Il memorandum è stato reso pubblico il 17 giugno 2026 da un alto funzionario statunitense. Non è ancora l’accordo nucleare definitivo: apre un negoziato di sessanta giorni e rinvia proprio i nodi più difficili, dall’arricchimento dell’uranio ai meccanismi di verifica. Il testo, tuttavia, contiene già concessioni economiche e strategiche di enorme portata a favore di Teheran.
La guerra era cominciata con una promessa brutale nella sua semplicità: colpire l’Iran abbastanza duramente da spezzarne il sistema politico, distruggerne le capacità nucleari e ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. Il memorandum di Islamabad racconta invece un epilogo diverso. La Repubblica islamica è rimasta in piedi, ha conservato il proprio potere negoziale e ora ottiene dagli Stati Uniti ciò che per anni aveva chiesto senza successo: respiro economico, riconoscimento politico e una via d’uscita dall’assedio delle sanzioni.
Le guerre vengono quasi sempre raccontate attraverso gli obiettivi dichiarati al momento del loro inizio. Più raramente vengono giudicate attraverso le condizioni accettate per farle terminare.
Nel caso iraniano, questa seconda prospettiva è impietosa.
L’operazione sostenuta da Benjamin Netanyahu e fatta propria da Donald Trump partiva dall’idea che la Repubblica islamica fosse un edificio ormai marcio, destinato a crollare sotto il peso di bombardamenti sufficientemente intensi. Bastava eliminare i vertici, colpire le infrastrutture militari e nucleari, interrompere le catene di comando e mostrare alla popolazione la vulnerabilità del regime.
La pressione esterna avrebbe dovuto produrre la disgregazione interna. Invece ha favorito il fenomeno opposto: la militarizzazione dello Stato, il ricompattamento dell’apparato e la trasformazione della guerra in una lotta per la sopravvivenza nazionale.
Non significa che l’Iran sia uscito indenne dal conflitto. Le distruzioni sono immense, le perdite umane e materiali pesanti, l’economia resta fragile e una parte significativa della società continua a non riconoscersi nella teocrazia. Ma una cosa è indebolire un Paese; un’altra è costringerlo alla capitolazione. Washington e Israele hanno ottenuto la prima senza riuscire a conseguire la seconda.
Il memorandum di Islamabad nasce esattamente da questo fallimento intermedio: l’Iran è stato ferito, ma non sconfitto; gli Stati Uniti possono ancora colpirlo, ma non vogliono continuare a sostenere i costi politici, economici e militari di una guerra potenzialmente interminabile.
Trump non cerca più la vittoria assoluta. Cerca una porta d’uscita.
Il Libano entra nell’accordo
Il primo paragrafo è già una dichiarazione politica. La cessazione delle ostilità non riguarda soltanto Stati Uniti e Iran, ma viene estesa a «tutti i fronti, incluso il Libano».
Non è una precisazione geografica. È una concessione strategica.
Per Teheran, il Libano rappresenta il principale avamposto del proprio sistema di influenza regionale. Inserirlo nel cessate il fuoco significa collegare il destino di Hezbollah alla stabilità dell’intesa e chiedere implicitamente agli Stati Uniti di contenere Israele.
Il testo promette il rispetto dell’integrità territoriale e della sovranità libanese, ma non spiega chi debba garantire che Israele e Hezbollah, non firmatari del memorandum, rispettino effettivamente la tregua. Proprio questa ambiguità potrebbe diventare la prima mina dell’accordo.
Netanyahu ha combattuto per separare l’Iran dai suoi alleati regionali. Il memorandum rischia invece di riconoscere formalmente il carattere unitario dei diversi fronti sui quali Teheran esercita la propria influenza.
Nessun cambio di regime
Il secondo paragrafo contiene una formula apparentemente convenzionale: rispetto reciproco della sovranità, dell’integrità territoriale e non interferenza negli affari interni.
Dopo una guerra concepita anche nell’orizzonte di un possibile cambio di regime, queste parole pesano più delle formule diplomatiche ordinarie.
Gli Stati Uniti riconoscono come interlocutrice proprio la Repubblica islamica che avrebbero voluto delegittimare. Non trattano con un’autorità di transizione, con un’opposizione in esilio o con un sistema politico post-teocratico. Trattano con l’apparato sopravvissuto ai bombardamenti.
Il regime non viene rovesciato. Viene reinserito nel gioco diplomatico internazionale.
Sessanta giorni per dimenticare vent’anni
L’accordo definitivo dovrebbe essere raggiunto entro sessanta giorni. Trump potrà presentare questa scadenza come la prova della propria capacità negoziale: due mesi per risolvere ciò che Barack Obama affrontò attraverso un processo durato quasi due anni prima del Jcpoa del 2015.
Ma il confronto è ingannevole.
In sessanta giorni bisognerebbe definire il futuro dell’arricchimento dell’uranio, il trattamento delle scorte accumulate, i poteri dell’Aiea, il calendario della revoca delle sanzioni, le garanzie contro una ripresa clandestina del programma nucleare e il sistema di reazione alle eventuali violazioni.
Non si tratta di scrivere un comunicato politico, ma di costruire un’architettura tecnica verificabile.
La scadenza serve soprattutto a Trump. Gli permette di affermare che il processo è rapido, controllato e orientato al risultato. Ma la velocità, in diplomazia nucleare, non coincide necessariamente con l’efficacia. Può anche diventare la maschera sotto la quale vengono rinviati i problemi più pericolosi.
Hormuz, la leva che ha piegato Washington
Lo Stretto di Hormuz è stato il vero tavolo negoziale della guerra.
L’Iran ha dimostrato che, anche senza sconfiggere militarmente gli Stati Uniti, poteva imporre al mondo un costo economico insostenibile. Interrompere o soltanto minacciare il traffico attraverso quel passaggio significa incidere sulle rotte energetiche, sulle assicurazioni marittime, sui prezzi del petrolio e sulla stabilità delle economie occidentali.
Il memorandum prevede la ripresa del transito commerciale senza pedaggi per sessanta giorni e il completamento delle operazioni di sminamento entro un mese. È un beneficio evidente per tutti.
Ma la clausola sulla futura amministrazione dello Stretto apre un’altra partita. L’Iran dialogherà con l’Oman e con gli altri Stati rivieraschi per definire servizi marittimi e forme di gestione futura.
In altre parole, Teheran riapre Hormuz, ma non rinuncia alla carta geopolitica che la guerra le ha consegnato. Al contrario, ottiene che quella carta venga discussa formalmente.
La minaccia allo Stretto ha dimostrato ciò che le bombe non erano riuscite a cancellare: l’Iran conserva una capacità di interdizione sufficiente a condizionare le decisioni delle grandi potenze.
Trecento miliardi per ricostruire il Paese bombardato
Il sesto paragrafo contiene la cifra politicamente più esplosiva: almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico dell’Iran.
Non è ancora chiaro quanto denaro arriverà direttamente dagli Stati Uniti, quanto sarà fornito dai partner regionali, attraverso quali strumenti verrà erogato e quali condizioni saranno imposte. Ma il segnale politico è inequivocabile.
Il Paese colpito riceverà risorse per ricostruire ciò che la guerra ha distrutto.
Washington descriverà il fondo come un incentivo alla rinuncia nucleare e alla stabilizzazione regionale. Teheran potrà presentarlo come un risarcimento ottenuto grazie alla resistenza.
La differenza narrativa non è marginale. Per la propaganda iraniana, il memorandum dimostra che gli Stati Uniti hanno dovuto riconoscere l’impossibilità della vittoria militare e pagare per ottenere ciò che non erano riusciti a imporre con la forza.
Resta inoltre una domanda che attraverserà la società iraniana: chi controllerà questi fondi? La popolazione, già provata dalla guerra e dall’inflazione, teme che la ricostruzione possa diventare un’enorme macchina di consenso, appalti opachi e finanziamento delle strutture militari.
Una teocrazia impoverita è costretta a difendersi. Una teocrazia rifinanziata può tornare a progettare.
La fine delle sanzioni
La vera vittoria iraniana è contenuta nel settimo paragrafo.
Gli Stati Uniti si impegnano a porre fine a tutte le sanzioni: quelle americane primarie e secondarie, quelle collegate alle risoluzioni internazionali e quelle connesse ai pronunciamenti dell’Aiea, secondo un calendario da concordare nell’intesa definitiva.
Per oltre quindici anni, le sanzioni hanno rappresentato il principale strumento occidentale di pressione. Hanno isolato le banche iraniane, ostacolato le esportazioni, limitato gli investimenti, svalutato la moneta e reso più difficile l’accesso a tecnologie e beni essenziali.
Ora la loro eliminazione non appare come il premio finale successivo allo smantellamento del programma nucleare. Diventa parte centrale e immediata della trattativa.
È un’inversione dell’ordine tradizionale: non prima la piena rinuncia iraniana e poi il sollievo economico, ma concessioni progressive e parallele, necessarie per convincere Teheran a negoziare.
Il petrolio torna a scorrere
Ancora più immediato è il paragrafo dedicato al petrolio. Il Tesoro statunitense dovrà rilasciare deroghe per consentire l’esportazione di greggio, prodotti petroliferi e derivati, insieme ai servizi bancari, assicurativi e di trasporto indispensabili.
Questa misura permette all’Iran di tornare rapidamente a incassare valuta.
Per Washington, il ritorno del petrolio iraniano sui mercati può contribuire a ridurre i prezzi dell’energia e a contenere le conseguenze globali della crisi di Hormuz. Per Teheran significa riattivare il principale motore della propria economia prima ancora della conclusione dell’accordo definitivo.
Il regime ottiene così ossigeno finanziario nel momento stesso in cui iniziano i negoziati. È un vantaggio concreto e immediato, mentre gli obblighi nucleari più stringenti vengono rinviati.
I beni congelati tornano a Teheran
Il memorandum prevede anche la piena disponibilità dei fondi e dei beni iraniani bloccati all’estero.
Le modalità dovranno essere concordate, ma il beneficiario finale dei pagamenti potrà essere indicato dalla Banca centrale iraniana. La regia della destinazione delle risorse rimane dunque nelle mani delle autorità della Repubblica islamica.
È un altro successo politico per Teheran e un altro rischio per la popolazione.
Senza controlli rigorosi, trasparenza e destinazioni verificabili, il denaro potrebbe alimentare non soltanto la ricostruzione civile, ma anche l’apparato repressivo, il sistema clientelare, le Guardie rivoluzionarie e la ricostituzione delle capacità militari.
L’accordo restituisce fondi allo Stato iraniano. Non garantisce ancora che quei fondi arrivino agli iraniani.
Sul nucleare, molte parole e pochi vincoli
In cambio di concessioni economiche enormi, l’Iran riafferma che non acquisirà né svilupperà armi nucleari. È un impegno importante, ma non nuovo: Teheran sostiene da anni di non volere la bomba.
Il memorandum rinvia all’accordo definitivo il nodo dell’arricchimento, dei bisogni nucleari civili e della gestione delle scorte accumulate. Prevede come soluzione minima la diluizione in territorio iraniano del materiale arricchito sotto supervisione dell’Aiea.
Proprio qui si misura l’asimmetria dell’intesa.
Le concessioni economiche sono dettagliate: petrolio, sanzioni, fondi congelati, licenze finanziarie, ricostruzione. Gli obblighi nucleari decisivi sono invece affidati a un futuro meccanismo «reciprocamente concordato».
Non compaiono limiti precisi alle centrifughe, percentuali definitive di arricchimento, regole dettagliate per le ispezioni, conseguenze automatiche in caso di violazione o disposizioni sul programma missilistico.
La guerra avrebbe dovuto cancellare il problema nucleare. Il memorandum lo rimette sul tavolo.
Il grande assente: Israele
Israele non firma il testo, eppure è presente in quasi ogni sua riga.
Washington promette la cessazione delle ostilità anche in Libano, il rispetto della sovranità iraniana e l’assenza di nuove operazioni militari. Ma non è chiaro in quale misura possa impegnare il governo israeliano.
Netanyahu sostiene di aver raggiunto obiettivi fondamentali. Tuttavia, il memorandum non sancisce né la caduta della Repubblica islamica né la distruzione irreversibile del suo programma nucleare. Non elimina Hezbollah, non smantella l’apparato missilistico iraniano e non riduce Teheran a potenza marginale.
Al contrario, riconosce all’Iran un ruolo nella partita libanese, nello Stretto di Hormuz e nella futura architettura regionale.
Il paradosso è evidente. Israele ha cercato di convincere gli Stati Uniti che la forza avrebbe liberato il Medio Oriente dalla minaccia iraniana. La guerra potrebbe invece aver insegnato agli Stati del Golfo che Washington non è in grado di eliminare quella minaccia e che, proprio per questo, occorre negoziare direttamente con Teheran.
Chi vince e chi perde
Trump può rivendicare la cessazione della guerra, la riapertura di Hormuz e l’impegno iraniano a non costruire armi nucleari. Può presentarsi come il presidente che, dopo aver mostrato la forza americana, ha ottenuto la pace.
Ma il prezzo è alto.
Gli Stati Uniti accettano di discutere la fine complessiva delle sanzioni, autorizzano subito il ritorno del petrolio iraniano, promettono lo sblocco dei fondi, sostengono un piano da almeno 300 miliardi di dollari e rinunciano formalmente all’interferenza negli affari interni iraniani.
L’Iran, da parte sua, deve riaprire Hormuz, accettare la supervisione dell’Aiea e negoziare sul materiale arricchito. Ma conserva il regime, il programma nucleare civile, una parte essenziale del proprio apparato militare e il potere di trattare sui dettagli.
Teheran non ha vinto la guerra nel senso classico. Non ha sconfitto militarmente gli Stati Uniti. Ha però impedito loro di raggiungere gli obiettivi massimi e li ha costretti a riconoscere che la prosecuzione del conflitto sarebbe stata più costosa del compromesso.
Questa è la vittoria delle potenze assediate: non conquistare il nemico, ma sopravvivere abbastanza a lungo da costringerlo a negoziare.
La Repubblica islamica esce dalle macerie più militare, più diffidente e potenzialmente più ricca. Trump esce dal conflitto con una tregua da vendere all’opinione pubblica. Netanyahu rischia invece di trovarsi davanti il risultato opposto a quello promesso: non un Iran senza regime, ma un regime iraniano rifinanziato, riconosciuto e nuovamente centrale.
La guerra doveva cambiare Teheran. Il memorandum suggerisce che sia stata Washington, alla fine, a cambiare obiettivo.
Il memorandum non è ancora la pace e tanto meno la soluzione del dossier nucleare. È il riconoscimento che la forza non ha prodotto la resa attesa. Trump salva l’uscita dalla guerra, Teheran salva il regime e ottiene ossigeno economico. Netanyahu, dopo aver promesso un nuovo Medio Oriente, rischia di aver restituito all’Iran il ruolo di potenza indispensabile che voleva cancellare.
NOTA: L’interpretazione secondo cui Teheran esca dalla guerra in una posizione strategica più forte è condivisa da diverse analisi, anche se resta controversa: Reuters descrive un Iran sopravvissuto e politicamente rafforzato, mentre altri osservatori avvertono che la portata reale dei 300 miliardi, della revoca delle sanzioni e dello sblocco dei fondi dipenderà ancora dall’accordo finale. Rimane inoltre una fragilità fondamentale: né Israele né Hezbollah risultano firmatari, mentre Netanyahu ha già affermato che Israele non si considera vincolato dall’intesa sul fronte libanese.
