La Germania investe nella produzione di armamenti insieme a Israele e Ucraina. Dietro la strategia industriale riaffiorano le contraddizioni della memoria europea
Pecunia non olet, il denaro non puzza. L’antico adagio latino sembra tornato di moda nella nuova Europa delle guerre. Se per decenni la Germania ha costruito la propria identità internazionale sul pacifismo, sulla memoria storica e sulla responsabilità derivante dalla tragedia della Shoah, oggi Berlino si scopre protagonista di una corsa agli armamenti che coinvolge due dei teatri più caldi del pianeta: l’Ucraina e il Medio Oriente. L’obiettivo dichiarato è produrre missili da crociera a basso costo insieme ad aziende ucraine e israeliane. Quello meno dichiarato è garantire alla Germania un ruolo centrale nella nuova economia della difesa che sta emergendo dalle macerie di due guerre.
La svolta tedesca
Per anni la Repubblica Federale ha coltivato l’immagine della potenza civile. Dopo il 1945 la memoria del nazismo e della Shoah aveva trasformato la prudenza militare in una componente essenziale dell’identità nazionale.
Oggi quel paradigma appare definitivamente superato.
La guerra in Ucraina ha accelerato una trasformazione già in corso. Berlino ha aumentato la spesa militare, rilanciato la propria industria della difesa e assunto un ruolo sempre più attivo nelle questioni strategiche europee.
L’ultima tappa di questo percorso è il dialogo avviato dal ministero della Difesa con la società ucraina Fire Point e con Covenant, startup israelo-americana specializzata nello sviluppo di sistemi missilistici a basso costo.
L’idea è semplice: produrre armamenti più economici, numerosi e facilmente impiegabili nei conflitti moderni, dove spesso conta più la quantità della sofisticazione tecnologica.
Dalla colpa alla ragion di Stato
La Germania contemporanea continua giustamente a considerare la Shoah il punto centrale della propria memoria storica. Da decenni il rapporto speciale con Israele rappresenta una delle colonne portanti della politica estera tedesca.
Tuttavia la memoria non è mai neutrale.
Molti osservatori nel mondo arabo accusano Berlino di aver trasformato il senso di colpa per i crimini commessi contro gli ebrei europei in un sostegno quasi automatico alle scelte strategiche dei governi israeliani, anche quando queste risultano controverse sul piano internazionale.
È una critica che i dirigenti tedeschi respingono, ma che continua a riemergere ogni volta che la Germania rafforza la cooperazione militare con Tel Aviv.
Il paradosso è evidente: il Paese che ha fatto della memoria dell’Olocausto una bussola morale si ritrova oggi coinvolto nella produzione di sistemi d’arma destinati a un contesto regionale segnato da accuse reciproche, crisi umanitarie e conflitti permanenti.
L’economia della guerra
Al di là delle questioni morali, il progetto risponde a una logica economica molto concreta.
La guerra in Ucraina ha mostrato che i conflitti contemporanei consumano quantità enormi di missili, droni e munizioni. Le scorte occidentali si sono rivelate insufficienti e i costi di molti sistemi d’arma tradizionali sono diventati proibitivi.
Nasce così il mercato dei missili “economici”: strumenti meno costosi, prodotti su larga scala e adatti a guerre di attrito prolungate.
Per la Germania si tratta di un’opportunità industriale gigantesca. La difesa è tornata a essere uno dei settori più redditizi dell’economia europea e Berlino non intende restarne ai margini.
La morale continua a occupare i discorsi ufficiali. I contratti, invece, seguono la logica degli interessi.
Un nuovo asse strategico
L’aspetto più interessante dell’iniziativa è forse la nascita di una filiera transnazionale della guerra.
Tecnologia israeliana, esperienza operativa ucraina, capacità finanziaria e industriale tedesca. Tre realtà profondamente diverse che convergono attorno a un obiettivo comune: produrre armamenti più rapidamente e a costi inferiori.
È il volto della nuova globalizzazione militare.
Non più grandi programmi multinazionali lunghi decenni, ma partnership flessibili tra aziende e governi capaci di adattarsi velocemente alle esigenze del campo di battaglia.
La guerra diventa così non solo una questione geopolitica, ma anche una piattaforma di innovazione industriale.
L’Europa che cambia
Per molti versi questa vicenda racconta una trasformazione più ampia.
L’Europa che per anni ha esportato regole, diritto internazionale e diplomazia sta progressivamente riscoprendo il linguaggio della potenza. La Germania ne è il simbolo più evidente.
Il Paese che un tempo si interrogava ossessivamente sui limiti morali dell’uso della forza oggi discute di produzione missilistica, deterrenza e capacità offensive. Non perché abbia dimenticato il proprio passato, ma perché ritiene che il nuovo disordine mondiale richieda strumenti diversi.
Resta però una domanda aperta: fino a che punto la memoria può continuare a fungere da fondamento etico quando viene costantemente subordinata alla ragion di Stato e agli interessi strategici?
La Germania del dopoguerra aveva promesso al mondo che dalla tragedia della Shoah sarebbe nata una politica fondata sulla responsabilità e sulla prudenza. La Germania del 2026 firma accordi per produrre missili insieme a Israele e Ucraina. Forse sono entrambe figlie della stessa storia. Ma mentre i governi parlano di sicurezza, deterrenza e valori occidentali, gli industriali della difesa vedono soprattutto un’altra cosa: un mercato in espansione. E, come insegnavano i romani, il denaro continua a non avere odore, nemmeno quando passa attraverso le fabbriche di missili.
