Con un Rescriptum reso pubblico il 13 giugno, Leone XIV ha approvato il nuovo Statuto della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, in via sperimentale per tre anni. Dodici anni dopo la sua istituzione, l’organismo nato da Papa Francesco riceve un impianto più solido per Linee Guida, segnalazioni di abusi e Rapporto annuale. Ma la notizia vera sta più in profondità: nessun’altra grande istituzione al mondo ha scelto di mettere per iscritto, ogni anno e pubblicamente, i propri fallimenti.
Non c’è pagina del Vangelo più dura di quella della macina. A chi scandalizza uno solo di questi piccoli, dice il Cristo, sarebbe meglio fosse precipitato in fondo al mare con una pietra da mulino al collo. È una sentenza che non risparmia nessuno, e che la Chiesa proclama da venti secoli. Ma c’è un fatto che la distingue da ogni altra istituzione del mondo, e che troppi si guardano dal riconoscere: la Chiesa è la sola che abbia scelto di pronunciare quella sentenza contro se stessa, di farne legge, di lasciarsene misurare. Il cammino che dallo sgomento dei primi anni Duemila conduce al Rescriptum firmato il 20 maggio e reso pubblico appena ieri, 13 giugno, è la lenta traduzione di quel versetto in istituzioni. Non si tratta dunque di un’arma che qualcuno impugna contro di lei: il Vangelo è la lampada che la Chiesa tiene in mano, e che ha finalmente rivolto verso la propria casa.
Conviene ricordare da dove si è partiti, perché il punto d’arrivo si misura sulla distanza percorsa. Nel marzo del 2014 papa Francesco istituiva la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori e ne affidava la guida al cardinale cappuccino Seán O’Malley, l’uomo di Boston che aveva conosciuto da vicino la geografia dello scandalo. Fu un gesto profetico, e l’inizio di una conversione che nella Chiesa, quando è autentica, finisce sempre per prendere forma giuridica: è il modo in cui i propositi diventano irreversibili. Il 2019 segnò la svolta: il summit mondiale dell’episcopato sulla protezione dei minori; il motu proprio Vos estis lux mundi, che rese i vescovi non più soltanto giudici ma anche responsabili davanti a un giudizio; e l’abolizione del segreto pontificio sui casi di abuso, una parola che pesava come una pietra tombale e che fu sollevata. Nel 2022 la costituzione apostolica Praedicate Evangelium collocò la Commissione presso il Dicastero per la Dottrina della Fede e da quel testo nacque l’obbligo del Rapporto annuale. Il 29 ottobre 2024 quel Rapporto vide la luce — una cinquantina di pagine, quattro sezioni, dati raccolti nei cinque continenti — e O’Malley lo definì l’istantanea di un cammino di conversione. L’estate seguente, raggiunti gli ottant’anni, il cardinale cedeva il testimone all’arcivescovo francese Thibault Verny, scelto da Leone XIV per incarnare la promessa di una Chiesa, come egli stesso ha detto, più vigile, più responsabile, più compassionevole.
Su questa strada atterra ora lo Statuto. È un testo sobrio, quasi arido nella sua sintassi canonistica, e proprio per questo prezioso: ciò che entra nei paragrafi non si lascia più riassorbire dalle buone intenzioni del momento. La Commissione resta presso il Dicastero per la Dottrina della Fede, ma riferisce direttamente al Pontefice attraverso il suo Presidente. Il suo mandato è limpido. Accompagnare i vescovi, le Conferenze episcopali e gli istituti religiosi nella redazione delle Linee Guida. Promuovere ovunque sistemi di segnalazione stabili e accessibili, e accanto a essi — ed è la pagina più evangelica del documento — strutture pastorali di accoglienza, accompagnamento e memoria delle vittime, perché la giustizia delle procedure resta zoppa se non sa chinarsi sul volto di chi ha subìto. Infine redigere il Rapporto annuale, ora articolato in una Missio universalis, che guarda alle sfide globali, e in una Missio localis, che segue le Chiese particolari fin dentro le visite ad limina. L’impalcatura è quella di un organismo che ha smesso di improvvisare: ventitré membri al massimo, nominati per un quinquennio; un’Assemblea Plenaria due volte l’anno; un Consiglio Esecutivo permanente; Gruppi di lavoro regionali e di studio; Consultori locali. Tutto ad experimentum per tre anni, con l’impegno di tornare dal Papa, alla fine, per la forma definitiva. La Chiesa, maestra del tempo lungo, si concede un triennio per verificare se la lettera regge alla prova della vita.
I traguardi raggiunti, a contarli con onestà, non sono pochi. Un organismo nato fragile è oggi incardinato nel cuore della Curia, con accesso diretto al Pontefice. Esiste un meccanismo pubblico e ricorrente di rendicontazione, cosa che dodici anni fa sarebbe parsa impensabile. I vescovi rispondono dei propri silenzi. Il segreto pontificio non copre più i predatori. E nelle Chiese locali cresce una cultura della prevenzione fatta di uffici, protocolli, formazione, ascolto. Non è poco. Non è, in nessun senso, come prima.
C’è poi una verità che la carità verso le vittime non solo consente, ma impone di dire, e che un giornale laico raramente avrà il coraggio di scrivere. La piaga degli abusi sui minori non nasce nelle sacrestie: è anzitutto un dramma della società, e il suo epicentro è la cerchia più intima della fiducia. L’inchiesta indipendente britannica più ampia mai condotta — la IICSA — ha rilevato che quasi la metà delle vittime fu abusata da un familiare, una su otto da un insegnante, appena una su diciassette da un ministro religioso, una su cento da un allenatore. In Italia, l’Istat documenta che in quattro casi su cinque l’autore è una persona conosciuta: un parente, un amico di casa, un volto rassicurante. La criminologia ripete da decenni che la stragrande maggioranza dei bambini abusati conosce il proprio aguzzino. Famiglia, scuola, sport: è lì, soprattutto, che si consuma il delitto, ed è lì che troppo spesso regnano ancora il silenzio, l’omertà, l’assenza di qualunque organo di vigilanza. Non lo si ricorda per cercare alibi — la Chiesa non si misura sul peggio degli altri, ma sul Vangelo — bensì per amore di giustizia, e per indicare un paradosso luminoso: l’istituzione che il mondo addita come colpevole per antonomasia è, in realtà, l’unica grande istituzione planetaria che abbia scelto il libro mastro pubblico, il rapporto annuale, l’autoaccusa messa per iscritto. Dove gli altri ambienti della fiducia tacciono, la Chiesa ha acceso la luce.
Resta cammino da compiere, e la Chiesa è la prima a saperlo, senza retorica e senza sconti. Vaste regioni dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina mancano delle risorse per applicare ciò che le norme prescrivono: la solidarietà fra le Conferenze episcopali sarà il banco di prova dei prossimi anni. Le strutture, ora, esistono: occorre abitarle, perché nessuno Statuto potrà mai sostituire la conversione dei cuori e il primato del volto della vittima sull’istinto di difesa dell’istituzione. È un’agenda umile, ma è la sua, scelta liberamente, non imposta da fuori.
Si torna così alla macina. La differenza tra la Chiesa e chi la giudica sta tutta in un gesto: invece di appendere quella pietra al collo del fratello, la Chiesa se l’è caricata sulle spalle, e ne ha fatto la propria legge. Non è la confessione di una colpa più grande delle altre: è il segno di una serietà che nessun altro ha osato avere. Per questo, sì, si può dirlo senza trionfalismi e senza paura: non è più come prima.
