C’è qualcosa di antico e di inquietante nell’immagine di una nave che non può attraccare. La storia del mare ne è piena: vascelli fermati in quarantena al largo dei porti mediterranei, passeggeri che guardavano la terra da dietro una riga invisibile tracciata dalla paura, dalla pestilenza, dall’epidemia. I Veneziani inventarono la parola quarantena nel Trecento, quando imponevano quaranta giorni di isolamento alle navi provenienti da luoghi dove il morbo aveva colpito. Seicentonovant’anni dopo, la MV Hondius è ancorata al largo di Granadilla, nel porto industriale di Tenerife, e non tocca terra. A bordo ci sono tre morti, ventitré nazionalità, centoquarantotto persone ancora vive che aspettano di sapere come torneranno a casa.
La storia si ripete, ma le parole sono cambiate. Non diciamo più pestilenza. Diciamo hantavirus, variante Andes, trasmissione respiratoria, letalità superiore al trenta per cento. Il virus ha un nome scientifico preciso e un meccanismo biologico studiato. Ma la scena — la nave ferma, la terra che guarda, i passeggeri in attesa — è la stessa di sempre.
Tutto è cominciato, probabilmente, con una persona. Una persona già infetta che è salita a bordo di un ambiente chiuso e affollato, dove i contatti ravvicinati sono la norma e l’aria circola in sistemi di ventilazione condivisi. Le navi da crociera sono — lo sappiamo dal Covid, dal norovirus, da ogni focolaio che vi si è sviluppato negli ultimi decenni — amplificatori biologici perfetti. Non perché siano sporche o mal gestite, ma perché sono esattamente ciò che un virus desidera: una comunità densa, in movimento, che mangia insieme, respira insieme, tocca le stesse ringhiere.
Il primo caso avrebbe sviluppato i sintomi verso la fine della prima settimana di aprile. Gli altri tra l’ultima settimana di aprile e la prima di maggio. I tempi di incubazione dell’hantavirus Andes possono arrivare a quarantadue giorni: lo stesso numero dei giorni di quarantena che i Veneziani avevano fissato per istinto, senza sapere nulla di virologia, secoli prima che esistesse la parola virus.
Una donna olandese di sessantanove anni è stata fatta scendere dall’aereo a Johannesburg perché stava troppo male per volare. Il personale della Klm l’ha sbardata dal volo KL592, diretto ad Amsterdam. È morta il giorno dopo in un ospedale sudafricano. Sul volo erano rimasti quattro passeggeri che poi avrebbero proseguito verso l’Italia. La mail del servizio sanitario olandese che avvertiva il ministero della Salute italiano è arrivata quattordici giorni dopo. Quattordici giorni.
Non è una distrazione. Non è incuria. È la velocità con cui le burocrazie sanitarie internazionali si muovono, anche quando la posta in gioco è alta. I quattro passeggeri italiani non sedevano vicino alla malata — era rimasta a bordo pochi minuti — e per questo gli olandesi avevano ritenuto di poter aspettare. Nel frattempo le quattro persone erano tornate alle loro vite: una donna in un hotel di Firenze, un professore sudafricano a Padova per lavoro, due marittimi tra Torre del Greco e Reggio Calabria. Federico, il calabrese, ha detto al Tg1 di non essere preoccupato: «Ho un basso rischio di contagio». Probabile. Ma la macchina si è messa in moto comunque, con quarantene fiduciarie e volontarie, campioni di sangue inviati allo Spallanzani, telefonate quotidiane delle Asl.
Quarantena fiduciaria e volontaria. Vale la pena soffermarsi su queste tre parole. Non obbligatoria. Per renderla tale ci vorrebbe un dpcm, o un provvedimento ministeriale. Le autorità hanno deciso che non è necessario. Al momento, probabilmente, hanno ragione. Ma la catena di decisioni che porta da «non obbligatoria» a «emergenza» è più breve di quanto ci piaccia pensare, e si percorre sempre più in fretta di quanto ci si aspetti.
A Tenerife il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus ha detto che «questo non sarà un altro Covid». Speriamo abbia ragione, e gli esperti sembrano concordare: l’hantavirus Andes non ha trasmissione pre-sintomatica, il che significa che i malati vengono identificati prima di poter contagiare in modo esteso. Il suo tasso di letalità è alto, ma la sua capacità di diffondersi è più limitata di quella del Sars-CoV-2. Quarantadue giorni di monitoraggio, isolamento, rimpatri organizzati per nazionalità: tutto questo, se eseguito con precisione, dovrebbe bastare.
Eppure c’è qualcosa che disturba nel modo in cui questa frase — «non sarà un altro Covid» — viene pronunciata come se fosse una rassicurazione sufficiente. Come se il Covid fosse l’unico parametro disponibile per misurare il pericolo. Come se tutto ciò che non raggiunge quella soglia fosse automaticamente gestibile, trascurabile, meno urgente. Tre persone sono morte su una nave. Un cadavere è ancora a bordo mentre le Zodiac portano i passeggeri a riva. Il rischio globale è basso. Ma per chi era sulla Hondius non era basso per niente.
Pedro Sánchez ha detto che «offrire un porto sicuro è un dovere morale e legale». L’amministrazione locale delle Canarie si era opposta allo sbarco per tutelare la popolazione. È una tensione vecchia quanto le epidemie: la comunità che vuole chiudere i confini contro il governo centrale che riconosce un obbligo verso chi è in pericolo. I Veneziani nel Trecento la risolvevano con la quarantena al largo: non entrate, ma non vi abbandoniamo. La Spagna nel 2026 ha fatto la stessa cosa, con le Zodiac e i voli sanitari e i protocolli Oms. La soluzione è la stessa, solo più complicata e più cara.
I passeggeri non potranno portare con sé le valigie. Solo cellulari e documenti, mascherine Ffp2. Le loro cose resteranno sulla nave, che tornerà nei Paesi Bassi per essere sanificata. C’è qualcosa di quasi simbolico in questa immagine: si può tornare a casa, ma senza portare nulla di ciò che si aveva con sé. Come se il viaggio stesso fosse contaminato, e l’unica cosa da salvare fosse il corpo.
Il Nuovo Piano pandemico, approvato proprio in questi giorni con fatica e contrattazioni politiche, prevede mascherine, distanziamento, smart working, chiusure. Tutte le misure del Covid, codificate in un documento per la prossima emergenza. Al momento per l’hantavirus non si ritiene necessario nessuno di questi strumenti. Ma il fatto che il Piano esista — che si sia sentita la necessità di scriverlo, di litigare su ogni comma, di approvarlo — dice qualcosa sul mondo in cui viviamo: un mondo in cui l’idea di una prossima epidemia non è più fantascienza, è pianificazione ordinaria.
La MV Hondius, concluso lo sbarco, continuerà la rotta verso i Paesi Bassi. Tornerà vuota, con i bagagli dei passeggeri e un cadavere a bordo, verso il porto da cui probabilmente era salpata. Verrà sanificata. Forse tornerà in servizio. Le navi da crociera hanno una vita lunga.
Il mare, intorno a Tenerife, era azzurro stamattina. I passeggeri delle Zodiac lo guardavano mentre si avvicinavano alla riva, con i documenti in mano e le mascherine sul viso. Ventitré nazionalità, centoquarantotto storie diverse, tutte ferme allo stesso punto: un porto che non dovevano toccare, una malattia che non avevano cercato, un viaggio che non è ancora finito.
La quarantena finirà. Il virus rimarrà, da qualche parte, in attesa della prossima nave.

