Il Mediterraneo diventa tribunale della legalità internazionale
La richiesta alla Procura di Roma di sequestrare la nave israeliana che trasporta Saif Abukeshek e Thiago Ávila non è soltanto un atto giudiziario: è il segnale politico e morale di una frattura. Nel Mediterraneo, davanti a Creta, non si è giocata solo una nuova pagina della Global Sumud Flotilla, ma la credibilità stessa del diritto internazionale, della sovranità degli Stati e della protezione dovuta ai civili.
Secondo le ricostruzioni giornalistiche e le denunce dei legali, la Marina israeliana avrebbe intercettato in acque internazionali una parte della Global Sumud Flotilla diretta verso Gaza, trasferendo a Creta la maggioranza degli attivisti e trattenendo invece due figure simbolo della missione: il palestinese con cittadinanza spagnola e svedese Saif Abdelrahim Abukeshek e il brasiliano Thiago Ávila. Israele sostiene di volerli interrogare per sospette attività illegali e, nel caso di Abukeshek, per presunti legami con organizzazioni terroristiche; Spagna e Brasile hanno contestato la legittimità dell’operazione e chiesto il rilascio dei propri cittadini.
Il mare non è terra di nessuno
C’è un momento in cui il mare smette di essere geografia e diventa coscienza. Il Mediterraneo, che nella retorica europea è ponte, culla, frontiera e memoria, torna oggi a essere ciò che spesso è stato nella storia: uno specchio crudele delle nostre omissioni. La vicenda della Global Sumud Flotilla, intercettata dalla Marina israeliana in acque internazionali al largo di Creta, non può essere liquidata come l’ennesimo episodio di attivismo pro-palestinese, né come una provocazione da manuale in un conflitto ormai saturo di propaganda. Qui il punto è più elementare e, proprio per questo, più grave: chi può fermare una nave civile in acque internazionali? Chi può scegliere quali passeggeri liberare e quali portare via? Chi risponde se quelle persone, sottratte alla loro rotta e ai contatti con i propri legali, vengono esposte a trattamenti degradanti?
La domanda posta alla Procura di Roma dal pool legale composto, tra le altre, dalle avvocate Patrizia Corpina, Francesca Cancellaro, Tatiana Montella, Sonia Randazzo e Serena Romano, è di quelle che costringono il diritto a uscire dalle aule e a misurarsi con il ferro delle navi militari. Nell’esposto, secondo quanto riportato da diverse testate, si chiede di intervenire sulla nave israeliana mentre si troverebbe ancora in acque internazionali, al fine di interrompere quello che viene qualificato come sequestro e prevenire il rischio di tortura o trattamenti inumani e degradanti. L’ipotesi centrale riguarda Saif Abdelrahim Abukeshek, membro del direttivo della Flotilla, palestinese con cittadinanza spagnola e svedese, che al momento dell’intervento israeliano si sarebbe trovato a bordo della Eros 1, imbarcazione italiana.
È qui che la questione diventa italiana, e non solo per ragioni emotive o politiche. Nel diritto marittimo, la nave battente bandiera italiana non è un guscio neutro abbandonato alle onde: essa richiama la giurisdizione dello Stato di bandiera. Se davvero Abukeshek è stato prelevato da una barca italiana in acque internazionali, la domanda non è più soltanto che cosa abbia fatto Israele, ma che cosa debba fare l’Italia. Perché uno Stato non è sovrano quando proclama la propria bandiera nelle cerimonie; lo è quando difende la legalità che quella bandiera comporta.
Naturalmente, in una materia così incandescente, occorre distinguere i fatti accertati, le accuse, le versioni contrapposte e le ipotesi investigative. Israele afferma che l’operazione fosse necessaria per impedire la violazione del blocco navale su Gaza e sostiene che Abukeshek e Ávila debbano essere interrogati per sospette attività illegali; gli organizzatori della Flotilla parlano invece di rapimento, pirateria e violazione del diritto internazionale. Associated Press e Reuters hanno riferito che i due attivisti sono stati trattenuti e condotti verso Israele, mentre gli altri partecipanti sono stati sbarcati a Creta; hanno inoltre riportato le proteste di Spagna e Brasile, che hanno contestato l’azione israeliana e chiesto il rientro dei propri cittadini.
Ma anche ammettendo, per pura ipotesi, che Israele ritenesse la Flotilla una minaccia politica o simbolica, resta aperta una sproporzione che non si può occultare dietro la formula elastica della sicurezza. Una missione civile, composta da attivisti, giornalisti, operatori e militanti non armati, intercettata lontano dalle coste israeliane, non è un teatro di guerra nel senso ordinario del termine. E se il diritto internazionale umanitario conosce il blocco navale, conosce anche limiti, condizioni, proporzionalità, necessità, rispetto dei civili, dovere di assistenza, divieto di trattamenti degradanti. Il mare non è uno spazio dove la forza cancella la norma; è precisamente il luogo in cui la norma dovrebbe impedire alla forza di travestirsi da sovranità assoluta.
Il caso di Saif Abukeshek e Thiago Ávila ha poi un valore ulteriore: essi non sono due nomi qualunque. Sono due volti noti della missione. Ávila, brasiliano, è un attivista socioambientale e comunicatore legato da anni alla causa palestinese; Abukeshek, palestinese residente in Spagna, è impegnato da lungo tempo in reti europee di mobilitazione per la Palestina. Proprio questa loro visibilità rende più delicata la vicenda. Quando uno Stato trattiene non i più anonimi, ma i più simbolici, non i più marginali, ma i più riconoscibili, il sospetto che l’operazione abbia anche un valore dimostrativo diventa politicamente inevitabile, pur restando da verificare sul piano giudiziario.
L’esposto presentato a Roma ha allora una funzione che supera il suo possibile esito processuale. Dice che l’Europa non può continuare a guardare il Mediterraneo come un corridoio umanitario quando conviene, come un fossato di sicurezza quando fa paura, e come un vuoto giuridico quando interviene un alleato potente. L’Italia, in particolare, non può oscillare tra prudenza diplomatica e afasia istituzionale. Se una persona viene prelevata da una nave italiana, se cittadini europei vengono trattenuti, trasferiti, interrogati o sottoposti a pressioni fuori da procedure trasparenti, non basta invocare la complessità geopolitica. La complessità non sospende il diritto; semmai lo rende più necessario.
C’è poi il nodo dei maltrattamenti denunciati dagli attivisti. Gli organizzatori della Flotilla hanno parlato di privazione di cibo e acqua, percosse, mani legate, condizioni degradanti a bordo della nave israeliana; alcune testate internazionali hanno riportato queste accuse, precisando che Israele le respinge o le ridimensiona. Anche qui, la prima esigenza non è retorica ma probatoria: servono visite mediche, accesso consolare, audizioni, acquisizione di immagini, identificazione dei militari coinvolti, catena di comando, tracciati navali, comunicazioni radio. La legalità non vive di slogan; vive di atti. Ma proprio per questo, quando vi sono accuse così gravi, l’inerzia diventa complicità morale, se non ancora giuridica.
L’Europa, che ama definirsi potenza normativa, è chiamata a mostrare se questa definizione significhi qualcosa fuori dai convegni. Essere potenza normativa non vuol dire scrivere documenti sulla dignità umana e poi ritirarsi quando la dignità umana viene caricata su una nave militare. Non vuol dire celebrare Schengen e poi accettare che cittadini europei, una volta sbarcati a Creta, vengano trasferiti in modo opaco. Non vuol dire proclamare il primato del diritto e poi arretrare ogni volta che il diritto incontra la ragion di Stato di un partner strategico.
La vicenda, naturalmente, si colloca dentro la tragedia più ampia di Gaza. Ed è impossibile separarla dal blocco, dalla fame, dalla distruzione, dall’umiliazione quotidiana di una popolazione che da anni vive sotto una pressione insostenibile. È vero: una Flotilla non risolve una guerra, non ricostruisce ospedali, non riapre da sola i valichi, non sostituisce la diplomazia. Ma ha una funzione che i governi detestano proprio perché elementare: rende visibile ciò che la normalizzazione vorrebbe rendere invisibile. Porta il corpo dei civili davanti alla macchina degli Stati. Dice che il diritto all’aiuto umanitario non può dipendere dall’arbitrio di chi controlla l’assedio.
Per questo il sequestro, o il trattenimento — la parola scelta rivela già una posizione — di Abukeshek e Ávila pesa più del singolo episodio. Esso dice ai cittadini del mondo che la solidarietà può essere criminalizzata, che l’azione nonviolenta può essere trattata come minaccia, che l’aiuto umanitario può essere subordinato alla convenienza militare. Ma dice anche il contrario: che esiste ancora una rete di avvocati, giornalisti, attivisti, governi e coscienze civili capace di chiamare le cose con il loro nome e di domandare alle procure, ai ministeri, alle cancellerie, ai tribunali internazionali di non voltarsi dall’altra parte.
Un elzeviro non deve trasformarsi in sentenza. Non spetta a una pagina di giornale stabilire responsabilità penali definitive. Spetta però alla coscienza pubblica pretendere che i fatti vengano accertati e che nessuno Stato, neppure nel nome della sicurezza, possa decidere unilateralmente che il mare internazionale sia un’estensione della propria frontiera militare. Perché se questo principio passa, non riguarda più soltanto Gaza, Israele o la Palestina. Riguarda ogni nave civile, ogni bandiera, ogni cittadino, ogni missione umanitaria, ogni spazio in cui il diritto dovrebbe proteggere il debole dall’arbitrio del forte.
Il Mediterraneo ha già visto troppe morti senza processo, troppi naufragi senza colpevoli, troppe omissioni travestite da prudenza. Ora vede anche una domanda nuova, durissima: può una nave militare portare via due attivisti da acque internazionali e trasformarli in prigionieri politici, sospetti preventivi, corpi da interrogare? La risposta non può essere lasciata ai comunicati stampa. Deve venire dal diritto, dalla diplomazia, dalla magistratura, dalla pressione civile.
Perché il punto ultimo non è soltanto liberare Thiago Ávila e Saif Abukeshek, benché questo sia urgente. Il punto è liberare il diritto dall’umiliazione di essere invocato solo quando conviene. E restituire al Mediterraneo almeno una delle parole che più gli appartengono: non dominio, non blocco, non paura, ma passaggio.
Il caso della Global Sumud Flotilla interroga direttamente l’Italia e l’Europa: se una nave civile battente bandiera italiana può essere abbordata in acque internazionali e alcuni attivisti trasferiti verso Israele senza garanzie trasparenti, non è in gioco solo Gaza, ma il principio stesso che il mare non appartiene alla forza, bensì al diritto.
