Cambia la definizione di “colpa grave” e saltano condanne per centinaia di migliaia di euro. Ma il danno alle casse pubbliche resta tutto sulle spalle dei cittadini
Immaginate di affidare a qualcuno la gestione dei vostri risparmi. Quella persona commette errori, spreca denaro o non controlla come vengono spesi i soldi. Un giudice stabilisce che deve risarcire il danno. Poi, però, cambia la legge e quel risarcimento viene cancellato. I soldi perduti restano perduti, ma nessuno li restituisce. È più o meno ciò che sta accadendo in Italia dopo la riforma della responsabilità contabile voluta dal ministro Tommaso Foti. Una riforma tecnica, poco discussa dall’opinione pubblica, ma che sta già producendo effetti molto concreti: decine di amministratori e funzionari pubblici vedono annullate o ridotte le condanne per danno erariale. E il conto, come spesso accade, resta a carico dei contribuenti.
Che cosa è cambiato?
Per capire la questione bisogna partire da un concetto semplice: la Corte dei conti può chiedere a un amministratore pubblico di risarcire un danno causato alle casse dello Stato o di un Comune quando il suo comportamento è caratterizzato da “colpa grave”.
In parole povere: non basta aver commesso un errore. Bisogna aver agito con una negligenza particolarmente evidente e inescusabile.
La riforma Foti ha ristretto ulteriormente questa definizione. Oggi per dimostrare la colpa grave occorre provare una violazione molto più evidente e manifestamente ingiustificabile delle norme.
Tradotto in linguaggio comune: diventa più difficile chiedere conto a chi ha amministrato male il denaro pubblico.
Il caso di Terni
Gli effetti si vedono già. A Terni due sentenze di condanna sono state annullate in appello.
La prima riguardava circa 360 mila euro di contributi pubblici concessi per un progetto di biotecnologie. I giudici hanno confermato che esistevano irregolarità e che i presupposti per ottenere quei fondi non erano corretti. Tuttavia, alla luce della nuova legge, non hanno ritenuto dimostrata quella forma di colpa grave oggi richiesta per condannare gli amministratori.
La seconda riguardava 250 mila euro di Tari mai riscossa. Anche qui la Corte ha riconosciuto problemi nella gestione amministrativa, ma ha concluso che non era possibile dimostrare la nuova e più rigorosa definizione di responsabilità.
Risultato: circa 610 mila euro di risarcimenti sono svaniti.
Non perché il denaro sia ricomparso magicamente nelle casse pubbliche, ma perché non c’è più nessuno tenuto a restituirlo.
Il problema del messaggio
I sostenitori della riforma spiegano che amministratori e funzionari vivono spesso nella paura di firmare atti per il rischio di essere perseguiti anni dopo dalla Corte dei conti.
È il cosiddetto fenomeno della “paura della firma”.
Secondo questa tesi, alleggerire la responsabilità favorisce decisioni più rapide e una pubblica amministrazione più efficiente.
Gli oppositori vedono invece un rischio opposto.
Se diventa sempre più difficile individuare responsabilità personali, il confine tra errore scusabile e cattiva amministrazione rischia di diventare molto sfumato.
E quando il denaro pubblico viene speso male o non viene recuperato, qualcuno dovrà comunque farsene carico.
Quel qualcuno è il contribuente.
Dal Comune ai casi più gravi
La questione non riguarda soltanto sindaci e assessori.
Tra i beneficiari delle nuove norme figurano anche dipendenti pubblici e funzionari coinvolti in vicende ben più drammatiche.
Uno dei casi più discussi riguarda un incidente stradale avvenuto sulla via del Mare, vicino Roma, nel quale persero la vita quattro persone. L’autista di un alto ufficiale era stato condannato a risarcire una parte dei danni sostenuti dallo Stato per indennizzare le famiglie delle vittime.
Con l’applicazione della nuova normativa il risarcimento è stato ridotto dell’80%.
La differenza economica non scompare. Cambia soltanto chi la sopporta.
Una scelta politica
Ogni riforma della giustizia riflette una scelta politica.
Quella introdotta dal governo punta chiaramente a proteggere maggiormente chi amministra la cosa pubblica dal rischio di responsabilità personali.
È una scelta legittima e discutibile al tempo stesso.
Da una parte c’è l’esigenza di evitare che la burocrazia si paralizzi per il timore delle conseguenze giudiziarie.
Dall’altra c’è il principio che chi gestisce soldi pubblici dovrebbe rispondere dei propri errori quando questi producono danni significativi.
Il punto delicato è trovare l’equilibrio tra queste due esigenze.
La riforma Foti non cancella gli errori amministrativi. Non restituisce i soldi perduti ai Comuni. Non riempie le casse pubbliche svuotate da decisioni sbagliate. Semplicemente rende più difficile attribuire una responsabilità personale. Per alcuni è una liberazione dalla paura della firma. Per altri è un colpo alla cultura della responsabilità. Di certo una cosa non cambia: quando il denaro pubblico scompare, non sparisce davvero. Alla fine resta sempre il conto da pagare. E quel conto arriva puntualmente nelle tasche dei cittadini.
