anni Novanta.

Eppure sarebbe un errore liquidare le parole di Trump come pura propaganda da platea florida. Dietro la bravata c’è una realtà geopolitica che è cambiata in modo significativo. Cuba si trova oggi in una posizione di debolezza strutturale che non aveva precedenti nell’era post-castrista. Non c’è più un Castro al timone — né Fidel, morto nel 2016, né Raúl, ritirato dalla scena. Miguel Díaz-Canel, benché determinato, non ha il carisma né l’autorità simbolica dei predecessori. Il Venezuela di Maduro, che per anni ha sostenuto L’Avana con petrolio a condizioni agevolate, è uscito di scena nel modo più brusco possibile. Il regime cubano si trova dunque senza il suo principale sponsor regionale, senza una leadership carismatica come i predecessori e con un’economia che vacilla sotto il peso combinato delle sanzioni e della propria inefficienza strutturale.

È in questo contesto che va letta la spirale degli ultimi mesi: l’embargo energetico di gennaio, le nuove sanzioni firmate nelle ultime ore, l’estensione delle penalità non solo ai membri del governo ma a chiunque — imprenditore, funzionario, privato cittadino — partecipi ad attività che generino valuta per il regime. È una morsa che stringe non il governo, ma la società. Una distinzione che Washington tende a non fare, o a fare solo a parole.

Il paradosso è evidente: le stesse sanzioni che si propongono di liberare il popolo cubano finiscono per colpirlo in modo diretto, ampliando la miseria che alimenta il malcontento ma anche la dipendenza dallo Stato. È la logica del blocco di sempre, con un giro di vite ulteriore. Non è una politica nuova: è la stessa che non ha funzionato per sei decenni, applicata con maggiore intensità nella speranza che stavolta funzioni.

Resta sullo sfondo la memoria di un momento diverso. Barack Obama aveva osato l’impensabile: trattare con L’Avana, riaprire l’ambasciata, volare sull’isola. Era il 2016, e sembrava l’inizio di qualcosa. Non lo era — o almeno, non abbastanza. Il disgelo obamiano non produsse le riforme strutturali che avrebbe richiesto, e l’arrivo di Trump prima e la pandemia poi congelarono tutto di nuovo. Ma aveva mostrato che un’alternativa era possibile: che la pressione non è l’unica forma di relazione, e che il dialogo non è necessariamente resa.

Oggi quella finestra sembra sbarrata dall’interno e dall’esterno. Da L’Avana, un regime che ha imparato a sopravvivere trasformando l’assedio in identità nazionale. Da Washington, un’amministrazione che parla la sola lingua della forza, con Marco Rubio — figlio di esuli cubani — a fare da interprete e da coscienza storica.

Nel mezzo, undici milioni di persone che vivono nell’isola più famosa del mondo e che nel dibattito geopolitico compaiono quasi sempre come comparse. Il rompighiaccio è partito. La domanda è cosa c’è sotto il ghiaccio — e se qualcuno, da una parte o dall’altra, abbia voglia di scoprirlo prima di fare a pezzi tutto.

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