Keiko vince, la sinistra denuncia i brogli. In Perù cambia il colore dei protagonisti, ma non la tentazione di rifiutare il verdetto delle urne.

Le democrazie moderne sembrano soffrire di una malattia sempre più diffusa: tutti chiedono elezioni libere, ma sempre meno accettano il risultato quando non coincide con le proprie aspettative. Il Perù, laboratorio politico permanente dell’America Latina, ne offre oggi una nuova dimostrazione. Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori, è diventata ufficialmente la prima donna eletta alla guida della Repubblica peruviana. Una vittoria storica, ottenuta per meno di un punto percentuale, che segna il ritorno del fujimorismo al potere dopo quasi trent’anni. Eppure, invece di aprire una fase di normalizzazione, il risultato rischia di inaugurare un nuovo capitolo della lunga instabilità peruviana.

Mentre Keiko riceveva le credenziali presidenziali e pronunciava un discorso centrato sulla riconciliazione nazionale, il suo avversario Roberto Sánchez annunciava ricorsi, contestazioni e mobilitazioni popolari. Le accuse riguardano soprattutto il voto degli emigrati e presunte irregolarità nella trasmissione delle schede dall’estero. Gli organismi elettorali hanno però respinto i ricorsi, la Cancelleria ha smentito la rottura della catena di custodia e il Jurado Nacional de Elecciones ha chiuso definitivamente la strada legale. Ma per Sánchez la battaglia continua nelle piazze.

La scena appare sorprendentemente familiare. Negli Stati Uniti Donald Trump contestò il risultato del 2020; in Brasile Jair Bolsonaro insinuò dubbi sul sistema elettronico; in Europa movimenti sovranisti e populisti denunciano spesso manipolazioni delle élite. Oggi, paradossalmente, è la sinistra radicale peruviana a utilizzare argomenti che fino a pochi anni fa sarebbero stati associati alla destra populista. Cambiano le bandiere, non il copione.

Il vero problema del Perù, tuttavia, va ben oltre la polemica elettorale. Da quasi dieci anni il Paese vive una crisi istituzionale permanente. Presidenti destituiti, governi caduti, parlamenti delegittimati, manifestazioni di piazza, inchieste giudiziarie e tentativi di forzatura costituzionale hanno eroso la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. La presidenza della Repubblica è diventata una carica fragile, quasi provvisoria. Chi entra a Palacio de Gobierno sa di essere già sotto assedio.

In questo contesto il ritorno dei Fujimori assume un significato che supera la semplice alternanza politica. Per milioni di peruviani Alberto Fujimori resta l’uomo che sconfisse il terrorismo di Sendero Luminoso e salvò l’economia dal collasso. Per altri rappresenta invece il simbolo dell’autoritarismo latinoamericano, delle violazioni dei diritti umani e della corruzione del potere. Keiko eredita entrambe queste memorie. Per questo nel suo discorso ha insistito sul perdono e sulla riconciliazione, quasi a riconoscere che la vera sfida del suo mandato non sarà soltanto governare, ma ricucire una società che da anni vive in uno stato di conflitto permanente.

Non sarà facile. Le ferite lasciate dalla caduta di Pedro Castillo continuano a dividere il Paese. Per alcuni egli rimane il presidente che tentò un autogolpe nel dicembre 2022; per altri è il simbolo delle periferie rurali escluse dal potere tradizionale di Lima. La sua figura continua a mobilitare settori popolari che vedono nelle istituzioni centrali non un arbitro imparziale, ma uno strumento delle élite.

È qui che si inserisce il pericolo più grande. Quando una parte consistente della popolazione smette di credere ai tribunali, agli organismi elettorali, al Parlamento e persino al voto, la democrazia perde il suo terreno comune. Le elezioni non diventano più il momento in cui si decide chi governa, ma soltanto l’inizio di una nuova battaglia. La sconfitta non è più una possibilità fisiologica della politica; diventa automaticamente il prodotto di una manipolazione.

Il Perù arriva così all’insediamento di Keiko Fujimori con un paradosso evidente. La prima donna eletta democraticamente alla presidenza assume l’incarico in uno dei momenti di maggiore debolezza delle istituzioni repubblicane. La sua vittoria rappresenta un fatto storico. Ma il compito che l’attende è ancora più storico: convincere milioni di peruviani che le istituzioni meritano di essere credute.

In America Latina i fantasmi della storia non muoiono mai. Tornano con nomi diversi e bandiere diverse. Oggi il fantasma si chiama Fujimori. Ma il problema più profondo non è il ritorno del fujimorismo. È la crescente difficoltà delle democrazie contemporanee ad accettare una verità elementare: chi perde le elezioni deve poter tornare a casa senza gridare al complotto.