Washington, Teheran, Tel Aviv e le capitali del Golfo discutono il futuro del Libano. Ma nessuna stabilità sarà duratura se Beirut continuerà a essere trattata come un terreno di confronto tra potenze regionali invece che come un soggetto politico sovrano.
Il Libano è da decenni il laboratorio delle interferenze internazionali in Medio Oriente. Ogni accordo regionale promette di riportare la stabilità, ma troppo spesso finisce per rafforzare le dipendenze che alimentano la crisi. I recenti negoziati tra Stati Uniti, Iran e Israele ripropongono una domanda decisiva: chi ha il diritto di parlare a nome del Libano?
La diplomazia mediorientale vive una fase di intensa attività. L’accordo in quattordici punti raggiunto tra Stati Uniti e Iran ha riaperto canali di dialogo che sembravano irrimediabilmente compromessi dalla guerra degli ultimi mesi. Washington moltiplica le consultazioni con i partner del Golfo, mentre Riyadh viene indicata come possibile sede di nuovi incontri di riconciliazione regionale.
In questo contesto, una vicenda rischia di passare in secondo piano pur avendo una rilevanza strategica enorme: il futuro del Libano.
A Washington sono in corso colloqui che potrebbero portare a un graduale ritiro delle truppe israeliane da alcune aree occupate del sud del Paese, sostituite dall’esercito libanese. Non si tratta di una svolta storica né della soluzione definitiva di un conflitto che dura da decenni. Tuttavia rappresenta qualcosa di politicamente importante: il tentativo di restituire alle istituzioni libanesi una parte del controllo sul proprio territorio.
È un elemento che non dovrebbe essere sottovalutato.
Da troppo tempo il Libano è considerato un capitolo secondario di dispute che si svolgono altrove. Washington lo interpreta come una componente dell’equilibrio regionale. Teheran lo considera una carta negoziale nei confronti degli Stati Uniti e di Israele. Tel Aviv lo osserva soprattutto attraverso il prisma della sicurezza dei propri confini. Le monarchie del Golfo vi leggono l’espansione o il contenimento dell’influenza iraniana.
In questa partita geopolitica, Beirut rischia continuamente di scomparire.
La logica delle sfere d’influenza ha prodotto negli ultimi decenni risultati disastrosi. Il Libano continua a essere attraversato da una crisi economica devastante, da un sistema politico paralizzato, da una pressione migratoria crescente e dalla presenza di attori armati che limitano la piena sovranità dello Stato.
Tra questi, Hezbollah rappresenta il nodo centrale.
Il movimento sciita sostiene di incarnare la difesa nazionale contro Israele, ma il suo stretto legame con l’Iran rende difficile presentarlo come un attore neutrale nei processi di pace. Le proteste esplose nelle strade di Beirut contro il recente accordo israelo-libanese dimostrano quanto il tema resti divisivo. Le dichiarazioni del deputato Hassan Fadlallah, secondo cui l’attuazione dell’intesa potrebbe condurre a una guerra civile, evidenziano la profondità delle fratture che attraversano il Paese.
Il rischio è evidente: una pace negoziata all’estero potrebbe trasformarsi in un nuovo fattore di instabilità interna.
La storia recente del Medio Oriente offre numerosi esempi di accordi costruiti nelle capitali internazionali ma incapaci di radicarsi nelle società locali. La stabilità non nasce dai comunicati diplomatici né dalle fotografie ufficiali dei vertici. Nasce dalla legittimità delle istituzioni, dalla capacità dello Stato di esercitare il monopolio della forza e dalla fiducia dei cittadini.
Nessuno di questi elementi può essere importato.
Per questo motivo la comunità internazionale dovrebbe abbandonare la tentazione di parlare al posto del Libano. Francia, Stati Uniti, paesi arabi e organizzazioni internazionali possono certamente accompagnare il processo di stabilizzazione. Possono fornire garanzie, investimenti, assistenza tecnica e sostegno diplomatico. Ma non possono sostituirsi alle istituzioni libanesi.
La vera sfida non consiste nel trovare una formula negoziale tra Washington e Teheran o tra Israele e Hezbollah. Consiste nel ricostruire uno Stato libanese capace di parlare con una voce propria.
È un obiettivo più difficile, più lento e meno spettacolare delle grandi conferenze internazionali. Ma è anche l’unico che possa produrre una pace duratura.
Perché il Libano non ha bisogno di nuovi tutori. Ha bisogno di tornare a essere protagonista del proprio destino.
Ogni volta che il Libano viene trasformato in una pedina degli equilibri regionali, la sua sovranità si indebolisce e la pace si allontana. La stabilità non può essere imposta da Washington, negoziata a Teheran o garantita da Tel Aviv. Può nascere soltanto a Beirut, attraverso istituzioni credibili e una cittadinanza finalmente liberata dalla logica delle guerre per procura.
