Quarant’anni dopo Chernobyl: gli eroi senza nome, la terra che non dimentica, la guerra che ha riaperto la ferita e la domanda che l’Occidente non riesce ancora a rispondere
Alle ore 1 e 23 minuti del 26 aprile 1986, il reattore numero quattro della centrale Vladimir Lenin esplose nel buio dell’Ucraina sovietica. Non era una bomba. Era qualcosa di più sottile e di più duraturo: era la materia stessa che si rifiutava di obbedire. Il grafite ardeva a tremila gradi. L’uranio era nudo, esposto, furioso. E dal camino di fumo e cesio che si alzò quella notte cominciò una storia che non si è ancora conclusa — non per la terra, non per i corpi, non per la politica, e non per quella domanda che l’umanità continua a rimandare: siamo davvero capaci di gestire ciò che abbiamo costruito?
Quarant’anni. Un tempo che basta, di solito, a trasformare la tragedia in monumento e il monumento in dimenticanza. Ma Chernobyl resiste alla dimenticanza con una ostinazione che ha qualcosa di fisico prima ancora che di morale. Il cesio-137 ha un’emivita di trent’anni: è ancora lì, nel suolo della zona di esclusione, negli anelli degli alberi, nel latte delle mucche che qualche anziano ostinato alleva ancora nei villaggi proibiti. Lo stronzio-90 ci metterà altri decenni prima di decadere. Il plutonio-239 è una promessa di quarantamila anni. La natura non accetta le nostre scadenze commemorative.
GLI EROI SENZA MEDAGLIA
Si chiamavano liquidatori. Seicentomila uomini, tra il 1986 e il 1990, mandati a spegnere un incendio che non si poteva spegnere, a seppellire una centrale che non si poteva toccare, a costruire il sarcofago di cemento attorno al reattore con le mani e con il corpo. Ricevevano dosi di radiazioni che i dosimetri ufficiali erano istruiti a non registrare correttamente — perché se la dose fosse stata registrata, avrebbero dovuto essere evacuati, e non c’era nessuno per sostituirli. Li mandarono lo stesso. I minatori che scavarono il tunnel sotto il reattore per impedire che il corium radioattivo raggiungesse la falda acquifera lavorarono a torso nudo perché il calore era insopportabile. Molti sono morti. Quanti, esattamente, non lo sapremo mai: il sistema sovietico contabilizzava le morti come contabilizzava tutto il resto — con la precisione dell’ideologia.
I vigili del fuoco che accorsero per primi, nella notte dell’esplosione, non sapevano cosa stessero affrontando. Videro un incendio e fecero il loro mestiere. Alcuni toccarono il grafite incandescente a mani nude, pensando fosse semplice carbone. Morirono nel giro di settimane, con le radiazioni che dissolvevano i loro corpi dall’interno con una velocità che i medici del Moscow Hospital Number Six — il reparto segreto dove furono ricoverati — non avevano mai visto. Si chiamavano Pravyk, Kibenok, Tischura, Titenok. Avevano tra i ventidue e i ventotto anni. Le loro mogli non furono lasciate avvicinarsi ai corpi nella bara: erano diventati, loro stessi, sorgenti radioattive.
Non esistono ancora dati definitivi sulle vittime totali di Chernobyl. L’OMS, l’UNSCEAR, Greenpeace e i ricercatori indipendenti hanno prodotto stime che variano da alcune migliaia a diverse centinaia di migliaia di morti attribuibili, dirette e indirette. La forbice è così ampia non perché la scienza sia imprecisa, ma perché la politica ha sempre avuto interesse a tenere i numeri bassi — prima l’Unione Sovietica, poi i governi che avevano centrali nucleari da difendere. Il cancro alla tiroide nei bambini ucraini e bielorussi è aumentato di cento volte nelle aree contaminate. Questo è un dato su cui c’è consenso. Il resto è ancora discusso, ancora conteso, ancora politico.
LA TERRA CHE GUARISCE E QUELLA CHE NON GUARISCE
C’è una paradossale bellezza nella zona di esclusione oggi. In assenza di esseri umani, la natura ha ripreso i suoi spazi con una tenacia che sembra quasi una rivalsa. I lupi, le linci, i cavalli di Przewalski tornati allo stato brado, gli aironi cinerini che nidificano dove c’erano le case di Pripyat. La città fantasma è diventata una foresta verticale: gli alberi crescono attraverso i pavimenti, le betulle spaccano l’asfalto, l’edera copre i murales sovietici. Qualcuno ha chiamato tutto questo una storia di speranza. È una storia complessa: quegli animali presentano tassi di mutazione genetica superiori alla norma, cataratte più frequenti, aspettative di vita ridotte. La natura resiste, ma non è immune. Ha solo tempi diversi dai nostri.
Le aree contaminate attorno a Chernobyl si misurano in cerchi sempre più larghi di diradamento: trenta chilometri di zona proibita, poi zone di controllo, poi aree dove si vive ma non si coltiva, poi aree dove si coltiva ma non si vende. La contaminazione ha seguito le piogge, i venti, i fiumi. Ha raggiunto la Scandinavia, la Germania, la Polonia, l’Italia settentrionale. Ha depositato il suo segno nelle renne della Lapponia e nel muschio delle Alpi austriache. Non ha chiesto permesso ai confini.
LA GUERRA CHE HA RIAPERTO LA FERITA
Il 24 febbraio 2022, le colonne corazzate russe hanno attraversato la zona di esclusione di Chernobyl come se fosse un corridoio qualunque. I veicoli militari hanno sollevato il suolo radioattivo che giaceva compresso sotto le radici da trent’anni. I soldati hanno scavato trincee nella Foresta Rossa — la foresta che morì in pochi giorni dopo l’esplosione, i cui alberi divennero rosso sangue dall’irradiazione e che da allora è considerata una delle zone più contaminate del pianeta. Alcuni di quei soldati, secondo le testimonianze raccolte poi, non sapevano dove si trovassero. Altri sapevano e scavarono lo stesso.
Ma il pericolo più grande non è Chernobyl. È Zaporizhzhia. La più grande centrale nucleare d’Europa, sei reattori, occupata dalle forze russe dall’inizio del conflitto, combattuta attorno al suo perimetro per mesi, i sistemi di raffreddamento più volte interrotti o a rischio, il personale ucraino che lavora sotto la supervisione armata di un esercito straniero. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha inviato ispettori, ha pubblicato rapporti, ha lanciato appelli. La guerra ha continuato. In nessun conflitto della storia moderna un impianto nucleare attivo era stato occupato e usato come asset strategico da una potenza in guerra. Siamo in territorio inesplorato, e lo siamo da tre anni.
Il paradosso più atroce è questo: la guerra in Ucraina si combatte, tra le altre cose, per l’energia. E mentre si combatte, mette a rischio la più grande fonte di energia nucleare del continente. Il cesio non distingue i fronti. Il vento di Chernobyl, quarant’anni fa, non si fermò al confine polacco. Quello di Zaporizhzhia non si fermerebbe a nessun confine negoziato da nessun diplomatico.
LA DOMANDA CHE NON ABBIAMO ANCORA RISPOSTO
Il dibattito sul nucleare è tornato al centro della scena europea con un’urgenza che non aveva dai tempi di Fukushima. La crisi climatica impone decarbonizzazione rapida. Il gas russo ha dimostrato di essere un’arma geopolitica. Le rinnovabili crescono ma non bastano ancora, non ovunque, non sempre. E allora il nucleare di nuova generazione — i reattori modulari, il torio, la fusione che questa volta è davvero a venti anni da sé — torna sul tavolo come soluzione o come tentazione, a seconda di chi parla.
Non è una domanda semplice e chi finge che lo sia — in un senso o nell’altro — mente per comodità. Il nucleare produce energia pulita in termini di CO₂ e produce scorie che non sappiamo dove mettere. È la tecnologia più densa di energia che l’uomo abbia mai costruito ed è la tecnologia i cui errori si misurano in emivite di quarantamila anni. Può salvare il clima e può rendere inabitabili regioni intere. Non è una questione tecnica: è una questione di che tipo di rischio siamo disposti a lasciare in eredità a chi viene dopo di noi, a persone che non hanno votato per nessuna di queste scelte.
Chernobyl ci ha insegnato che i sistemi complessi falliscono nei modi che non avevamo previsto. Che la pressione politica e ideologica distorce le valutazioni tecniche. Che quando qualcosa va male in una centrale, va male per tutti — non solo per chi ci abita vicino, non solo per il paese che l’ha costruita, non solo per la generazione che ha beneficiato dell’elettricità che produceva. Questo insegnamento vale ancora. Vale ancora di più oggi, quando costruiamo sistemi sempre più complessi in un mondo sempre meno stabile.
Il sarcofago di Chernobyl è stato sostituito nel 2016 da un nuovo arco d’acciaio — il New Safe Confinement, settantasei metri d’altezza, centodue anni di vita garantita. Dopodiché, qualcuno dovrà decidere cosa fare. Dopodiché, qualcun altro ancora. Le decisioni che prendiamo sull’energia oggi proiettano la loro ombra su secoli. È una responsabilità di una misura che la politica dei cicli elettorali e dei trimestri finanziari non è strutturalmente attrezzata ad affrontare. Quella notte del 26 aprile 1986, a 1 ora e 23 minuti, ce lo ha detto. Lo diciamo ancora ogni anno. E ogni anno, puntualmente, non sappiamo ascoltare.
