“Solo il dialogo può salvare il Paese”. Repressione e apartheid in agguato

File interminabili ai distributori di carburante, ospedali alle prese con la carenza di medicinali e ossigeno, prezzi dei generi alimentari in costante aumento, strade bloccate dalle proteste e una crescente tensione politica che rischia di aggravare ulteriormente una situazione già drammatica. La Bolivia sta attraversando una delle crisi più difficili degli ultimi anni e la Chiesa cattolica ha deciso di far sentire con forza la propria voce, chiedendo a tutte le componenti della società di abbandonare la logica dello scontro e di tornare sulla strada del dialogo. 

In occasione della solennità del Corpus Domini, la Conferenza Episcopale Boliviana ha diffuso un messaggio che va ben oltre il tradizionale richiamo spirituale della ricorrenza liturgica. I vescovi hanno scelto infatti di leggere la celebrazione eucaristica alla luce delle sofferenze concrete vissute oggi dalla popolazione, sottolineando come la fede non possa restare indifferente di fronte alle ferite sociali che attraversano il Paese. ([Vatican News][1])

L’episcopato descrive una nazione stremata dalla crisi economica. Le difficoltà nell’approvvigionamento dei carburanti stanno provocando pesanti ripercussioni sui trasporti e sulla distribuzione delle merci. Nelle città aumentano i costi dei beni essenziali, mentre nelle campagne molti produttori denunciano l’impossibilità di portare i propri prodotti ai mercati. A questo si aggiungono le proteste sociali che da settimane paralizzano diverse regioni e alimentano un clima di crescente esasperazione.
Ma ciò che preoccupa maggiormente i vescovi è il deterioramento della convivenza civile. Pur riconoscendo la legittimità di molte rivendicazioni avanzate dai manifestanti, la Chiesa avverte che la polarizzazione politica e sociale rischia di trasformarsi in una pericolosa spirale di divisione. La crisi, sottolineano i presuli, non può essere affrontata attraverso la contrapposizione permanente, né mediante la ricerca di vantaggi di parte.
L’appello rivolto alla società boliviana è chiaro: riscoprire il valore dell’incontro e della responsabilità comune. Secondo la Conferenza Episcopale, soltanto un dialogo sincero tra governo, opposizioni, movimenti sociali e istituzioni potrà consentire di individuare soluzioni condivise e restituire fiducia a una popolazione sempre più provata dalle difficoltà quotidiane. 

Non è la prima volta che la Chiesa boliviana assume un ruolo di mediazione nei momenti più delicati della vita nazionale. Negli ultimi anni i vescovi sono intervenuti più volte per difendere le istituzioni democratiche e favorire percorsi di riconciliazione in un Paese spesso attraversato da forti tensioni politiche. Anche oggi, davanti a una crisi che coinvolge economia, servizi essenziali e stabilità sociale, l’episcopato ribadisce la necessità di mettere al centro il bene comune e la dignità delle persone. 

Nel loro messaggio emerge tuttavia anche una nota di speranza. L’Eucaristia, spiegano i vescovi, non è soltanto un segno religioso, ma una chiamata alla solidarietà concreta e alla costruzione di una società più giusta. Per questo motivo il Corpus Domini diventa un invito rivolto a tutti i boliviani a non lasciarsi travolgere dalla rabbia e dalla sfiducia, ma a cercare insieme strade di pace.

Mentre il Paese continua a fare i conti con proteste, blocchi stradali e difficoltà economiche sempre più pesanti, il messaggio della Chiesa appare come un richiamo alla responsabilità collettiva. In una Bolivia segnata dall’incertezza, i vescovi indicano una sola via d’uscita: quella del dialogo, della solidarietà e della ricerca condivisa del bene comune.

Il “suicidio” del MAS che ha impedito il ritorno di Evo Morales alla guida del paese

La crisi che oggi scuote la Bolivia affonda le sue radici in una delle pagine più drammatiche della storia recente del Paese: la caduta nel 2019 del presidente Evo Morales, costretto a lasciare il potere dopo settimane di contestazioni seguite alle elezioni presidenziali. Per i sostenitori del Movimento al Socialismo (MAS), si trattò di un vero e proprio colpo di Stato sostenuto dai vertici militari e da settori dell’opposizione; per gli avversari di Morales fu invece l’esito di una mobilitazione popolare contro presunte irregolarità elettorali. Quel passaggio traumatico lasciò profonde ferite nella società boliviana, provocando violenze, repressioni e una polarizzazione che ancora oggi condiziona la vita politica nazionale.

Il ritorno al governo del MAS con l’elezione di Luis Arce nel 2020 sembrò inizialmente ricomporre il fronte progressista che aveva guidato il Paese per oltre un decennio. Tuttavia, con il passare degli anni, le divergenze tra Arce e Morales si sono trasformate in una vera e propria lotta per la leadership del movimento. Da una parte il presidente e i suoi sostenitori, intenzionati a consolidare una linea di governo autonoma; dall’altra l’ex capo dello Stato, deciso a mantenere un ruolo centrale e a candidarsi nuovamente alla guida del Paese.

La frattura ha finito per dividere il MAS, tradizionalmente considerato il principale punto di riferimento delle organizzazioni indigene, contadine e popolari della Bolivia. Le accuse reciproche, gli scontri interni e le dispute sul controllo del partito hanno alimentato una crescente instabilità politica, mentre la crisi economica e le tensioni sociali aggravavano il malcontento della popolazione. In questo contesto, molte delle proteste che oggi paralizzano il Paese si intrecciano con il conflitto aperto tra le diverse anime del movimento che per anni aveva rappresentato il simbolo della trasformazione politica boliviana.

Per questo motivo l’appello dei vescovi al dialogo assume un significato ancora più profondo: non riguarda soltanto la gestione dell’emergenza economica o dei blocchi stradali, ma richiama tutte le forze politiche, a partire dalle componenti dello stesso MAS, alla responsabilità di ricostruire un clima di fiducia e di convivenza democratica dopo anni segnati da divisioni, sospetti e scontri che continuano a pesare sul futuro della Bolivia.

Un passato recente di apartheid

Per comprendere la profondità della crisi attuale occorre ricordare anche il lungo passato di esclusione vissuto dalla maggioranza indigena della Bolivia. Per gran parte della sua storia repubblicana il Paese è stato governato da élite politiche ed economiche che, pur in una nazione a forte maggioranza indigena, hanno mantenuto ai margini della vita pubblica le popolazioni quechua, aymara e gli altri popoli originari. Molti studiosi hanno descritto quel sistema come una forma di segregazione sociale e politica, nella quale gli indigeni erano spesso esclusi dai centri del potere, discriminati nell’accesso alle opportunità economiche e privati di una piena rappresentanza istituzionale. Solo con l’ascesa di Evo Morales, primo presidente indigeno della storia boliviana, questa realtà venne simbolicamente e politicamente messa in discussione. 

Le grandi mobilitazioni popolari che precedettero l’arrivo di Morales al governo furono spesso represse nel sangue. Nel 2000 la cosiddetta “Guerra dell’Acqua” di Cochabamba contro la privatizzazione del servizio idrico provocò morti, centinaia di feriti e arresti dopo l’intervento delle forze di sicurezza. Ancora più drammatici furono gli eventi del 2003 durante la “Guerra del Gas”, quando le proteste popolari guidate in larga parte da organizzazioni indigene e popolari vennero affrontate con una dura repressione militare. Nelle settimane di scontri decine di manifestanti furono uccisi dalle forze armate e dalla polizia sotto il governo di Gonzalo Sánchez de Lozada, in quella che molti boliviani ricordano ancora come il “Ottobre Nero”. Quelle vicende segnarono profondamente la coscienza collettiva del Paese e prepararono il terreno alla successiva vittoria elettorale del Movimento al Socialismo.

Anche per questo la frattura che oggi divide il MAS tra il presidente Luis Arce e l’ex presidente Evo Morales viene vissuta da molti settori popolari con particolare amarezza. Il movimento che aveva rappresentato la riscossa politica degli esclusi e dei popoli originari appare ora attraversato da profonde divisioni interne proprio mentre il Paese affronta nuove difficoltà economiche e sociali. Sullo sfondo restano le memorie delle lotte contro il neoliberismo, delle repressioni che costarono decine di vite umane e del difficile percorso che consentì agli indigeni boliviani di conquistare una presenza senza precedenti nelle istituzioni dello Stato.