C’è qualcosa di vagamente spettrale in una pace che si firma a distanza. Non un tavolo, non mani che si stringono e sguardi che si misurano: una videoconferenza, una firma elettronica, perché — così raccontano le cronache — il presidente e il suo vice non possono volare insieme oltreoceano, le agende non combaciano e c’è da non arrivare in ritardo al G7. Eppure, mentre l’inchiostro digitale aspetta di asciugarsi, sul terreno si continua a scrivere a mano un altro elenco: quello dei morti.
C’è qualcosa di vagamente spettrale in una pace che si firma a distanza. Non un tavolo, non mani che si stringono e sguardi che si misurano: una videoconferenza, una firma elettronica, perché — così raccontano le cronache — il presidente e il suo vice non possono volare insieme oltreoceano, le agende non combaciano e c’è da non arrivare in ritardo al G7. Eppure, mentre l’inchiostro digitale aspetta di asciugarsi, sul terreno si continua a scrivere a mano un altro elenco: quello dei morti.
Si dirà che è prudenza, e in parte lo è. Capi di Stato che non viaggiano insieme per ragioni di sicurezza e continuità; cancellerie che limano l’ultima virgola temendo «l’intoppo dell’ultimo minuto». Ma il dettaglio tradisce qualcosa di più profondo del protocollo. La pace, qui, non è il fine a cui tutto si piega: è una voce che va incastrata fra una partenza per Versailles e una cena con Macron. È stata, letteralmente, rimandata a data da destinarsi per quanto riguarda l’incontro di Ginevra, e ridotta a un file da controfirmare. Si fa la pace come si chiude una pratica.
Non sfugge l’ironia delle date. C’è chi sospetta — e lo dicono apertamente i Pasdaran — che l’«insolita insistenza» sulla firma di domani nasca dal desiderio di farla coincidere con un compleanno, il 14 giugno, trasformando l’accordo in «un evento di pubblicità personale». Vero o no, resta il sintomo: il calendario dei potenti pretende di scandire perfino la fine di una guerra, come se la concordia fosse un regalo che ci si fa, da incartare per la festa. Sull’altro versante, intanto, si annuncia un’altra liturgia, lenta e fisica: le esequie della Guida Suprema, dal 4 al 9 luglio, con il corteo che da Teheran salirà a Qom e poi a Mashad, fino al mausoleo dell’Imam Reza. Due liturgie opposte. L’una istantanea, smaterializzata, a portata di clic; l’altra che esige cammino, sudore, processione. La morte, almeno lei, non si firma da remoto.
E poi c’è lo Stretto. Hormuz è uno di quei nomi che da soli evocano millenni: passaggio obbligato di petrolio e di merci, soglia d’acqua dove l’Oriente respira verso il mondo. Lo ritroviamo oggi declassato a casello autostradale. «Saranno applicate tariffe per i servizi», annuncia il ministro iraniano, «il pagamento del pedaggio è obbligatorio». La rotta che fu mitica diventa un esercizio di contabilità; il mare, un’esattoria. Tajani, da Pescara, ragiona di benzina, gasolio e fertilizzanti per l’agricoltura africana — preoccupazioni legittime, sacrosante perfino — e tuttavia in quella prosa di listini si misura tutta la distanza tra il linguaggio della pace e la sua sostanza. Si apre lo Stretto «a tutti», si dice. Ma lo si apre a pagamento.
Lo stesso vocabolario tradisce lo strappo. Da una parte si esalta «un muro contro l’arma nucleare»; dall’altra si promette uno Stretto finalmente «aperto a tutti». Muri e aperture nella medesima frase, come se la pace fosse insieme una serranda che si alza e una barriera che si erge. E in mezzo, l’immagine quasi biblica della «polvere nucleare sepolta in profondità sotto le imponenti montagne di granito», che si vorrebbe un giorno andare a recuperare «quando tutto sarà calmo». Polvere e montagne, tunnel fatti franare di proposito e ingressi minati: il linguaggio del disarmo prende, suo malgrado, i toni di una sepoltura.
Mentre i protocolli si limano, però, la cronaca minuta non concede tregue. A Rihan, nel sud del Libano, un raid uccide il sindaco; venti villaggi ricevono l’ordine di evacuare e spostarsi a nord dello Zahrani; all’ingresso di Duma un palestinese disabile viene colpito all’addome e a una gamba. Sono notizie che scorrono fra una dichiarazione e l’altra, quasi a piè di pagina, e che nessuna firma elettronica raccoglierà mai. È questa l’asimmetria che inquieta: i potenti firmano a distanza, e a distanza restano; i nomi dei morti, invece, qualcuno deve ancora scriverli a mano, uno per uno, su registri che non conoscono il formato digitale.
Forse è proprio questo il punto. A distanza non è soltanto la modalità della firma: rischia di essere la condizione stessa di una pace che resta remota, astratta, mai del tutto incarnata. Una pace che si proclama prima di farsi carne, che si annuncia all’80-85 per cento di fiducia, che si tiene — come imporrebbe la prudenza — a distanza di sicurezza da chi dovrebbe finalmente goderne. La concordia vera, quella che merita il nome, non si controfirma da lontano: si tocca, prende un volto, si lascia ferire. Fino ad allora avremo soltanto un documento ben formattato, e un mare aperto a pagamento.
Washington e Teheran si preparano a siglare l’intesa in videoconferenza — con tanto di pedaggio obbligatorio nello Stretto di Hormuz — mentre sul terreno si continua a morire. Cronaca interiore di un’epoca che annuncia la concordia ma la tiene a distanza di sicurezza.
