A Belfast accoltellato un uomo da un sudanese. Rivolta contro gli stranieri. Il vero fallimento è la politica di integrazione britannica
Cinque minuti. Tanto è durata, a Shankill Road, la distanza tra la preghiera e il sasso. Trecento persone in passamontagna hanno recitato il Padre Nostro — rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori — e poi hanno lanciato mattoni e fuochi d’artificio contro una casa dove, a una finestra del piano di sopra, è apparsa per un istante una donna dalla pelle scura. Cinque minuti: il tempo che impiega una società a smentire se stessa.
I fatti, prima. Lunedì sera, in una strada sonnolenta del nord di Belfast, un uomo di trent’anni, Hadi Alodid, cittadino sudanese giunto nel Regno Unito nel febbraio 2023 attraverso Dublino e titolare di regolare status di rifugiato, ha aggredito a coltellate Stephen Ogilvy, un residente del quartiere, che ha perso l’occhio sinistro e lotta ancora in ospedale. Lo ha salvato un passante, Matt McKiernan, che quella sera aveva portato il figlio all’allenamento di hurling: ha aperto il bagagliaio, ha afferrato la mazza del bambino e ha colpito l’aggressore finché il coltello non è caduto. Un uomo qualunque, con in mano lo strumento di un gioco gaelico antico, ha fatto ciò che ogni civiltà chiede ai suoi figli: si è fermato, è intervenuto, ha protetto.
Poi è arrivata la notte, e con la notte i suoi profeti. Autobus in fiamme, famiglie evacuate — tra loro un neonato di due mesi portato in salvo dalla polizia —, un supermercato mediorientale e un barbiere turco incendiati, la scritta oscena contro l’Islam ripetuta sui muri come una litania rovesciata. E un’immagine che vale un trattato di sociologia: a Shankill Road, mentre i pompieri spegnevano l’incendio di un alimentari africano, un gruppo di giovani vestiti di nero consumava tranquillamente un takeaway indiano. Si brucia il negozio dello straniero e si cena con la sua cucina. L’integrazione è già avvenuta — nello stomaco, mai nel cuore.
Qui sta il punto che la politica britannica, e con essa quella nordirlandese, non vuole guardare in faccia. Si dirà: ha fallito il sistema d’asilo, ha fallito il confine poroso con la Repubblica, ha fallito il Ministero dell’Interno che in tempi record concesse lo status di rifugiato. Forse. Ma il fallimento più profondo è un altro, e lo rivela una semplice domanda controfattuale: e se a colpire fosse stato un inglese?
Se l’aggressore di Kinnaird Avenue si fosse chiamato Smith o Wilson, nessuno avrebbe bruciato la casa dei suoi vicini. Il delitto sarebbe rimasto ciò che ogni delitto è: la colpa di un uomo. Nessuno avrebbe chiesto di vietare i visti agli abitanti dello Yorkshire, nessun tribuno d’oltreoceano avrebbe twittato sulla morte della civiltà. L’Irlanda del Nord conosce da decenni la violenza del coltello e della pistola, quella settaria, quella paramilitare, quella dei “punishment attacks”: mai una comunità intera è stata data alle fiamme per il gesto di un suo singolo figlio. Quando il colpevole è “dei nostri”, la colpa è individuale; quando è straniero, la colpa diventa genealogica, si estende al colore, alla lingua, alla fede, al neonato di due mesi che fugge in braccio a un poliziotto. Questa asimmetria ha un nome antico, e non è giustizia.
Ed è qui che si misura il vero fallimento dell’integrazione: non soltanto quella del migrante nella società che lo accoglie — fallimento reale, certo, quando un uomo vive tre anni in un quartiere “senza legami locali e senza impiego”, invisibile a tutti finché non diventa visibile nel modo peggiore —, ma l’integrazione della società ospitante nei propri stessi valori dichiarati. Lo Stato di diritto, la responsabilità personale, la presunzione d’innocenza, la protezione del debole: tutto ciò che la Gran Bretagna insegna ai nuovi arrivati nei test di cittadinanza è stato sospeso per una notte dai suoi cittadini di più antica data. L’integrazione è un patto bilaterale; martedì sera l’hanno stracciato in molti, e non tutti parlavano arabo.
Trent’anni di politiche multiculturali hanno prodotto, in troppi luoghi del Regno, non convivenza ma coabitazione: comunità giustapposte come inquilini che si incrociano sulle scale senza salutarsi. L’Irlanda del Nord, terra che ha impiegato un secolo per imparare faticosamente a far convivere due tribù cristiane, è oggi la regione meno diversificata del Regno Unito — e proprio lì, dove lo straniero è statisticamente più raro, la sua presenza è percepita come più minacciosa. Cattolici e protestanti, che a Belfast si sono sparati per generazioni, si scoprono uniti — alcuni post lo invocavano esplicitamente — nel rogo della casa altrui. Ci sarebbe da piangere, se non fosse già scritto: quando manca un nemico interno, se ne importa uno.
Eppure da questa notte oscura salgono due luci, e vanno custodite. La prima è la mazza da hurling di McKiernan: la cultura locale, quella vera, radicata, gaelica, usata non per escludere ma per salvare. La seconda è la voce della famiglia Ogilvy che, dal capezzale di un uomo sfigurato, ha trovato la forza di dire: i migranti danno un contributo prezioso al nostro Paese, non vogliamo che questa tragedia sia usata per dividere. Le vittime hanno perdonato prima ancora che i sani imparassero a ragionare. È il paradosso evangelico di sempre: la parola di pace viene da chi avrebbe ogni diritto umano alla rabbia, mentre la rabbia viene da chi non ha subito nulla, se non la propaganda.
Stephen Ogilvy ha perso un occhio. La legge antica direbbe: occhio per occhio. La sua famiglia ha risposto con il Vangelo. La folla di Shankill Road, che pure aveva il Padre Nostro sulle labbra, ha scelto la legge più antica ancora, quella di Lamech: una vendetta settanta volte sette, e contro innocenti. Finché la politica — a Londra come a Belfast — continuerà a discutere soltanto di confini e di visti, e non di come si fa di molti popoli un popolo, di molte case un vicinato, di molti volti un prossimo, ogni coltello estratto da una mano straniera incendierà una città. E ogni preghiera durerà cinque minuti.
Case incendiate, famiglie evacuate, un neonato di due mesi portato in salvo dalla polizia. Ma la domanda che nessuno pone è una sola: se a colpire fosse stato un inglese, qualcuno avrebbe bruciato le case dei suoi vicini? Trent’anni di multiculturalismo hanno prodotto coabitazione, non convivenza — e martedì sera a stracciare il patto dell’integrazione non sono stati gli stranieri.
