Il Patto firmato all’Ara Pacis non è un gesto simbolico, ma una risposta concreta a un tempo segnato da guerre, polarizzazioni e paura dell’altro

In un tempo nel quale il linguaggio pubblico sembra alimentarsi quasi esclusivamente di contrapposizioni, la scena che si è svolta all’Ara Pacis di Roma appare quasi controcorrente. Quindici leader delle principali comunità religiose presenti in Italia si sono alzati uno dopo l’altro, hanno preso la penna e hanno firmato lo stesso documento. Cristiani, ebrei, musulmani, buddhisti, induisti, sikh, bahá’í. Un gesto semplice, quasi silenzioso. E proprio per questo straordinario. Non perché cancelli le differenze, ma perché dimostra che si può costruire insieme senza rinunciare alla propria identità. È questo, forse, il messaggio più forte del Patto per il dialogo: la pace non nasce dall’uniformità, ma dalla capacità di riconoscersi reciprocamente.

Viviamo un’epoca nella quale le religioni vengono spesso raccontate come fattori di conflitto. Basta accendere un telegiornale per vedere la fede associata alle guerre in Medio Oriente, al terrorismo, ai nazionalismi religiosi o alle tensioni identitarie che attraversano molte società occidentali. È una narrazione che contiene una parte di verità, ma che rischia di dimenticare un’altra realtà, molto più silenziosa e meno spettacolare: ogni giorno migliaia di comunità religiose lavorano insieme nelle periferie, nelle carceri, negli ospedali, nelle scuole, accanto ai poveri e agli immigrati, senza che questo faccia notizia.

Il Patto firmato ieri nasce proprio da questa esperienza concreta. Non è un documento scritto in fretta per rispondere all’attualità. È il frutto di tre anni di incontri, di confronti e talvolta anche di fatiche. È la dimostrazione che il dialogo autentico non consiste nel mettere tra parentesi ciò che distingue, ma nel conoscersi abbastanza da non avere più paura delle differenze.

Le parole del cardinale Matteo Zuppi colgono il cuore della questione. «Chi ascolta Dio ascolta l’altro». In questa frase è racchiusa una visione che affonda le sue radici nel Concilio Vaticano II, attraversa la storica giornata di Assisi voluta da san Giovanni Paolo II nel 1986 e arriva fino al magistero di Papa Francesco e di Papa Leone XIV. Il dialogo non è una concessione alla modernità, né un esercizio di diplomazia religiosa. È una conseguenza della fede stessa. Chi pretende di amare Dio senza imparare ad ascoltare l’altro finisce per costruirsi un dio a propria immagine.

Non è un caso che il Patto venga firmato proprio mentre il mondo sembra imboccare la direzione opposta. Le guerre in Ucraina, a Gaza, in Sudan e in altre regioni del pianeta stanno alimentando una crescente polarizzazione. Anche nelle democrazie occidentali il confronto pubblico si sta trasformando sempre più spesso in una contrapposizione permanente, dove chi la pensa diversamente non è un interlocutore ma un nemico da delegittimare.

Questa logica, inevitabilmente, finisce per contagiare anche il modo di vivere la religione. Cresce la tentazione di rinchiudersi dentro identità sempre più rigide, pensando che dialogare significhi indebolirsi o rinunciare alla propria verità.

È esattamente il contrario.

Zuppi lo ha ricordato con una formula tanto semplice quanto efficace: «Guai a pensare che l’identità sia parlare sopra gli altri». Un’identità autentica non ha bisogno di urlare. Non teme il confronto. Sa distinguere la fedeltà alle proprie convinzioni dall’arroganza di chi pretende di possedere tutta la verità.

Per questo è importante anche un’altra precisazione del presidente della Conferenza episcopale italiana. Il dialogo non coincide né con il relativismo né con il sincretismo. Anzi, ha osservato, «il sincretismo c’è quando non c’è dialogo». È un’affermazione che merita attenzione. Dialogare non significa mescolare indistintamente le religioni fino a renderle tutte uguali. Significa permettere a ciascuna di esprimere la propria ricchezza spirituale senza trasformarla in uno strumento di contrapposizione.

In fondo è questo il significato più profondo della cosiddetta “via italiana” al dialogo interreligioso. Un modello che non nasce nelle università o nei palazzi della politica, ma nella storia quotidiana di un Paese dove milioni di persone appartenenti a tradizioni religiose diverse vivono fianco a fianco, lavorano insieme, condividono gli stessi quartieri e mandano i figli nelle stesse scuole.

La firma del Patto assume così un valore che supera le stesse comunità religiose. È un messaggio rivolto alla società italiana. Mentre la politica si divide, mentre i social network trasformano ogni differenza in motivo di scontro e mentre cresce la tentazione di semplificare tutto nello schema “noi contro loro”, le religioni mostrano che è possibile percorrere una strada diversa.

Naturalmente nessun documento cambierà da solo il clima culturale del Paese. Le firme non bastano a sconfiggere il pregiudizio, l’ignoranza o l’odio. Ma ogni cammino comune comincia con un primo passo. E quello compiuto ieri all’Ara Pacis non è soltanto un gesto simbolico. È l’assunzione di una responsabilità pubblica.

Non a caso, nel pomeriggio, il Patto è stato consegnato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Quasi a ricordare che la libertà religiosa e il dialogo tra le fedi non appartengono esclusivamente alla sfera privata dei credenti, ma rappresentano uno dei pilastri della convivenza civile prevista dalla Costituzione.

Forse il valore più grande di quella firma non sta nel documento che verrà conservato negli archivi, ma nell’immagine che lascia al Paese. In un tempo in cui sembra normale alzare muri e sempre più difficile costruire ponti, vedere religioni diverse sedersi allo stesso tavolo, ascoltarsi e assumere un impegno comune ricorda che la pace non nasce dall’assenza delle differenze. Nasce dalla scelta, ogni giorno più difficile e più necessaria, di non trasformarle in motivo di inimicizia.