Sessanta giorni di cessate il fuoco infranti dal raid israeliano su Dahieh: Teheran risponde con dieci missili, tutti intercettati. La spirale riprende, ma il presidente americano non molla la presa sui negoziati. Il nodo è capire se la diplomazia regge all’ennesima provocazione di Netanyahu.
C’è un momento, nei conflitti che sembrano non dover mai finire, in cui la tregua non è più tregua ma soltanto una pausa nel respiro della violenza. Alì, diciotto anni, ha imparato a riconoscere quel momento dal fischio — «quello dei film», dice — che precede l’esplosione. A Beirut, nel quartiere di Dahieh, il fischio è tornato.
A cento giorni dall’avvio delle operazioni militari americane e israeliane contro l’Iran, condotte nella speranza dichiarata o sottintesa di piegarne il regime, lo scenario che si apre in queste ore rivela la distanza abissale tra la logica dei negoziati e la grammatica della guerra. Israele colpisce Dahieh — periferia meridionale di Beirut, roccaforte di Hezbollah — come ritorsione per droni lanciati verso il proprio territorio. Teheran risponde, rompendo sessanta giorni di cessate il fuoco: quattro ondate, dieci missili, tutti intercettati. I Pasdaran rivendicano l’operazione con il nome biblico di Nasr — Vittoria — prendendo di mira la base aerea di Ramat David, a venti chilometri da Haifa. «Questo è un avvertimento», precisano i Guardiani della Rivoluzione: «Se l’aggressione si ripete, la risposta sarà più ampia».
Ebrahim Rezaei, portavoce degli Affari esteri e della Sicurezza nazionale, aveva scritto su X con laconica precisione, dopo il raid su Beirut: «Guardate il cielo stanotte». Il cielo lo hanno guardato in molti, tra Gerusalemme e Tel Aviv, nei rifugi dove milioni di persone aspettano che le sirene tacciano.
Donald Trump, che da settimane ripete di essere «a un passo dall’accordo», si trova intrappolato nella contraddizione che ha alimentato lui stesso: chiedere ad Israele raid «più chirurgici» contro Hezbollah mentre, secondo Axios, avrebbe avallato o almeno tollerato il raid su Dahieh. La sera, alla rete amica Fox, ammette di «non essere contento» di quanto sta accadendo. «Avete lanciato i vostri missili», dice rivolgendosi all’Iran, «ora torniamo a trattare». Al Financial Times è più perentorio: Netanyahu «non avrà altra scelta che accettare l’intesa». «Decido io tutto», aggiunge, con la franchezza che gli è propria. Poche ore dopo, l’aviazione israeliana colpisce obiettivi militari nell’Iran occidentale e centrale.
Quel che emerge da questa spirale non è soltanto l’ennesima crisi mediorientale, ma qualcosa di strutturalmente diverso: un cambio di paradigma nel comportamento dell’Iran. La Repubblica islamica che Mojtaba Khamenei sta plasmando — cresciuta sotto le bombe, temprata dalla pressione economica, con le esportazioni di greggio crollate da quasi due milioni di barili al giorno a meno di trecentomila — non si comporta più come quella del padre. Ali Khamenei tenne per trent’anni il regime in un’ambiguità strategica calcolata: «Morte a Israele», «Morte all’America», ma i proxy a fare il lavoro sporco, mentre Teheran si preservava dal conflitto diretto. Il figlio, o i comandanti che agiscono sotto la sua guida, sembrano aver rovesciato questa dottrina: non più i proxies a scudo di Teheran, ma Teheran a protezione della sua rete di alleanze. Haifa per Beirut, Tel Aviv per Teheran. Colpo su colpo.
«Il calcolo nel sistema è cambiato», spiega a bassa voce un osservatore militare che vive nella capitale iraniana e chiede l’anonimato. «Il rischio di una ripresa della guerra viene giudicato più sopportabile dei rischi di uno stallo prolungato, né pace né guerra, con Israele che attacca Hezbollah e gli americani che bloccano le esportazioni di petrolio». La morsa è reale. Ma la percezione, a Teheran, è quella di chi stringe i denti e resiste — e nel resistere, acquista fiducia. La folla che ogni sera si riunisce in piazza a sostegno della Repubblica islamica esulta mentre il cielo si illumina di missili. «La promessa è mantenuta», dichiarano i Pasdaran.
È in questo nodo che si stringe la diplomazia americana. Trattare e attaccare insieme è una strategia possibile, ma esige una precisione chirurgica nei tempi e nei messaggi che fin qui è mancata. Ieri, mentre il ministro degli interni pakistano atterrava a Teheran portando una lettera-messaggio che sembrava poter sbloccare il negoziato, Trump in televisione ripeteva che non intende restituire all’Iran nemmeno una parte dei suoi asset congelati all’estero. Il giorno prima, il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva suggerito che quei fondi potrebbero anzi servire a risarcire i Paesi del Golfo per i danni subiti. Teheran ha definito l’ipotesi «imprudente». La diplomazia si nutre di coerenza; questa ne è priva.
«Il nemico ha incendiato il tavolo dei negoziati per la terza volta», dice Mohammad Mokhber, consigliere di Khamenei. «Pagherà un prezzo alto e doloroso». Le parole dei consiglieri, in questa fase, contano meno dei fatti: e i fatti dicono che la tregua è rotta, che le famiglie di Dahieh caricano le valigie per la quarta volta in tre mesi, che Fatima Darwish, cinquantacinque anni, è stanca di una vita che si ripete uguale nella fuga. «Vado da mia sorella», dice. «Ha solo una camera e un salotto».
C’è una misura del fallimento politico che non si trova nei comunicati degli stati maggiori né nelle interviste ai leader: si trova nel numero di volte che una famiglia ha fatto le valigie. Quella misura, a Beirut come a Gaza, è diventata insostenibile. Che il cielo sopra Teheran si illumini di missili intercettati o di vendetta celebrata, la domanda che rimane — e che nessun accordo al momento sembra in grado di affrontare davvero — è cosa resti di una regione quando la guerra smette di essere un’eccezione e diventa il tessuto ordinario dell’esistenza.
È Israele ad aver rotto i patti, colpendo la periferia di Beirut mentre a Teheran atterrava un mediatore pakistano con una proposta per sbloccare i colloqui. L’Iran ha risposto come aveva promesso. Trump ora chiede a Netanyahu di fermarsi: l’accordo, ripete, è ancora possibile.
