Non è politica estera: è un duello di orgogli feriti combattuto a colpi di post. Ma dietro l’onore offeso c’è una scelta di campo — e di amici — che l’Italia paga cara.
Tre post in ventiquattro ore, un nome storpiato in «Gigiorgia» e un «no grazie» che chiude ogni porta. Donald Trump torna ad attaccare Giorgia Meloni — «mi ha implorato una foto», «vuole tornare amica per risalire nei sondaggi» —; la premier replica per l’«ultima volta» («la mia popolarità non la riguarda») e invoca l’«unità dell’Occidente». Ma lo spettacolo, più che una crisi diplomatica, somiglia a un duello d’onore. E ha radici antiche.
La singolar tenzone
Tre messaggi in ventiquattro ore, uno sgarbo che insegue l’altro, un nome storpiato e il colpo di grazia: «No grazie!!!». Donald Trump e Giorgia Meloni si battono in duello su Truth e su Instagram, in favor di social, mentre il mondo osserva quello spettacolo che la stessa premier — ormai disarmata — definisce «non all’altezza del nostro compito». E in effetti non lo è, perché ciò a cui assistiamo non è politica estera: è una tenzone d’onore. La materia del contendere non è l’interesse delle nazioni, ma chi abbia implorato chi, di chi calino i «numeri», quale dei due possa fare a meno dell’altro.
Platone, nell’ottavo libro della Repubblica, aveva un nome per la forma di governo in cui la ragione abdica e a comandare resta il thymós — l’impeto, la sete di onore e di vittoria: la chiamava timocrazia. Il timocratico è competitivo, permaloso, sprezzante, innamorato della propria reputazione assai più che del bene comune; non è uomo di ragionamento, ma di gara. È il primo gradino della decadenza, quello in cui la città comincia a somigliare a una palestra e a una caserma. La nostra epoca ne ha prodotto una variante inedita: una timocrazia digitale, in cui l’onore non si misura più in trofei ma in follower, in like, in viralità — «+100mila su Instagram» —, e la disfida si combatte a colpi di post. Matteo Renzi, con involontaria precisione filosofica, l’ha chiamata «litigi da asilo»: ecco il thymós senza l’auriga della ragione, il cavallo imbizzarrito che trascina via il carro dell’anima.
Si dice che all’origine di tutto ci sia un dito. Un video del G7 di Evian — diffuso, pare, senza il placet americano — mostra Meloni che gesticola e punta l’indice verso Trump, nell’atto di chi spiega, corregge, ammaestra. È diventato virale negli Stati Uniti, soprattutto fra gli elettori democratici, con un sottotitolo implicito insopportabile all’anima timocratica: comanda lei. Da qui, forse, la rappresaglia. Perché il timocratico tutto sopporta, tranne l’immagine della propria subalternità.
Ma basta togliere la maschera del duello perché appaia la verità: non è uno scontro tra pari, è il signore che ricorda al vassallo la gerarchia. Trump rinfaccia all’Italia il «no» all’uso delle basi — il rifiuto, a fine marzo, di far atterrare a Sigonella i caccia americani —, il mancato allineamento nella guerra con l’Iran, le «centinaia di miliardi» che gli Stati Uniti spenderebbero per difendere i «cosiddetti alleati». È il lessico del padrone che redarguisce il cliente moroso. Il problema, allora, non sono i modi di Meloni: è la politica estera di Washington, e la subalternità di un’Italia che ha scelto di reggere il moccolo all’impero. L’amico di Trumo Paolo Zampolli lo dice in un’intervista a Repubblica senza giri di parole: quel post «è la linea ufficiale dell’amministrazione», «una chiara rottura». Caduta l’investitura, cade anche il favorito.
Perché di investitura si è trattato. Giorgia Meloni ha scelto male i suoi amici, e li ha scelti da lontano. Già all’opposizione frequentava i raduni e le convention della destra americana, le stesse sale dove l’industria della guerra è di casa e l’economia degli armamenti viene celebrata quasi come una liturgia. Si era fatta araldo europeo del trumpismo, sognando di essere la pontiera tra la Casa Bianca e un’Europa diffidente. Voleva essere puntellata da lui; e lui, per una stagione, l’ha puntellata. Poi ha tolto il sostegno, e chi viveva di un’investitura altrui si è ritrovato in piedi sul nulla. È la sorte di chi fonda la propria statura non sulle proprie radici, ma sull’ombra di un protettore.
C’è un episodio che riassume l’intero computo di questa subalternità. Per compiacere Washington, il governo Meloni ha lasciato cadere, alla fine del 2023, il Memorandum sulla Via della Seta che il governo Conte aveva firmato nel 2019 — l’Italia era l’unico Paese del G7 ad avervi aderito. Si è bruciato un ponte verso Oriente per ingraziarsi l’Occidente. E quale vantaggio ne ha tratto l’Italia? Nessuno che si veda a occhio nudo. La matematica del vassallaggio è impietosa: rinunci alla tua autonomia e ricevi in resto il disprezzo del padrone che hai voluto compiacere.
In fondo, questa singolar tenzone è la civitas terrena in miniatura. Sant’Agostino fondava la città terrena sull’amor sui usque ad contemptum Dei, l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio — e, qui, anche dell’altro —, e ne additava il motore nella libido dominandi, la brama di dominio che spinge gli uomini a cercare la gloria gli uni dagli altri anziché da Dio. Ciò che i Padri chiamavano vanagloria — kenodoxía, il più sottile dei vizi, quello che sa travestirsi persino da virtù — qui si maschera da arte di governo. Ma l’onore che riposa su una fotografia, su una pacca sulla spalla, sul favore di un potente, è l’idolo più fragile che ci sia: dura quanto l’umore di chi lo concede. La gloria vera — di una persona come di una nazione — non si mendica accanto al trono altrui: si fonda sulla giustizia e sul servizio al bene comune. «L’Italia resta una nazione sovrana», ha scritto Meloni. È vero. Ma una nazione davvero sovrana non ha bisogno della foto di un padrone per sentirsi tale; e il giorno in cui lo capirà, il duello finirà — non perché qualcuno avrà vinto, ma perché qualcuno avrà finalmente smesso di giocare.
Da Platone a sant’Agostino: quando a governare resta il thymós, la potenza si fa capriccio e l’alleanza vassallaggio. E resta la domanda: dalla Via della Seta a oggi, quale vantaggio per l’Italia?
