Elezioni Bulgaria 2026
Otto elezioni in cinque anni, sette premier nessuno dei quali ha completato il mandato, proteste di massa contro la corruzione e un paese che adotta l’euro mentre affoga nell’instabilità. In questo contesto Rumen Radev — generale dell’aeronautica, ex presidente per nove anni, dimessosi a gennaio per scendere in campo — ha vinto ieri le elezioni parlamentari bulgare con una maggioranza assoluta che mancava da decenni. Bruxelles lo chiama pragmatico e filorusso, Mosca accoglie con favore la sua disponibilità al dialogo, l’opposizione lo accusa di euroscetticismo. Ma ridurlo a un Orbán balcanico è un errore di analisi prima ancora che politico: la direzione di marcia è esattamente inversa. Resta da capire cosa farà con il potere che i bulgari gli hanno appena consegnato.
C’è una tentazione giornalistica comprensibile, in queste ore, e vale la pena resisterle con cura: quella di prendere la vittoria di Rumen Radev in Bulgaria, appena uscita dalle urne con il 44,7% e una maggioranza assoluta di 132 seggi su 240, e infilarla nella casella appena liberata da Viktor Orbán. Un filorusso cade a Budapest, un filorusso sale a Sofia. Il gattopardo europeo cambia le pedine sul tavolo e tutto resta uguale.
Il problema è che questa lettura è sbagliata. E sbagliare l’analisi di Radev significa non capire né lui né quello che sta succedendo davvero nell’Europa orientale.
Cominciamo dai fatti. Radev era presidente della Repubblica bulgara dal 2017. A gennaio si è dimesso dalla carica — dopo nove anni — per fondare il movimento «Bulgaria Progressista» e presentarsi alle elezioni parlamentari. Non è un populista che scalza un’élite democratica: è l’uomo più popolare del paese che scende dall’alto palazzo presidenziale per trasformare il consenso in governo. Ha vinto promettendo di «distruggere il modello oligarchico e combattere la mafia infiltratasi in tutti i livelli di governo del paese». Il suo avversario principale, Bojko Borissov, ha governato la Bulgaria per circa dieci anni ed è stato il volto di quella corruzione sistemica che ha prodotto otto elezioni in cinque anni, sette premier nessuno dei quali ha completato il mandato, e infine le proteste di massa che a dicembre hanno costretto l’ultimo governo a dimettersi.
Orbán costruì il suo potere smontando pezzo per pezzo le istituzioni democratiche ungheresi: la magistratura, la stampa, l’università, la società civile. Radev ha vinto contrastando chi aveva fatto esattamente la stessa cosa in Bulgaria. La direzione di marcia è opposta.
Eppure l’etichetta «filorusso» circola, e non è del tutto infondata. Sulla questione dei combustibili fossili russi, la posizione di Radev ricalca, anche nelle motivazioni, quella del premier ungherese uscente: «L’economia viene prima dell’ideologia», ha dichiarato in campagna elettorale. La Russia accoglie con favore la volontà del neopremier di «dialogare». E Radev ha detto che «l’Europa è stata vittima della propria ambizione di essere un leader morale in un mondo governato da nuove regole».
Sono parole che meritano attenzione. Non perché siano necessariamente false — c’è una critica legittima al moralismo europeo che ha spesso nascosto interessi economici e geopolitici ben poco nobili — ma perché aprono una questione che la dottrina sociale affronta con strumenti precisi: il rapporto tra pragmatismo e principi. «L’economia viene prima dell’ideologia» è una frase che può significare due cose molto diverse. Può significare che un popolo povero non può permettersi il lusso di pagare il gas tre volte tanto per ragioni di coerenza geopolitica: e questa è una posizione che ha una sua dignità. Oppure può significare che i principi si piegano agli interessi ogni volta che è conveniente: e questa è la strada che ha percorso Orbán, con i risultati che sappiamo.
Il discrimine è sottile ma decisivo. E sarà il governo, non la vittoria elettorale, a rivelare da che parte sta Radev.
Ursula von der Leyen non aveva ancora finito di brindare alla caduta di Orbán che si è ritrovata un altro potenziale critico delle strategie europee. La reazione di Bruxelles è stata però significativamente diversa da quella con cui accolse Orbán: congratulazioni calorose, inviti al tavolo del Consiglio europeo, nessun allarme democratico. Il presidente del Consiglio Ue António Costa ha scritto: «È un piacere darti il bentornato al Consiglio europeo». Bentornato, non benvenuto: Radev era già lì, come presidente, ed era già scomodo. Ma era scomodo dall’interno del sistema, non come assediante dall’esterno.
C’è infine un dato che nessuna etichetta cattura: l’affluenza alle urne ha superato il 55%, la più alta dal 2021. In un paese stremato da otto elezioni in cinque anni, i bulgari sono andati a votare in massa. Non per un uomo forte che prometteva ordine con il pugno di ferro, ma per qualcuno che prometteva di fare pulizia in casa. È una spinta popolare dal basso, non una deriva autoritaria dall’alto.
Sofia non è Budapest. Radev non è Orbán. La Bulgaria ha vissuto anni di mafia di Stato con la faccia europeista di Borissov, e ha scelto di cambiarla con qualcuno che la chiama con il suo nome. Se questo pragmatismo sui rapporti con Mosca diventerà complicità o se resterà nell’alveo di una sovranità legittima, lo dirà il tempo.
Per ora, il giudizio più onesto è quello della sospensione: né allarme né applauso. Attenzione vigile, come si deve a chi ha appena ricevuto un mandato enorme da un popolo stanco di essere governato male.
L’ex presidente filorusso trionfa a Sofia con il 44,7% proprio mentre Orbán cade a Budapest. La tentazione del parallelo è forte. Ma sbagliata: Radev ha vinto contro la mafia di Stato, non per costruirne una. Il discrimine sarà il governo, non la vittoria.
