C’è una frase che, una volta letta, non si dimentica più. Un ex mercenario racconta allo scrittore Ezio Gavazzeni che i safari umani di Sarajevo avevano un listino prezzi. E che la tariffa più alta era quella per i bambini. Non è una metafora. Non è una provocazione letteraria. È una testimonianza raccolta in un libro pubblicato a marzo, che descrive qualcosa che molti sapevano — o sospettavano, o avevano sentito dire — e che per trent’anni non ha trovato né un’aula di tribunale né uno Stato disposto a cercarla seriamente. Adesso, finalmente, qualcosa si muove. Prima la procura di Milano a novembre, poi tre indagati italiani a marzo, ora la procura austriaca che apre un fascicolo su un proprio cittadino ad aprile. L’Europa che si è divertita a sparare ai civili di Sarajevo comincia, molto lentamente, a dover rispondere.

Il documentario Sarajevo Safari del regista sloveno Miran Zupanic è del 2023. Le voci circolavano da molto prima. L’assedio di Sarajevo è durato dal 1992 al 1996 — il più lungo assedio di una capitale nella storia della guerra moderna — e in quei quattro anni più di undicimila civili sono stati uccisi cercando di attraversare quello che tutti chiamavano il “viale dei cecchini”, esposti ai colpi sparati dalle colline circostanti. Che tra quei colpi alcuni fossero sparati da turisti stranieri che avevano pagato per farlo era una voce che circolava nei Balcani, in certi ambienti giornalistici, tra chi aveva vissuto quella guerra. Ma la voce rimaneva voce, il crimine rimaneva impunito, e i milionari — se mai esistiti — dormivano sonni tranquilli nelle loro ville di Milano, Bruxelles, Vienna, Londra.

Ci ha messo la faccia Gavazzeni, scrittore e giornalista, che ha trasformato le voci in denuncia formale e la denuncia in libro. La ricostruzione che emerge è di una precisione agghiacciante: un’agenzia belga con sede a Londra organizzava i viaggi appoggiadosi a un gruppo milanese; i partecipanti si riunivano nel capoluogo lombardo, volavano da Trieste a Belgrado, e da lì raggiungevano il fronte. La cifra pagata per partecipare oscilla, secondo le prime ipotesi investigative italiane, tra gli ottantamila e i centomila euro. Un ex mercenario — l’unica fonte diretta finora emersa pubblicamente — afferma di aver saputo che circa duecentotrenta italiani avrebbero compiuto questo viaggio tra il 1991 e il 1995. E con loro francesi, belgi, svizzeri, austriaci.

È su questo ultimo punto che la notizia austriaca assume il suo pieno significato. L’indagine della procura di Milano era già di per sé straordinaria: per la prima volta uno Stato europeo prendeva sul serio l’ipotesi che propri cittadini avessero partecipato a crimini di guerra non come combattenti irregolari ma come clienti paganti di un pacchetto turistico. Ma finché rimaneva una vicenda italiana — tre indagati, un giornalista coraggioso, un documentario sloveno — si poteva ancora inquadrarla come un’anomalia nazionale, una storia spiacevole ma circoscritta. L’apertura del fascicolo viennese la trasforma in qualcosa di diverso: un crimine europeo, organizzato attraverso reti europee, che chiama in causa la responsabilità di più Stati contemporaneamente.

Che l’Austria si sia mossa lo si deve anche a una donna di origine bosniaca: Alma Zadic, deputata dei Verdi, ex ministra della Giustizia, arrivata nel paese come rifugiata a dieci anni proprio durante la guerra nei Balcani. Ha presentato un’interrogazione parlamentare, ha ottenuto la conferma del ministero, ha dichiarato a Der Standard che «non ci deve essere spazio per l’impunità». C’è qualcosa di storicamente giusto nel fatto che sia stata una bambina in fuga da quella guerra a costringere lo Stato che la ospitò a guardare in faccia la possibilità che tra i suoi cittadini ci fossero persone che quella guerra la frequentavano come un parco divertimenti.

Le difficoltà di questi processi sono reali e non vanno sottovalutate. Trent’anni di distanza, testimoni morti o dispersi, prove difficili da raccogliere, giurisdizioni multiple da coordinare, e la naturale reticenza di chi sa ma non vuole ricordare. La giustizia internazionale per i crimini di guerra sconta da sempre un ritardo strutturale — i grandi processi per i massacri jugoslavi si sono trascinati per decenni — e non è detto che le procure europee arrivino a condanne. Ma il valore di queste indagini non è solo giudiziario. È il riconoscimento che certi crimini non vanno in prescrizione nella coscienza collettiva, che lo Stato ha il dovere di cercare anche quando trovare è difficile, che le vittime del viale dei cecchini meritano almeno che qualcuno si preoccupi di capire chi le ha uccise e perché.

Sarajevo è una città che ha elaborato il trauma con una lucidità e una dignità che molte capitali europee non le hanno riconosciuto abbastanza. Sa già, probabilmente, che nessun processo restituirà i suoi morti. Sa anche, forse, che la verità — anche parziale, anche tardiva — vale qualcosa. E che il fatto che l’Europa stia cominciando a fare i conti con questa pagina è già, di per sé, un atto di giustizia minima.


C’era un listino prezzi. La voce più cara era quella dei bambini. Trent’anni dopo, l’Europa comincia a chiedersi chi aveva i soldi per pagarlo. È tardi. Ma non è mai troppo tardi per smettere di fare finta di non sapere.

La procura di Vienna apre un fascicolo. Prima Milano, ora l’Austria. I milionari che pagavano per sparare ai civili bosniaci vengono da mezza Europa. E la tariffa più alta era per i bambini.