Nuovi sviluppi sul caso della mamma e figli morte a Campobasso in una cena pre natalizia
Ci sono casi giudiziari che colpiscono non per la loro complessità ma per la loro geometria. Per la precisione quasi insopportabile con cui i dettagli si incastrano, uno dopo l’altro, fino a formare una figura che la mente fatica ad accettare.
Il caso di Pietracatella è uno di questi.
Una cena, il 23 dicembre. Una famiglia in una casa di provincia, in quella zona del Molise che si potrebbe attraversare senza accorgersene. Cozze, salumi, insalata giardiniera. La figlia maggiore — Alice, diciannove anni — quella sera non c’è: è uscita con gli amici per una pizza. A tavola restano il padre, la madre, la sorella più piccola. Una scena di normalità domestica così comune da essere invisibile, il tipo di sera che milioni di famiglie italiane vivono ogni dicembre senza che accada nulla.
Poi accade qualcosa.
La ricina è un veleno estratto dai semi della pianta del ricino. È letale in quantità infinitesimali, non ha antidoto, agisce bloccando la sintesi proteica a livello cellulare — il corpo, in sostanza, smette di potersi riparare. I sintomi iniziali assomigliano a quelli di una gastroenterite, il che la rende pericolosamente compatibile con la distrazione diagnostica. Antonella e Sara — madre e figlia, cinquanta e quindici anni — si sentono male dal 25 dicembre. Chiedono di essere ricoverate. I medici parlano di gastroenterite. Le condizioni peggiorano. Sara muore il 27. Antonella il 28.
Due morti in due giorni. Due donne della stessa famiglia. Il padre e la figlia maggiore, che quella sera non aveva mangiato a casa, sopravvivono.
La Procura di Larino ha aperto un fascicolo per duplice omicidio premeditato, contro ignoti. Cinque medici dell’ospedale di Campobasso sono indagati per omicidio colposo — ipotesi su cui si pronunceranno gli accertamenti irripetibili previsti per la prossima settimana. Due binari paralleli, come spesso accade nelle inchieste che hanno più livelli: la responsabilità di chi somministrò il veleno, e quella di chi non riconobbe i sintomi in tempo.
Ma è il cellulare di Alice che adesso catalizza l’attenzione degli inquirenti, e non a caso.
In quel telefono ci sono le chat. C’è la navigazione internet. C’è la posizione del dispositivo, cioè la traccia digitale di dove si trovava la ragazza ora per ora in quei giorni. E ci sono le note — un dettaglio che nella cronaca appare quasi di passaggio, ma che ha una densità particolare: annotazioni dei pasti consumati dalla famiglia tra il 22 e il 25 dicembre.
Che una ragazza di diciannove anni tenga un registro di ciò che la sua famiglia mangia nei giorni intorno al Natale è un’informazione che può avere mille spiegazioni innocenti. Può essere l’abitudine di chi segue una dieta, di chi ha qualcuno con intolleranze alimentari, di chi è semplicemente ordinato. Ma in un’inchiesta per omicidio premeditato, quelle note diventano qualcosa di diverso: diventano un documento. Una cronologia. Un taccuino che la magistratura leggerà con tutta la lentezza e l’attenzione che il caso richiede.
C’è qualcosa di particolare nella geometria di questa storia, e vale la pena nominarla senza pudori giornalistici eccessivi.
Il veleno era nel cibo. Il cibo era sul tavolo di una cena familiare. Una delle persone sedute a quel tavolo è sopravvissuta — il padre. Una delle persone che avrebbero potuto sedersi a quel tavolo non c’era — Alice, che era uscita per una pizza. Le due persone morte sono la madre e la figlia di quindici anni. È una geometria che la Procura di Larino sta osservando con attenzione, senza che questo significhi ancora nulla di definitivo, senza che i nomi abbiano ancora il peso di un’imputazione.
Le indagini sono in corso. Gli ignoti sono ancora ignoti. I cinque medici devono ancora difendersi dagli accertamenti tecnici. Alice è parte offesa nell’inchiesta, al pari del padre.
Eppure quel cellulare pesa. Pesa non perché contenga necessariamente una risposta, ma perché contiene una traccia — e le tracce, in questi casi, sono tutto ciò che la giustizia ha per costruire una storia alternativa al silenzio.
Pietracatella è un paese di poco più di mille abitanti, adagiato sulle colline molisane, il tipo di luogo in cui tutti conoscono tutti e le storie non rimangono dentro le case a lungo. Il 23 dicembre qualcuno ha messo della ricina nel cibo di una famiglia. Quella ricina ha ucciso una madre di cinquant’anni e una bambina di quindici. Il padre è vivo. La figlia maggiore era a mangiare una pizza con gli amici.
In quelle note sul cellulare — l’elenco dei pasti, le date, i dettagli — c’è forse niente. O forse c’è qualcosa che adesso, letto con gli occhi di chi indaga un omicidio premeditato, cambia il senso di tutto.
È per questo che la giustizia è lenta. Non per negligenza: perché la lentezza è l’unica forma di rispetto che si può offrire a una storia così.
