Trump lunedì, Putin mercoledì, esercitazioni nucleari russe in mezzo. Xi Jinping trasforma Pechino nel crocevia di una diplomazia globale che non risolve nulla ma tiene tutto in equilibrio. Per ora.
C’è un’immagine che vale più di qualsiasi comunicato diplomatico: le bandiere russe e cinesi che sventolano sulle strade di Pechino il 19 maggio, a quattro giorni esatti dall’uscita di Donald Trump dalla stessa città. Lo stesso Zhongnanhai, lo stesso cerimoniale, lo stesso Xi Jinping che riceve. Il Global Times parla di Pechino «rapidamente diventata il centro della diplomazia globale», con la soddisfazione di chi constata un fatto e intende che venga notato. Non è vanteria: è una strategia. Ospitare Trump e Putin a distanza di pochi giorni non è una coincidenza di calendario — la visita di Putin era pianificata da febbraio — ma è anche, nel momento in cui accade, un messaggio. Pechino parla con tutti. Pechino non sceglie. E proprio per questo, in un mondo che chiede a tutti di scegliere, Pechino conta più di chiunque altro.
Vladimir Putin è alla sua venticinquesima visita in Cina — più di qualsiasi altro leader mondiale in carica — e ogni volta il copione si ripete con variazioni minime: dichiarazioni sulla profondità «senza precedenti» del rapporto bilaterale, delegazioni pletoriche di ministri e amministratori delegati, una lista di documenti da firmare che questa volta tocca quota quaranta. Cinque vicepremier, otto ministri, i vertici delle principali aziende di Stato russe. Un corteo che misura, con la sua stessa composizione, la dipendenza strutturale che Mosca ha sviluppato nei confronti di Pechino dal 2022 in poi: perduto il mercato europeo, tagliato fuori dal sistema finanziario occidentale, la Russia ha bisogno della Cina non come alleato ideologico ma come ancora di salvataggio economico.
Al centro dell’agenda c’è il gasdotto Sila Sibiri 2 — Forza della Siberia — il grande progetto più volte annunciato e mai concluso che raddoppierebbe le forniture di metano russo verso la Cina. Per Mosca è una priorità esistenziale: trovare un acquirente strutturale per il gas che l’Europa non compra più. Per Pechino è una leva negoziale: può aspettare, può ottenere condizioni migliori, può usare il tempo a suo favore. Gli analisti di Eurasia Group non si aspettano passi decisivi nemmeno questa volta: le differenze sul prezzo rimangono, e la Cina sta riducendo la sua dipendenza dal gas importato nel lungo periodo. Mosca arriva con urgenza, Pechino risponde con pazienza. Non è un rapporto tra pari.
Nel mezzo di questa visita, come se il calendario avesse un senso dell’umorismo nero, il ministero della Difesa russo ha annunciato esercitazioni sulle armi nucleari per il periodo dal 19 al 21 maggio — tre giorni che coincidono esattamente con la presenza di Putin a Pechino. L’obiettivo dichiarato è migliorare la capacità del personale di comando nella «deterrenza nei confronti di un potenziale avversario». Contemporaneamente, la Bielorussia conduce esercitazioni missilistiche con addestramenti all’uso di armamenti nucleari in cooperazione con i russi. È il linguaggio dei muscoli che il Cremlino usa quando è sotto pressione: ricordare al mondo, e a sé stesso, che esiste ancora una carta che nessuno può ignorare.
Ma è la notizia del Financial Times a rendere questa settimana diplomatica davvero indecifrabile. Il quotidiano britannico sostiene che Xi Jinping avrebbe detto a Trump, durante il bilaterale della settimana scorsa, che Putin «si pentirà» di aver invaso l’Ucraina. Il portavoce di Pechino ha smentito con la formula più dura a disposizione della diplomazia cinese: «contraddice i fatti, è pura finzione». Ma la smentita, per quanto categorica, non chiude la questione — le smentite cinesi raramente la chiudono — e lascia aperta la possibilità che Xi stia praticando quello che i diplomatici chiamano strategic ambiguity: dire cose diverse a interlocutori diversi, mantenere aperte tutte le porte, non legarsi a nessuna posizione verificabile.
Se la ricostruzione del Financial Times fosse anche solo parzialmente fondata, avrebbe implicazioni notevoli: significherebbe che Xi ha già incorporato nella sua analisi privata la possibilità — o addirittura la probabilità — di una sconfitta strategica russa, e che lo comunica a Washington come segnale di distanza da Mosca. Significherebbe che l’asse Cina-Russia, per quanto robusto nei commerci e nelle dichiarazioni pubbliche, ha una crepa nel giudizio di fondo che Xi fa dell’avventura ucraina. Tutto questo mentre Putin è seduto nel palazzo accanto e firma quaranta accordi di cooperazione.
C’è poi un terzo elemento, rimasto quasi nell’ombra, che il Financial Times ha aggiunto alla storia: Trump avrebbe proposto a Xi una collaborazione trilaterale — Washington, Pechino, Mosca — contro la Corte penale internazionale, le cui sentenze colpiscono tutti e tre i paesi o i loro alleati. È la logica del «i nostri interessi sono allineati» applicata alla demolizione delle istituzioni multilaterali che danno fastidio ai grandi. Se questa proposta è stata davvero avanzata, è la prova che il mondo che emerge da questa settimana diplomatica non è un mondo multipolare nel senso nobile del termine — più voci, più equilibri, meno dominio — ma qualcosa di più semplice e più brutale: un club di potenze che si accordano per essere al di sopra delle regole che impongono agli altri.
Xi riceve tutti, non sceglie, firma con tutti e smentisce tutti. È una posizione di forza finché dura. Dura finché il mondo rimane abbastanza instabile da rendere indispensabile un mediatore. E il paradosso di questa settimana è che più Trump alza il tiro su Hormuz, più la guerra in Ucraina non finisce, più Gaza brucia — più Pechino diventa necessaria. Il disordine del mondo è, per Xi, una rendita geopolitica. Non è detto che voglia davvero risolverlo.
Trump è passato lunedì. Putin è arrivato mercoledì. Nel mezzo, le esercitazioni nucleari russe e una frase che forse è stata detta e forse no. Pechino è il centro del mondo questa settimana. È una notizia. La domanda è se sia anche una buona notizia.
