Ottant’anni dopo, la Repubblica italiana e la distanza tra la Costituzione più bella del mondo e il Paese che non è riuscito a costruire
“La Repubblica rimuove gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.”
— Articolo 3, comma 2, Costituzione della Repubblica Italiana
La Costituzione italiana è considerata da molti costituzionalisti tra le più avanzate del mondo. Fu scritta da persone che avevano conosciuto il fascismo sulla propria pelle, che erano sopravvissute alla guerra, che avevano perso amici nelle strade e nei campi. La scrissero con la penna, ma la dettava la storia. E quella storia diceva: mai più.
Ottant’anni dopo, conviene fare una cosa scomoda: rileggere quella Carta e poi guardare il Paese. Non per demolire — la retorica della demolizione è facile e sterile. Ma per misurare onestamente la distanza tra la promessa e la realtà. Quella distanza, in alcuni casi, è diventata un abisso.
Il lavoro: l’articolo 1 e la precarietà permanente
L’articolo 1 non si limita a dichiarare che l’Italia è una Repubblica democratica. Aggiunge tre parole che spesso vengono dimenticate: fondata sul lavoro. Non sul capitale, non sull’impresa, non sulla crescita. Sul lavoro. E l’articolo 4 precisa che la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Oggi in Italia quasi un giovane su tre — nelle regioni del Sud si sale a uno su due — non ha un lavoro stabile. I contratti a termine, i voucher, i co.co.co., le partite IVA fittizie hanno creato una generazione di lavoratori che non riescono a fare progetti, ad accendere un mutuo, a mettere al mondo un figlio senza fare i conti. La precarietà non è un’anomalia del mercato: è diventata struttura. E una struttura che la Repubblica non solo non ha rimosso, ma in certi decenni ha attivamente alimentato.
L’uguaglianza sostanziale: l’articolo 3 e la mobilità sociale bloccata
L’articolo 3 è forse il più visionario di tutta la Costituzione — e quello più sistematicamente disatteso. Non si limita a proclamare l’uguaglianza formale davanti alla legge: esige l’uguaglianza sostanziale, e chiede alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che la impediscono. È una norma che assegna allo Stato un compito attivo, non passivo: non basta non discriminare, bisogna intervenire.
Invece, in ottant’anni, la mobilità sociale italiana si è progressivamente bloccata. La famiglia di origine determina in misura sempre maggiore le prospettive di vita: il reddito, il livello di istruzione, l’accesso alle professioni più remunerate. Il figlio di un operaio ha probabilità molto inferiori di laurearsi rispetto al figlio di un professionista — non perché sia meno dotato, ma perché il sistema non ha rimosso gli ostacoli. Li ha lasciati lì, alcune volte li ha aumentati. La scuola pubblica, che avrebbe dovuto essere il grande ascensore sociale, in molte zone del Paese è in condizioni che i padri costituenti non avrebbero accettato.
La salute: l’articolo 32 e le liste d’attesa
L’articolo 32 afferma che la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Il Sistema Sanitario Nazionale, nato nel 1978, fu una delle grandi realizzazioni repubblicane: universale, gratuito, accessibile. Per decenni è stato tra i migliori al mondo.
Oggi, dopo anni di tagli e sottofinanziamento, l’articolo 32 è diventato una norma a geometria variabile: si applica pienamente se hai i soldi per pagare il privato, si applica parzialmente se aspetti mesi per una visita specialistica nella sanità pubblica, si applica pochissimo se sei povero in una regione del Sud dove i servizi sono stati smontati un pezzo alla volta. Il diritto alla salute esiste sulla carta. Nella realtà dipende sempre di più dal conto in banca.
L’istruzione: l’articolo 34 e le risorse che non ci sono
La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. Così recita l’articolo 34. E poi: I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
L’Italia è uno dei Paesi dell’OCSE che investe meno in istruzione rispetto al PIL. Gli insegnanti sono tra i meno pagati d’Europa. Gli edifici scolastici, in molta parte del territorio nazionale, sono in condizioni che non garantiscono nemmeno la sicurezza fisica degli studenti. L’articolo 34 è formalmente rispettato — la scuola è aperta a tutti — ma la qualità di quell’apertura dipende enormemente da dove sei nato e da chi sono i tuoi genitori. Quella promessa di meritocrazia sostanziale è rimasta, in larga misura, una promessa.
La partecipazione: l’articolo 49 e i partiti che non ci sono più
L’articolo 49 riconosce il diritto dei cittadini di associarsi in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. I partiti, per i padri costituenti, erano il luogo in cui la democrazia viveva nella quotidianità: non solo il giorno del voto, ma ogni giorno, nelle sezioni, nelle assemblee, nel confronto tra idee.
Oggi l’astensionismo supera il cinquanta per cento in molte tornate elettorali. I partiti sono diventati, nella percezione diffusa, macchine di potere senza elaborazione politica reale — comitati elettorali permanenti più che luoghi di partecipazione. La distanza tra i cittadini e le istituzioni non è mai stata così grande dalla fondazione della Repubblica. E quella distanza è un problema costituzionale, non solo sociologico: una democrazia in cui la metà dei cittadini non vota più è una democrazia che ha tradito il patto su cui è fondata.
Il Mezzogiorno: l’articolo 3 e la questione irrisolta
C’è una contraddizione che la Repubblica non ha mai davvero affrontato: quella tra l’uguaglianza dei diritti proclamata dalla Costituzione e la profondissima diseguaglianza territoriale che attraversa il Paese da Nord a Sud. Non è solo una questione economica — è una questione costituzionale. Se il diritto alla salute vale di più a Milano che a Reggio Calabria, se il diritto all’istruzione è meglio garantito a Bologna che a Palermo, se il diritto al lavoro è più effettivo in Lombardia che in Sicilia, allora la Repubblica non è una sola. Sono due — almeno.
Ottant’anni di Repubblica non hanno colmato questo divario. In alcuni periodi lo hanno ridotto. In altri lo hanno ampliato. Il Sud ha continuato a svuotarsi di giovani, talenti, speranze. E il silenzio politico su questa ferita — oggi coperto dall’autonomia differenziata, che rischia di istituzionalizzare la diseguaglianza invece di ridurla — è forse la più grave inadempienza costituzionale della storia repubblicana.
La Costituzione non è un atto del passato che si commemora. È un atto del futuro che si disattende ogni giorno in cui gli ostacoli non vengono rimossi, in cui i diritti restano sulla carta, in cui la promessa dell’uguaglianza sostanziale viene rinviata ancora una volta a tempi migliori.
Tutto questo non significa che la Repubblica abbia fallito. Significa che ha costruito qualcosa di straordinario — una democrazia che ha retto, libertà fondamentali garantite, istituzioni che nel bene e nel male funzionano — ma che quella costruzione si è fermata a metà. Ha rispettato la Costituzione nella sua dimensione formale: le libertà civili, la separazione dei poteri, il pluralismo politico. Ha disatteso la sua dimensione sostanziale: la promessa che la Repubblica avrebbe lavorato attivamente per rendere uguali coloro che non lo erano.
I padri costituenti sapevano che stavano scrivendo un programma, non solo una legge. Sapevano che quella Carta chiedeva a ogni generazione successiva un lavoro — lento, faticoso, mai finito — di costruzione dell’uguaglianza reale. Quel lavoro non è stato fatto abbastanza. Non perché fosse impossibile, ma perché è stato scomodo. Perché costava consensi. Perché richiedeva di toccare interessi consolidati.
Ottant’anni. Una bella età per fare i conti. Non con il passato — con il futuro. La Costituzione è ancora lì, intatta nel testo, spesso inattuata nella realtà. Sarebbe il modo migliore per celebrarla davvero: non leggerla nelle cerimonie, ma attuarla nei provvedimenti. Non citarla nei discorsi, ma rispettarla nelle scelte.
