La storia dell’agente di polizia locale Francesco Imprezzabile riapre una domanda scomoda: fino a che punto una società riconosce il valore di chi ogni giorno rischia la vita per garantire legalità e sicurezza?


Non era un eroe da copertina. Non cercava medaglie né applausi. Era uno di quei servitori dello Stato che ogni mattina indossano una divisa e si mettono in strada sapendo che potrebbero non tornare a casa. Francesco Imprezzabile, trentanove anni, è morto inseguendo un SUV che aveva forzato un posto di blocco. È morto facendo esattamente ciò che aveva scelto di fare: proteggere gli altri.

La morte di Francesco Imprezzabile ha il volto amaro delle tragedie che sembrano appartenere a un altro mestiere. Quando si pensa ai caduti in servizio vengono in mente poliziotti, carabinieri, finanzieri. Più raramente si pensa agli agenti della polizia locale. Eppure la strada non fa differenze. Il pericolo non distingue i colori delle uniformi. Una moto lanciata nella notte dietro un’auto in fuga è una sfida alla morte per chiunque la affronti.

In quei pochi chilometri tra Ponte Lambro e Peschiera Borromeo si è consumata una vicenda che racconta molto dell’Italia contemporanea. Da una parte due uomini che, secondo gli investigatori, viaggiavano a bordo di un SUV con targa clonata e che hanno scelto di sottrarsi a un controllo. Dall’altra un agente che ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.

La differenza sta tutta lì: nella scelta.

Francesco Imprezzabile aveva raccontato più volte sui social il senso profondo del proprio lavoro. Non il gusto dell’adrenalina, non il fascino dell’inseguimento, ma il valore della responsabilità. “Indossare questa divisa non è solo un lavoro, è una responsabilità”, aveva scritto poche settimane fa. Parole che oggi assumono il peso di un testamento morale.

Viviamo in un tempo in cui l’autorità viene spesso contestata, ridicolizzata, talvolta perfino odiata. La figura dell’agente di strada è diventata per alcuni il simbolo di uno Stato percepito come nemico. Così un posto di blocco non viene più vissuto come una normale verifica di legalità ma come un ostacolo da aggirare, una sfida da vincere, un fastidio da evitare a qualsiasi costo.

Eppure la civiltà comincia proprio da lì: dal rispetto di una paletta alzata.

Se qualcuno fugge da un controllo, costringe altri uomini e donne a inseguirlo. Se qualcuno trasforma una strada in una corsa disperata, trasferisce il rischio sugli agenti e sui cittadini innocenti. Ogni fuga è una catena di responsabilità che si allunga ben oltre il momento iniziale.

Per questo la vicenda di Milano non riguarda soltanto la dinamica di un incidente che la magistratura dovrà chiarire. Riguarda una cultura. Riguarda il rapporto tra libertà e responsabilità. Riguarda l’idea stessa di convivenza civile.

Colpisce la biografia di Francesco. Siciliano d’origine, anni trascorsi nel mondo della sicurezza privata, poi il concorso, lo studio, la preparazione, l’ingresso nella polizia locale. Un sogno conquistato tardi, ma con ostinazione. Non era arrivato in divisa per caso. Ci era arrivato perché lo voleva davvero.

Nelle sue parole emerge una concezione quasi vocazionale del servizio pubblico. Una parola che oggi appare fuori moda ma che spiega molto. Vocazione significa sentirsi chiamati a qualcosa che supera il semplice stipendio. Significa credere che il proprio lavoro abbia un significato per gli altri.

Forse è per questo che la frase pronunciata dal comandante Gianluca Mirabelli suona tanto dolorosa quanto autentica: “Forse amava troppo il suo lavoro”. Non è un rimprovero. È il riconoscimento di una dedizione totale.

La politica e le istituzioni hanno il dovere di interrogarsi. Non basta celebrare gli agenti quando cadono. Occorre garantire loro mezzi adeguati, formazione continua, tutela giuridica e sostegno umano. Ma anche la società deve fare la propria parte. Perché la sicurezza non nasce soltanto dalle leggi. Nasce dal rispetto delle regole condivise.

Alla fine resta l’immagine di una moto nella notte e di un uomo che aveva scelto di esserci. Non sappiamo ancora se vi sia stato un contatto con il SUV, uno speronamento o una tragica perdita di controllo. Sappiamo però una cosa certa: Francesco Imprezzabile non stava scappando. Stava inseguendo.

E in questa differenza, apparentemente semplice, si misura la distanza tra chi considera la legge un ostacolo e chi la considera un servizio.


Le indagini accerteranno responsabilità penali e dinamica dell’incidente. Ma una verità è già evidente: Francesco Imprezzabile è morto perché qualcuno ha deciso di non fermarsi. E ogni volta che una divisa cade nell’adempimento del proprio dovere, una comunità intera dovrebbe chiedersi non soltanto come sia accaduto, ma quale idea di legalità stia costruendo per il proprio futuro.