Sciami di droni da pochi dollari, intelligenza artificiale, fabbriche capaci di produrre in massa: secondo l’analista Paul Scharre la supremazia americana, fondata su pochi sistemi preziosi e costosissimi, rischia di essere travolta. Riflessione su chi vincerà i conflitti che verranno — e perché potrebbe non essere chi possiede le armi più belle
Per mezzo secolo il primato militare americano si è retto sul sublime e sul raro: portaerei, caccia invisibili ai radar, missili di precisione — pochi esemplari, ciascuno un capolavoro, ciascuno una fortuna. Le nuove tecnologie, avverte Paul Scharre su Foreign Affairs, stanno rovesciando l’equazione: il futuro appartiene al numero, alla macchina a buon mercato, alla fabbrica. E un Paese che ha imparato ad amare il capolavoro mentre il rivale costruiva la catena di montaggio rischia di perdere la guerra di domani prima ancora di combatterla.
Il 26 agosto del 1346, nei campi di Crécy, il fiore della cavalleria francese — uomini d’arme rivestiti d’acciaio e d’oro, l’aristocrazia di mezza Europa — fu falciato dalle frecce dei contadini inglesi armati di arco lungo. Un’arma rozza, economica, alla portata di un fante qualunque, abbatté in poche ore il più costoso e il più nobile esercito del continente. La storia militare è, in fondo, la ripetizione ostinata di quella lezione: prima o poi il molti e il poco prezzo travolgono il pochi e il preziosissimo. E ogni volta, puntualmente, la lezione viene dimenticata.
Oggi il cavaliere si chiama America. La sua potenza — vera, ineguagliata — è stata edificata sull’eccellenza del raro: una manciata di piattaforme straordinarie, ognuna frutto di decenni d’ingegno, ognuna così cara da risultare quasi insostituibile. Per una generazione questo ha garantito il dominio dei cieli e dei mari. Ma le tecnologie emergenti, è la tesi di Scharre, stanno invertendo il segno della guerra: il vantaggio si sposta dal capolavoro allo sciame, dal cacciabombardiere da centinaia di milioni al drone da poche migliaia di dollari, dall’uomo d’arme alla nuvola di piccole ali che si coordinano come un alveare. La quantità, diceva il vecchio adagio, possiede una qualità tutta sua. Nell’era dei droni quel detto torna a mordere.
Non è profezia: è cronaca. L’abbiamo visto in Ucraina e nella guerra appena conclusa contro l’Iran, dove sciami di velivoli da pochi soldi hanno costretto a bruciare intercettori da milioni, e dove una potenza ha scoperto di poter lanciare in poche settimane mille missili che le sue fabbriche impiegano un anno a rifare. È qui lo snodo che inquieta l’analista: l’arma decisiva non è più il pezzo perfetto, ma la linea di produzione che lo sforna a migliaia. E la linea di produzione — i chip, i motori, le terre rare, l’intera filiera del piccolo e del molteplice — è oggi in larga parte nelle mani del rivale, la Cina. Un Paese che ha delocalizzato le proprie fabbriche potrebbe scoprire, troppo tardi, di aver delocalizzato anche le proprie guerre future. Chi controlla l’industria della corsa, in fondo, controlla la corsa.
C’è poi una vertigine più profonda, che Scharre insegue da anni e che dà alla questione un peso che non è solo strategico. Lo sciame non è soltanto economico: è veloce — più veloce del giudizio umano. Le macchine imparano a scegliere il bersaglio e a colpirlo da sole; la pressione del «usalo o perdilo» spinge a togliere l’uomo dal cerchio della decisione, perché se l’avversario delega alla macchina e tu no, la sua lentezza umana diventa la tua condanna. All’orizzonte si profila l’incubo delle «guerre lampo» che precipitano come un crollo di Borsa, conflitti che si avvitano in pochi secondi senza che nessuno possa più chiamare il tempo. Una macchina — è il monito antico e sempre attuale — non sa arretrare dall’orlo dell’abisso: non conosce il dubbio, non possiede quel mezzo passo indietro che è, da sempre, l’ultima dignità di chi combatte. Stiamo forse costruendo una guerra che pensa più in fretta della coscienza chiamata a trattenerla.
Sarebbe ingiusto leggere tutto questo come una condanna alla decadenza: l’America resta una potenza formidabile, e il punto di Scharre non è che sia debole, ma che rischia di essere magnificamente, costosissimamente preparata alla guerra sbagliata — quella di ieri. È la sindrome della linea Maginot: fortificazioni perfette, rivolte nella direzione da cui il nemico non verrà. Per vincere la guerra che viene, suggerisce l’analista, bisognerà amare la fabbrica più del capolavoro, il molti più del raro, l’innovazione rapida più della perfezione lenta; e — aggiungo io, dove il calcolo strategico sfiora la morale — tenere comunque la mano dell’uomo sul grilletto, anche quando la velocità sussurra di lasciarla andare.
Resta, a chiudere, l’immagine di Crécy, che attraversa i secoli e cambia soltanto costume. Non vince la spada più bella, ma la più numerosa; non l’armatura più lucente, ma la freccia che chiunque può scoccare. La guerra appena finita è stata, forse, soltanto il prologo: il drone da pochi dollari che assedia la flotta dorata. E il rischio più grande, per il cavaliere, non è di essere meno forte, ma di entrare nel cielo di domani — fitto di piccole ali — con l’orgoglio, e l’armatura, delle guerre di ieri.
Non vince la spada più bella, ma la più numerosa. L’America rischia di entrare nella guerra di domani con l’orgoglio — e l’armatura — delle guerre di ieri.
