La “Festa dei lavoratori” del 1° maggio fu stabilita a Parigi nel 1889 durante il congresso dell’organizzazione dei partiti socialisti e laburisti europei. Prendeva spunto da uno scontro avvenuto tre anni prima a Chicago tra manifestanti e operai che passerà alla storia come il massacro di Haymarket nel quale undici persone persero la vita.

Quel giorno era stato indetto uno sciopero generale in tutti gli Stati Uniti con il quale gli operai rivendicavano migliori e più umane condizioni di lavoro. Fino a metà Ottocento non era raro che i turni arrivassero anche a 16 ore al giorno e i casi di morte sul lavoro erano abbastanza frequenti.

La Chiesa, molto vicina in quegli anni al proletariato che viveva in condizioni subumane anche in Italia nelle baraccopoli del triangolo industriale delle grandi città del Settentrione, in occasione del decimo anniversario delle Associazioni Cattoliche Lavoratori Italiani (ACLI) il 1° maggio 1955 istituì grazie a Pio XII la festa di san Giuseppe artigiano.

“Il 1° maggio – disse il Papa Pacelli – ben lungi dall’essere risveglio di discordie, di odio e di violenza, è e sarà un ricorrente invito alla moderna società per compiere ciò che ancora manca alla pace sociale. Festa cristiana, dunque; cioè, giorno di giubilo per il concreto e progressivo trionfo degli ideali cristiani della grande famiglie del lavoro”.

L’articolo 1 della nostra Costituzione dichiara che l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Insieme all’articolo 4 garantisce al cittadino la più ampia libertà di scelta del come rendersi utile al Paese in tutte le figure tradizionali del lavoro subordinato e di quello autonomo nonché in qualsiasi altra attività umana, purché in qualche modo e misura «concorra al progresso materiale o spirituale della società», quale che sia la forma contrattuale utilizzata per metterla a frutto. Ci può essere il «lavoro» di cui parlano l’articolo 1 e l’articolo 4 anche se non c’è nessun contratto. Per esempio l’attività di milioni di volontari, desiderosi soltanto di porsi gratuitamente al servizio del prossimo; il lavoro casalingo e quello dell’allevamento dei figli da parte dei genitori; il lavoro dello scrittore, del pittore o del musicista, anche quando essi non si curino di vendere i frutti della propria arte; persino la meditazione e la preghiera del monaco, che non sono — o almeno non dovrebbero essere — oggetto di mercato si possono considerare a pieno titolo «lavoro» su cui la Repubblica italiana si fonda e «lavoro» che adempie il dovere gravante su ciascun cittadino a norma del secondo comma dell’articolo 4.

L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro


Vuol dire che la nostra Repubblica assume come proprio “fondamento” non un diritto regale o nobiliare, non una “sovranità” che viene dal di fuori o da sopra, ma il contributo che ciascun cittadino dà al benessere collettivo con il suo agire personale. In questo si esprime anche il rifiuto di tutti i privilegi di casta, di classe o di ceto sociale che nel corso dei secoli passati si sono manifestati soprattutto nell’esenzione dal lavoro; e si esprime al tempo stesso la scelta di attribuire valore prioritario alla capacità e alla volontà della persona — qualsiasi persona, quali che ne siano le origini sociali, il censo, la dotazione culturale — di aprirsi al rapporto di cooperazione con i propri simili, di porsi al servizio del prossimo.
La Chiesa ha coscienza che il lavoro umano sia una partecipazione all’opera di Dio, deve permeare – come insegna il Concilio – anche le ordinarie attività quotidiane. Gli uomini e le donne, infatti, che per procurarsi il sostentamento per sé e per la famiglia, esercitano le proprie attività così da prestare anche conveniente servizio alla società, possono a buon diritto ritenere che col loro lavoro essi prolungano l’opera del Creatore, si rendono utili ai propri fratelli e danno un contributo personale alla realizzazione del piano provvidenziale di Dio nella storia.

S. Francesco d’Assisi definiva “una grazia di Dio” la capacità, la voglia e l’opportunità di lavorare.

Non considerava il lavoro come conseguenza di una condanna, ma vedeva in esso la condizione normale di una persona con la quale realizza la propria vocazione-missione umana e spirituale.

Considerava inoltre che il binomio preghiera-lavoro si intrecciasse in maniera tale da diventare un’unica realtà; infatti non parlava di preghiera e lavoro, ma di lavoro che si fa preghiera e di preghiera che è la sublimazione del lavoro cioè la trasformazione del lavoro nella dimensione fondamentale ed essenziale della vita umana, che è la relazione con Dio, appunto la preghiera. L’obiettivo del lavoro, secondo il suo pensiero, è duplice: innanzitutto tenere lontano l’ozio, che è il vero nemico dell’uomo e dell’anima, causa di perversione, spazio di mormorazioni, fonte di parassitismo e di sfruttamento degli altri e ambiente adatto per infrangere la carità. Lavorare con fedeltà per S. Francesco significava inoltre svolgere bene il proprio compito, far bene tutto ciò che c’è da fare, non limitarsi semplicemente ad abbozzare o raffazzonare il proprio lavoro o addirittura trascurarlo.

S. Francesco d’Assisi definiva “una grazia di Dio” la capacità,
la voglia e l’opportunità di lavorare.

Papa Francesco ha parlato tante volte del lavoro. Ha incontrato chi ha lavoro, chi non ne ha perché non lo ha mai avuto, chi lo ha perso, chi lo ha ritrovato improvvisamente precario. Ha parlato di lavoratori e di schiavi. Ha spiegato che il lavoro serve per valorizzare la dignità delle persone, ma può essere anche strumento potente e devastante per negare diritti e costruire marginalizzazione. Bergoglio nei suoi numerosi interventi non si è limitato solo ad appelli frutto della lunga elaborazione sul tema della dottrina sociale della Chiesa.

E’ intervenuto più volte anche sui meccanismi, che fanno crescere le diseguaglianze e di conseguenza mettono in crisi le democrazie. Papa Francesco ha criticato più volte chi ritiene il lavoro una merce, il cui valore è una variabile dipendente dai mercati finanziari e monetari e dunque va bene anche un lavoro senza diritti se ciò serve per aumentare il profitto di quelli che usano e gestiscono i lavoratori. Ha sempre legato strettamente lavoro e consumo, denunciando che minor tutele e maggior sfruttamento non fanno da volano all’economia, ma solo all’ingiustizia e aumentano la massa sul lungo periodo degli esclusi che busseranno al sistema del welfare, con il rischio di farlo crollare, dove c’è, e con il rischio di rivolte sociali, dove manca.

Bergoglio più volte ha parlato di “lavoro dignitoso”, al Parlamento europeo ha usato un’espressione singolare, che affida al lavoro quasi una funzione sacramentale, spiegando che è il lavoro che “unge di dignità una persona”. Il lavoro è come il crisma, l’olio santo, che sigilla e imprime il carattere.

E’ come la fede: un dono e un dovere.

Fra AMAB