Nello stesso giorno in cui i maturandi commentano Calabresi e la fatica «passata di moda», un campione ventenne è sfiorato dal gossip mentre gioca i Mondiali. Tre fatti lontani, un’unica domanda: quali modelli abbiamo consegnato ai giovani, e come ci siamo arrivati.

Ci sono giorni in cui la cronaca scrive da sola la traccia d’esame. Mentre i maturandi del 2026 si misurano con Mario Calabresi e con una parola che lui dice scomparsa dal vocabolario — fatica —, sui campi dei Mondiali corre uno dei suoi simboli più puri: Lamine Yamal, ventenne, già idolo, già ricchissimo. E intorno a lui, in queste stesse ore, si gonfia una tempesta di gossip. Non sappiamo se le indiscrezioni siano vere; non esistono conferme. Ma anche solo come ipotesi, quel racconto e quella traccia, letti insieme, ci consegnano lo stesso interrogativo: che modelli di vita abbiamo dato alla Generazione Z? E come ci siamo arrivati?

La parola uscita dal vocabolario

Mario Calabresi — giornalista e scrittore, figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso nel 1972 in una delle pagine più laceranti degli anni di piombo; già direttore de La Stampa e di Repubblica, oggi fondatore della podcast company Chora Media —, nel brano del suo Alzarsi all’alba (Mondadori, 2025) scelto per la Maturità, mette il dito su una sparizione. Non quella della fatica come pratica — di fatica vera, anzi, ce n’è ancora moltissima, e tutta scaricata su chi si alza all’alba — ma quella della fatica come valore: dedizione, costanza, pazienza, tenacia. La convinzione, scrive, che non esistano scorciatoie e che, se esistono, siano un inganno. È da qui che conviene partire. Perché i modelli di vita che la Generazione Z respira come aria sono esattamente la celebrazione pubblica della scorciatoia. E i Mondiali, che in questi giorni accendono il pianeta, ne sono il tempio più luminoso: producono adolescenti milionari, ragazzini idolatrati prima ancora di diventare uomini.

Un caso che vale come parabola, prima ancora che come notizia

Proprio in questi giorni, attorno a uno di quei ragazzini-prodigio, si è gonfiata una vicenda che — va detto subito e con nettezza — resta tutta al condizionale. Secondo le indiscrezioni diffuse da Fabrizio Corona sul suo canale «Falsissimo» — un nome che già da solo invita alla prudenza —, il giovane fuoriclasse Lamine Yamal, tra i calciatori più ricchi e idolatrati del pianeta nonostante l’età, avrebbe avuto una relazione con una giovane donna di Lecco conosciuta su Only Fans, che lo avrebbe “incastrato” con la gravidanza di una bambina che oggi ha 2 anni. 
Si parla, sempre al condizionale, di una paternità taciuta, di trattative, di un silenzio comprato. 
Nulla di tutto questo è confermato: non esistono riscontri ufficiali né giudiziari, e fino a prova contraria vale la presunzione d’innocenza.

Eppure, anche solo come ipotesi, quella storia inquieta. Non per ciò che proverebbe — non prova nulla —, ma per il fatto che a moltissimi appaia credibile, quasi normale: un giovane ricchissimo che vivrebbe le relazioni come consumi, una giovane donna che potrebbe pensare di monetizzare corpo, immagine, persino una maternità. Ci interessa qui non come cronaca, ma come parabola: lo specchio in cui una cultura riconosce i propri modelli. Giovani donne che rischiano di trasformare corpo e maternità in capitale, bambini che diventano ostaggi degli adulti. Tutto per soldi. Sempre più spesso, solo per soldi.

I nuovi modelli: vivere di rendita su sé stessi

Il modello aspirazionale dominante non è più l’artigiano, lo studioso, l’imprenditore che costruisce, e nemmeno il professionista che accumula competenza negli anni. È il rentier di sé stesso: chi trasforma il proprio corpo, la propria immagine, la propria intimità in un bene da affittare a rate mensili. Il calciatore-bambino milionario prima ancora di essere uomo. L’influencer la cui unica opera è la propria esposizione. La piattaforma che promette di monetizzare il desiderio altrui senza nient’altro da offrire che sé.

Hanno tutti un tratto comune, ed è l’opposto esatto della fatica di Calabresi: la promessa del risultato senza il tempo del risultato. La gloria senza la gavetta. La rendita senza l’opera. Il fine senza il mezzo — anzi, con l’eliminazione orgogliosa del mezzo, perché il mezzo è la fatica, e la fatica è ciò di cui i genitori, dice Calabresi, sognano di «vaccinare» i figli.

Come ci siamo arrivati: dalla vocazione alla vetrina

A questa terra promessa non si è arrivati in un giorno. Almeno tre pensatori ci aiutano a capire come.

Il primo è Pier Paolo Pasolini, che già negli anni Settanta diagnosticò quella che chiamò mutazione antropologica: il consumismo, scriveva, aveva trasformato gli italiani più profondamente di quanto avesse fatto il fascismo, sostituendo la cultura del bisogno e del sacrificio con una cultura del consumo, in cui il valore di una persona coincide con ciò che mostra e possiede. I genitori che oggi augurano ai figli di essere «vaccinati» dalla fatica sono i figli compiuti di quella mutazione: hanno scambiato la protezione dei figli con la loro disabilitazione.

Il secondo è Max Weber. Nella sua Etica protestante e lo spirito del capitalismo mostrò come, alle origini, il guadagno fosse legato a un’etica ascetica del lavoro come vocazione (Beruf): si accumulava lavorando e rinunciando, e la ricchezza era semmai il segno di una disciplina interiore. La nostra epoca ha conservato l’imperativo di accumulare ed esibire, ma ha reciso il nervo che lo teneva legato al lavoro e alla rinuncia. È rimasto il dio denaro, senza più il culto faticoso che lo giustificava: guadagno senza vocazione, ricchezza senza sudore. L’inversione perfetta.

Il terzo è il filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han, tra le voci più ascoltate del pensiero contemporaneo. Han descrive il passaggio dalla società disciplinare alla società della prestazione: non c’è più un padrone che ci sfrutta, perché ciascuno è diventato imprenditore di sé stesso e dunque sfruttatore di sé stesso. OnlyFans ne è l’icona perfetta: il soggetto si fa azienda, vetrina, listino prezzi. Nessuno ti costringe; sei tu a metterti sul mercato, convinto di esercitare una libertà. Ma una libertà che si vende a rate mensili, e che dipende dallo sguardo pagante degli altri, non è emancipazione: è una nuova servitù con un’estetica più curata.

Perché la fatica conteneva una promessa

Il punto che spesso sfugge è che la vecchia fatica non era soltanto sopportazione: era una promessa di senso. Esiodo, nelle Opere e i giorni, scriveva che gli dèi hanno posto il sudore davanti alla virtù, e che la strada che vi conduce è ripida solo all’inizio. La parola biblica «col sudore del tuo volto mangerai il pane» è insieme condanna e dignità: lega il pane all’opera, il frutto alla mano che ha lavorato. In quella visione la fatica era il prezzo onesto di un divenire — diventare qualcuno, costruire qualcosa, meritare.

Eliminata la fatica, è caduta anche la promessa. Resta l’incasso, ma non resta più il diventare. Si può essere campioni sul campo e analfabeti del cuore; ricchissimi e poverissimi di vita. La Generazione Z non è più viziosa delle precedenti — ogni epoca ha avuto i suoi vizi —: è che oggi il vizio si è fatto sistema, piattaforma, fatturato, modello celebrato. Prima si peccava e ci si vergognava; oggi ci si degrada e si chiede l’applauso.
C’è una parola che oggi bisognerebbe avere il coraggio di pronunciare senza moralismi, ma anche senza ipocrisie: degradazione. 
Non la caduta di chi ama, sbaglia, si innamora, tradisce, si pente. Questa è la storia dell’uomo da sempre. La carne è fragile, i sentimenti sono confusi, la giovinezza è spesso imprudente.
La degradazione è un’altra cosa. È quando il corpo diventa listino prezzi, una relazione diventa investimento, quando un figlio diventa leva di pressione e il silenzio diventa ricatto venduto.
In tutto questo, il denaro diventa il solo dio davanti al quale inginocchiarsi.

Il prezzo nascosto

Ogni scorciatoia, però, fa pagare il conto a qualcun altro. Lo paga chi non può affrancarsi e continua ad alzarsi all’alba, vivendo la fatica vera mentre il mondo celebra chi finge di averla abolita: non solo affaticato, ma anche, dice giustamente Calabresi, incompreso, convinto di stare dalla parte sbagliata della storia. E nelle storie che il gossip rincorre — vere o presunte che siano — lo paga sempre il più piccolo di tutti, il bambino, che arriva dopo: dopo la fama, dopo il conto in banca, dopo la reputazione, dopo l’avvocato, dopo il prezzo del silenzio.

Il calcio conosce già queste ferite, e qui non c’è bisogno di alcun condizionale. Maradona negò per anni Diego Armando Junior; poi, molto tempo dopo, arrivò la riconciliazione, tardiva e imperfetta. Ma arrivò. E resta come parabola: puoi essere il più grande del mondo, ma se non riconosci tuo figlio resti piccolo davanti alla vita. Questo è il punto che nessun gossip può cancellare: la grandezza non si misura dai gol, ma dalla responsabilità.

Ed è qui che le tre storie — la traccia, i Mondiali, il gossip — si saldano in una sola diagnosi. Una società che trasforma i giovani in idoli prima di farli diventare adulti prepara disastri. Una società che convince le ragazze che il corpo sia una scorciatoia economica prepara solitudini. Una società che mette il denaro al centro di tutto finisce per sacrificare proprio chi non può difendersi: i bambini.

Riabilitare la fatica

Forse il problema non è che la Generazione Z sia immorale più delle altre. Ogni generazione ha avuto i suoi vizi. Il problema è che oggi il vizio è diventato sistema, piattaforma, fatturato, algoritmo, estetica, modello aspirazionale. Prima si peccava e ci si vergognava; oggi ci si degrada e si chiede l’applauso.

E allora bisogna dirlo con chiarezza, senza paura di sembrare fuori tempo: non è progresso vendere il corpo per visibilità. Non è libertà usare una relazione per denaro. Non è virilità generare figli e poi nascondersi. Non è modernità trasformare la vita privata in arma di ricatto o in prodotto mediatico.

Non si tratta di rimpiangere le fatiche antiche e terribili da cui il Novecento ci ha giustamente liberati. Si tratta di restituire dignità all’altra fatica, quella che è dedizione, costanza, pazienza, tenacia. Di dire ai giovani una cosa che oggi suona scandalosa: che non esistono scorciatoie verso ciò che vale, e che le scorciatoie esistenti sono inganni a tempo, debiti contratti con la propria vita futura. La civiltà comincia quando un adulto si assume la responsabilità di ciò che ha fatto. E finisce quando un bambino diventa il prezzo da pagare per il silenzio degli adulti.

Perché rispondere, alla fine, è la forma più alta della fatica: l’unica che, faticando, non degrada ma fa diventare uomini. Non a caso Calabresi ha confidato che quel libro è nato dall’incontro con un gruppo di maturandi, ai quali augurò «di fare tanta fatica» nella vita. Oggi quell’augurio torna ai loro coetanei, in un foglio d’esame. Ed è forse l’augurio più scomodo e più vero che si possa fare a un giovane.

Mentre alla Maturità 2026 si discute della fatica «passata di moda» e ai Mondiali brilla un campione ventenne sfiorato dal gossip, la domanda resta una sola: quali modelli abbiamo consegnato alla Generazione Z. Le hanno insegnato che si può arrivare senza fatica, che il corpo è una scorciatoia e il denaro un dio. Ma una società che convince i giovani di poter saltare il sudore prepara solitudini — e, troppo spesso, fa pagare il conto a chi non può difendersi.

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