Il 20 giugno 2026 Papa Leone XIV ha visitato Pavia e Sant’Angelo Lodigiano: dalla tomba di Sant’Agostino al Cuore di Santa Francesca Cabrini, patrona dei migranti.

Nel pomeriggio del 20 giugno 2026 Leone XIV ha compiuto una densa visita pastorale a Pavia e a Sant’Angelo Lodigiano. Il primo Pontefice nordamericano e agostiniano ha ricongiunto, nello spazio di poche ore, il ritorno all’interiorità insegnato da Sant’Agostino e lo slancio missionario di Santa Francesca Cabrini, la «madre dei migranti» nata in terra lodigiana e morta a Chicago, sua città natale.

Tra il Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica, la Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le reliquie di Sant’Agostino, la Piazza Vittoria gremita di cittadini e la parrocchia che venera il Cuore di Santa Cabrini, raccontiamo la giornata del Papa sui passi degli orari e dei luoghi, dando voce anche ai Pastori e ai Sindaci che lo hanno accolto.

Il cuore inquieto

C’è una geografia dell’anima che non coincide con quella delle carte. Quando, poco dopo le tredici, l’elicottero pontificio si è levato dall’eliporto vaticano puntando a settentrione, verso la pianura lombarda indorata dal sole di giugno, Leone XIV non lasciava soltanto Roma per Pavia: cominciava un pellegrinaggio del cuore, nel senso più agostiniano e dunque più suo. Perché l’uomo che oggi siede sulla cattedra di Pietro è, prima ancora, un figlio di Sant’Agostino; e tornare alla tomba del Vescovo d’Ippona significa per lui rientrare in una casa.

Alle 14.39 l’elicottero ha toccato il campo da rugby del CUS di Cravino. Ad accoglierlo, accanto al Vescovo monsignor Corrado Sanguineti, le autorità del territorio: il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, il prefetto Francesca De Carlini, il sindaco Michele Lissia, il presidente della Provincia Giovanni Palli. La prima sosta, però, non è stata in una chiesa, ma là dove la scienza si china sul corpo ferito: il Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica, dove fasci di particelle inseguono il male cellula per cellula. Il Papa ha stretto le mani dei medici e dei dirigenti, e soprattutto di alcuni bambini in cura, con i loro genitori. Non è un dettaglio di cronaca: è già teologia. «Ad ogni sapere corrisponde una forma di cura», dirà più tardi; e qui, tra le apparecchiature dell’adroterapia e gli occhi dei piccoli malati, la cura aveva il volto concreto della medicina posta al servizio della vita, e non del profitto.

Alle 15.45 il pellegrino è giunto al convento dei Padri Agostiniani, accolto dal Priore Generale dell’Ordine, padre Joseph Farrell, dal Provinciale padre Gabriele Pedicino e dal Priore del convento padre Gianfranco Casagrande. Nel chiostro ha salutato i Vescovi lombardi; poi, alle 16.15, è entrato nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, lo scrigno che dal secolo VIII custodisce le reliquie del Dottore della Grazia.

Le parole di benvenuto di padre Farrell hanno avuto l’accento commosso del ritorno. «Abbiamo Sant’Agostino per padre e la Chiesa per madre»: sono — ha ricordato il Priore Generale — le stesse parole che proprio Robert Francis Prevost, allora alla guida dell’Ordine agostiniano, rivolse a Benedetto XVI in questa medesima basilica il 22 aprile 2007. «Eccoci qui, diciannove anni dopo», ha aggiunto, misurando in quell’intervallo il cammino di una vita. Ha rammentato gli appuntamenti che si avvicinano: il 2027, settimo centenario dell’affidamento delle reliquie di Agostino alla custodia dell’Ordine; il 2030, sedicesimo centenario della morte del santo, avvenuta in Ippona — l’odierna Annaba, che il Papa ha visitato lo scorso aprile — nel 430. E ha indicato le candele che ardono intorno all’Arca marmorea: ciascuna fiamma, ha detto, è un volto della grande famiglia agostiniana, è l’unico cuore che unisce l’umanità nel suo pellegrinare verso Dio. Citando le Confessioni, ha pregato con le parole stesse del santo: «Da’, o Signore, quel che comandi e comanda quello che vuoi».

Anche il Vescovo Sanguineti aveva accolto il Successore di Pietro come uno di casa. Questa, ha detto, è una Chiesa antica: il primo vescovo San Siro affonda nel IV secolo, e già prima di lui, nella Castrum Ticinum di fondazione romana, viveva una comunità cristiana, tanto che — secondo la Vita di San Martino scritta da Sulpicio Severo — proprio qui il giovane Martino iniziò il suo catecumenato. Ma è soprattutto una Chiesa viva, plasmata dal Cammino Sinodale, che ha imparato uno stile di discernimento e la corresponsabilità dei laici. L’ultima parola del Vescovo è stata un’esortazione evangelica: «prendere il largo».

Nell’omelia, il Papa ha preso le mosse dalla Prima Lettera di Pietro, che chiama «pietre vive» i discepoli del Signore. Come si può, oggi, qui a Pavia, essere Chiesa viva? La risposta è una sola: restare uniti a Cristo, pietra angolare scartata dagli uomini e scelta da Dio. Tutto il resto — le strutture, le sicurezze del passato, le mille urgenze pastorali — va ricondotto al centro, pena la dispersione. E il centro, per un agostiniano, ha un nome interiore. Citando il De vera religione, Leone XIV ha consegnato alla sua Chiesa il programma di una vita intera: «Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: la verità abita nell’uomo interiore». È il primo dei due movimenti del cuore, il ritorno. In un tempo di frammentazione e di fretta — ha osservato — il bisogno di rientrare in sé stessi riaffiora soprattutto negli interrogativi dei più giovani. Solo chi ha ritrovato il centro può poi irradiarlo.

Alle 17 il Papa ha lasciato la basilica e ha raggiunto Piazza Duomo. Sul sagrato lo attendevano i bambini, con l’omaggio floreale, e la comunità latinoamericana in festa; dentro la Cattedrale ha sostato in adorazione e davanti all’altare di San Siro, primo vescovo e patrono. Poi, a piedi, verso Piazza Vittoria — l’antica Piazza Grande —, dove alle 17.30 lo attendeva la cittadinanza, sotto lo sguardo della Madonna che le dà il nome.

Il sindaco Michele Lissia ha parlato di Pavia come «città della conoscenza», che ogni giorno studia, cura, insegna e innova, ma che proprio per questo avverte il richiamo posto dal Papa al centro dell’enciclica Magnifica Humanitas: il progresso, la tecnica, l’intelligenza artificiale non possono prescindere dalla domanda sulla sorte dell’uomo. «Una città che produce conoscenza deve chiedersi per chi la produce», ha detto; e ha rivendicato per Pavia il titolo di «città di pace», in un tempo segnato da guerre e da immagini di distruzione che si credevano relegate al passato — pace come scelta politica e morale, che mette la vita umana prima del potere, dell’interesse, della logica delle armi.

Monsignor Sanguineti, dal canto suo, ha offerto al Papa una sintesi luminosa: i due santi che custodiscono Pavia — San Siro e Sant’Agostino — indicano due dimensioni inseparabili. San Siro, che una tarda tradizione identifica nel fanciullo dei cinque pani e dei due pesci, rimanda alla carità, all’attenzione per i più fragili, «dal bimbo concepito nel grembo della madre all’uomo che affronta il momento terminale». Sant’Agostino, genio del dialogo tra fede e ragione, rappresenta la carità intellettuale, la cultura come umanesimo aperto alla trascendenza e a Dio.

E il Pontefice ha fatto della città il suo tema. Civitas, ha ricordato, dice insieme un luogo e una condizione umana: «i cittadini sono sempre concittadini», e ciò che è di tutti rischia di diventare di nessuno quando l’indifferenza disgrega la comunità. Ha invitato ciascuno a ripetere dentro di sé un proposito civile: mi interessa la nostra città. Ha lodato l’illustre tradizione accademica pavese — «promuovere le scienze significa promuovere l’uomo», che deve restare sempre protagonista delle proprie ricerche — e ha riannodato fede e ragione nel modo che ad Agostino è più caro: «Non si può credere senza pensare, né illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede». Così la ragione «non si chiude in logiche di profitto o di dominio», ma scopre nuovi modi di prendersi cura del mondo. La croce dello stemma cittadino, ha concluso, non è semplice fregio araldico ma sintesi culturale: la storia di Pavia è ancorata all’amore cristiano. Prima di lasciare la piazza, il Papa ha affidato la città alla Madonna di Piazza Grande.

Ma il giorno custodiva il suo secondo movimento. Alle 18.45 l’elicottero si è rialzato da Cravino e, dieci minuti più tardi, è disceso sullo stadio «Carlo Chiesa» di Sant’Angelo Lodigiano, dove attendevano il Vescovo di Lodi monsignor Maurizio Malvestiti e il sindaco Cristiano Devecchi. Qui non si trattava più di ritornare al centro, ma di seguire un cuore che era partito fino agli estremi confini della terra.

Monsignor Malvestiti ha intessuto un saluto di rara densità. Ha evocato San Bassiano, primo vescovo dell’antica Laus Pompeia, amico di Ambrogio e forse di Agostino neofita, e l’antico elogio: ubi Petrus, ibi Bassianus. Ha ricordato che Francesca Cabrini nacque a Sant’Angelo nel 1850, fondò a Codogno le Missionarie del Sacro Cuore di Gesù e, in obbedienza a Leone XIII, partì per le Americhe a dedicarsi eroicamente ai migranti, fino a morirne madre e patrona, a Chicago, nel 1917. E ha colto due coincidenze che hanno il sapore della Provvidenza: era un 20 giugno — come oggi — quando san Giovanni Paolo II visitò Lodi, nel 1992; e Papa Francesco, già nel 2022, aveva ricordato la «parentela spirituale» che lo legava a questa terra, per via di quel don Enrico Pozzoli, missionario lodigiano, che lo battezzò. Il Vescovo ha infine auspicato la beatificazione di Giancarlo Bertolotti, medico esemplare nella difesa della vita nascente, le cui spoglie riposano in quella chiesa.

Davanti alla reliquia del cuore di madre Cabrini, portata dalla Casa-madre di Codogno, il Papa ha pronunciato parole che avevano il calore di una confidenza. È qui — ha detto — per rendere omaggio alla prima Santa degli Stati Uniti d’America, nata in questo borgo e morta «a Chicago, la mia città natale». Il cerchio si chiudeva: il primo Papa statunitense rendeva onore alla prima santa statunitense, ricongiungendo nel proprio sangue le due rive di un oceano. Ha rievocato la scelta decisiva di quella donna audace, che volle fosse il Papa a indicarle la rotta: e Leone XIII fu netto — «Non all’oriente, ma all’occidente» —, verso le moltitudini di emigrati italiani in America, come già le aveva suggerito san Giovanni Battista Scalabrini. Cabrini sognava la Cina, sulle orme di Francesco Saverio; comprese invece che il sogno andava realizzato là dove più grande era il bisogno. E quel «segno» — il fenomeno migratorio — interpella oggi la Chiesa in forme nuove e più aspre. Leone XIV ha così legato la propria Esortazione Dilexi te, sull’amore verso i poveri, all’ultima Enciclica di Papa Francesco, Dilexit nos, sull’amore umano e divino del Cuore di Cristo: perché è quel Cuore, e non un generico filantropismo, il vero motore dell’opera cabriniana. «Nessun lavoro sarà troppo difficile, nessuna terra troppo lontana, nessuna persona troppo ferita per l’amore del Cuore di Gesù», scriveva la santa. E il Papa ha rivolto un appello soprattutto ai giovani: conoscete madre Cabrini, leggetene le lettere e i diari; la sua anima era insieme contemplativa e attiva, fedele al motto paolino che aveva scelto, «Tutto posso in Colui che mi dà la forza».

Ecco i due movimenti ricongiunti. Agostino insegna a tornare dentro — «non uscire fuori di te» —; Cabrini testimonia che proprio da quel di dentro si parte per i confini del mondo, perché «nessuna terra è troppo lontana». Non sono due spiritualità, ma la sistole e la diastole di un solo cuore, quello di Cristo, da cui tutto attinge e a cui tutto ritorna. Che a ricongiungerli, nello spazio di un solo pomeriggio di giugno, sia stato un frate agostiniano nato a Chicago — la città dove si spense la madre dei migranti — non è una curiosità pittoresca: è la forma stessa di una vocazione.

Alle 19.45 l’elicottero ha ripreso il volo verso Roma, atterrando in Vaticano poco dopo le 21. Sotto, la pianura lombarda tornava all’ombra. Ma sull’Arca di Agostino e sulla reliquia di Cabrini le fiamme continuavano ad ardere: segno discreto e tenace di quel cuore inquieto che — lo sapeva bene il Vescovo d’Ippona — non trova pace finché non riposa in Dio.

Pellegrino di pace nella terra che custodisce il suo padre spirituale, l’agostiniano Leone XIV ha attraversato Pavia e Sant’Angelo Lodigiano: dalla tomba di Sant’Agostino, che insegna a tornare nell’uomo interiore, al Cuore di Santa Francesca Cabrini, che spinse una donna fino agli estremi confini del mondo. Due movimenti, un solo Amore.