Alice, Matteo, Gabriele: quando una piscina diventa una trappola
La morte della bambina di Sestri Levante riapre il dossier della sicurezza degli impianti natatori. Esistono norme tecniche capaci di impedire l’intrappolamento nei bocchettoni, ma non sono ancora diventate un sistema nazionale di obblighi, controlli e responsabilità. Il disegno di legge è fermo in Parlamento, mentre il conto dell’attesa viene pagato soprattutto dai bambini.
Alice Ferrari aveva undici anni e i capelli lunghi. In una fotografia sorride accanto a un cavallo, con quella serietà luminosa che hanno i bambini quando si dedicano a ciò che amano. Ora il suo nome è diventato il nome di una tragedia: mercoledì 15 luglio, nella piscina dei Bagni Segesta di Sestri Levante, i capelli sarebbero rimasti impigliati nel bocchettone dell’impianto di aspirazione. Il risucchio le ha impedito di tornare in superficie. I genitori hanno autorizzato l’espianto degli organi. Altri bambini sopravviveranno grazie a lei.
Il titolare dello stabilimento si è tuffato, ha tentato di liberarla e infine ha dovuto tagliarle i capelli. I soccorritori hanno rianimato Alice a lungo, riuscendo a far ripartire il cuore. Ma dopo due giorni nella Terapia intensiva dell’ospedale pediatrico Gaslini di Genova, il 17 luglio, la bambina è morta. La piscina è stata sequestrata e la Procura ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo. Spetterà agli accertamenti stabilire lo stato dell’impianto, la presenza e l’efficienza delle protezioni, la manutenzione, la segnaletica e le eventuali responsabilità.
La famiglia ha autorizzato la donazione degli organi. È difficile trovare parole non consumate davanti a una decisione simile. Nel punto in cui il dolore sembra chiudere ogni porta, i genitori di Alice ne hanno aperta una per altri bambini e per altre famiglie. È un gesto che non cancella la morte, non la spiega e non la risarcisce. Ma impedisce che essa abbia l’ultima parola.
Il nome di Alice, però, non arriva solo.
Il 5 aprile scorso, giorno di Pasqua, Matteo Brandimarti, dodici anni, rimase intrappolato nel bocchettone di una piccola vasca idromassaggio in un albergo di Pennabilli, nel Riminese. La gamba venne bloccata dalla forza dell’aspirazione e la testa rimase sott’acqua. Per liberarlo fu necessario spegnere la pompa. Matteo morì alcuni giorni dopo; anche in quel caso furono donati gli organi e venne aperto un procedimento per omicidio colposo.
Il 18 aprile, meno di due settimane più tardi, Gabriele Ubaldo Petrucci, sette anni, morì in una piscina termale di Suio, in provincia di Latina. Secondo una delle ipotesi investigative, il bambino sarebbe rimasto incastrato in un canale di aspirazione; i familiari denunciarono l’assenza di adeguate grate di protezione. Anche quella vicenda è diventata materia di autopsie, perizie e indagini giudiziarie.
Tre bambini in pochi mesi. Tre luoghi diversi: una struttura alberghiera, un centro termale, uno stabilimento balneare. Tre piscine che avrebbero dovuto rappresentare il riposo, la vacanza, il gioco. E tre indagini chiamate a ricostruire ciò che una legge moderna dovrebbe tentare di prevenire prima che accada.
Non bisogna anticipare sentenze né trasformare il lutto in un tribunale improvvisato. Non sappiamo ancora se, nel caso di Alice, vi siano state omissioni, guasti, errori umani o irregolarità. La prudenza giudiziaria è necessaria. Ma la prudenza non può diventare una scusa politica. Una cosa, infatti, è accertare la responsabilità penale dopo una morte; altra cosa è costruire un sistema che renda quella morte altamente improbabile.
La forza invisibile dell’acqua
Il bocchettone è un oggetto piccolo, quasi insignificante. Sta sul fondo o lungo la parete della vasca e serve a prelevare l’acqua, inviarla ai filtri, trattarla e reimmetterla nel circuito. Il pericolo nasce quando l’apertura viene ostruita da una parte del corpo, dai capelli, da un indumento o da un arto. La depressione prodotta dall’impianto può generare un effetto ventosa tanto forte da impedire alla persona di liberarsi.
Non è quindi sempre corretto parlare genericamente di “annegamento”. In alcuni casi si tratta di intrappolamento provocato da aspirazione: la vittima può saper nuotare, essere vicina al bordo, trovarsi in acqua bassa e perfino essere circondata da adulti. La capacità natatoria, che resta importantissima, non basta contro una forza meccanica che trattiene il corpo sott’acqua.
Le norme tecniche UNI e UNI EN contengono già indicazioni per ridurre questo rischio: configurazione e dimensionamento delle griglie, limiti alla velocità di aspirazione, sistemi capaci di interrompere automaticamente il funzionamento in caso di occlusione, distribuzione dell’aspirazione su più punti per evitare che la chiusura di una sola apertura produca una forza irresistibile.
Il problema è che la norma tecnica, da sola, non coincide necessariamente con una legge dello Stato. Può indicare la buona costruzione, diventare parametro per una perizia o essere richiamata nei contratti e nelle autorizzazioni. Ma finché non è trasformata in un obbligo chiaro, generalizzato e controllabile, la sua applicazione può dipendere dall’epoca dell’impianto, dalla disciplina regionale, dal tipo di piscina e dalla diligenza del gestore.
L’Italia possiede da anni accordi e indirizzi sugli aspetti igienico-sanitari, sulla costruzione, sulla manutenzione e sulla vigilanza delle piscine. L’Istituto superiore di sanità ha inoltre richiamato la necessità di una strategia nazionale contro gli annegamenti, stimando storicamente nelle piscine circa trenta-quaranta decessi all’anno, con una presenza rilevante di vittime minorenni.
Eppure il quadro rimane frammentato. La sicurezza cambia insieme al confine regionale, alla categoria amministrativa della struttura, alla data di costruzione e all’interpretazione degli obblighi. È il paradosso italiano: l’acqua è la stessa, la forza di aspirazione obbedisce alle medesime leggi fisiche, ma le tutele possono non essere uguali.
La legge che rincorre le tragedie
Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge quadro sulla salute e la sicurezza nelle piscine il 30 luglio 2025. Il provvedimento è stato presentato alla Camera l’11 agosto 2025 con il numero A.C. 2576 e, a metà luglio 2026, risulta ancora in esame parlamentare. Non è dunque una legge vigente.
Il testo tenta di fissare requisiti minimi nazionali per le piscine pubbliche, private aperte al pubblico e collegate alle strutture ricettive. Affronta la qualità dell’acqua, i controlli sanitari, le dotazioni di soccorso, le barriere e le coperture di protezione, i sistemi di allarme, la manutenzione e l’individuazione del numero massimo di frequentatori.
È un passo necessario, ma non ancora sufficiente.
Uno dei punti più controversi riguarda gli impianti esistenti. Una legge concentrata soprattutto sulle nuove costruzioni rischierebbe di lasciare fuori proprio le piscine più vecchie, nelle quali può essere maggiore la probabilità di trovare sistemi di aspirazione progettati secondo criteri superati. La sicurezza, invece, non può valere soltanto per la vasca che verrà inaugurata domani. Deve entrare anche in quella costruita venti o trent’anni fa, con tempi di adeguamento realistici ma certi.
Le Regioni hanno contestato vari aspetti del disegno di legge, rivendicando le proprie competenze in materia sanitaria e chiedendo una disciplina capace di includere anche gli impianti già esistenti. Albergatori, agriturismi e altre organizzazioni di categoria hanno segnalato il rischio di oneri tecnici, amministrativi ed economici eccessivi, soprattutto per le strutture più piccole.
Sono obiezioni che meritano ascolto. Una piscina domestica, una vasca termale, un grande parco acquatico e la piccola piscina di un agriturismo non possono essere amministrati come se fossero la stessa realtà. Gli obblighi devono essere proporzionati alle dimensioni, alla profondità, alla potenza degli impianti, al numero degli utenti e alla presenza di bambini.
Ma proporzionare non significa rinunciare.
La protezione dei bocchettoni, il doppio punto di aspirazione, un dispositivo di arresto facilmente raggiungibile, l’interruzione automatica in caso di occlusione, la manutenzione documentata e i controlli periodici non sono lussi burocratici. Sono il corrispettivo tecnico del diritto di una persona a non essere trattenuta sul fondo da una pompa.
Dire che gli adeguamenti costano è vero. Anche le cinture di sicurezza, gli ascensori a norma, gli impianti antincendio e le uscite di emergenza hanno un costo. La civiltà, però, comincia precisamente quando il costo della prevenzione non viene contrapposto al valore della vita come se fossero due merci equivalenti.
Lo Stato potrebbe prevedere scadenze differenziate, incentivi fiscali, fondi per le piccole strutture, verifiche basate sul rischio e procedure semplificate. Può discutere chi debba certificare un sistema di allarme e quale autorità debba svolgere i controlli. Ciò che non può fare è lasciare indefinitamente volontario ciò che serve a impedire un intrappolamento mortale.
Non basta la cuffia
Nelle ore successive alla tragedia di Sestri Levante si è discusso anche dell’eventuale obbligo della cuffia e del possibile divieto di accesso alla vasca per i minori di dodici anni. Sono elementi che l’inchiesta dovrà chiarire.
La cuffia può ridurre il rischio che i capelli vengano risucchiati, ma non può diventare l’alibi con cui trasferire interamente la responsabilità tecnica sul bagnante. Una piscina sicura non deve trasformarsi in una trappola neppure davanti a un’imprudenza prevedibile, a una cuffia che scivola o a un bambino che non comprende un cartello.
Allo stesso modo, la vigilanza degli adulti è indispensabile. Molti annegamenti avvengono perché un bambino sfugge per pochi istanti al controllo. Ma Alice, Matteo e Gabriele ci ricordano che non ogni tragedia può essere spiegata con la distrazione di una madre o di un padre. Davanti a un’aspirazione pericolosa, anche una persona presente a pochi metri può non avere il tempo o la forza necessari per liberare la vittima.
Il bagnino, quando obbligatorio, è una presenza decisiva. Ma nemmeno il più preparato degli assistenti può compensare sempre un impianto insicuro. La prevenzione funziona quando è costruita per livelli: progettazione corretta, protezioni fisiche, arresto automatico, manutenzione, controlli pubblici, segnaletica, personale addestrato, educazione al nuoto e sorveglianza dei minori.
Quando uno di questi livelli fallisce, devono restarne altri. La sicurezza non può dipendere da un unico uomo che si tuffa con un paio di forbici in mano.
Il tempo parlamentare e il tempo dell’acqua
La politica possiede un proprio vocabolario: audizioni, pareri, coperture finanziarie, competenze concorrenti, termini per gli emendamenti. È il linguaggio necessario della democrazia. Le leggi scritte sull’onda dell’emozione possono essere confuse, sproporzionate o inapplicabili.
Ma esiste anche un tempo oltre il quale la ponderazione diventa inerzia.
Alice è morta il 17 luglio 2026. Matteo era morto in aprile. Gabriele pochi giorni dopo. Il disegno di legge era stato approvato dal governo nel luglio dell’anno precedente. La sequenza non dimostra che quella legge, così come è scritta, avrebbe certamente salvato questi bambini. Sarebbe retorico e tecnicamente scorretto sostenerlo.
Dimostra però che il problema era noto.
Erano note la frammentazione normativa, la pericolosità degli impianti di aspirazione, la vulnerabilità dei bambini, la necessità di censire le piscine, l’importanza della manutenzione, l’esigenza di rendere obbligatori alcuni dispositivi e di stabilire responsabilità uniformi.
Quando un rischio è conosciuto, la mancata decisione diventa essa stessa una decisione: significa accettare che quel rischio continui a essere distribuito tra migliaia di piscine e milioni di bagnanti.
Ora Alice non deve essere trasformata in uno slogan parlamentare. Non servono leggi intitolate frettolosamente a una vittima, approvate sotto la pressione delle telecamere e poi dimenticate nei regolamenti attuativi. Serve una buona legge: tecnicamente seria, nazionale, proporzionata, applicabile anche agli impianti esistenti e accompagnata da controlli veri.
Bisogna sapere quante piscine esistono, chi le verifica, con quale frequenza e secondo quali parametri. Ogni impianto dovrebbe possedere una valutazione del rischio di intrappolamento; ogni bocchettone dovrebbe essere ispezionabile; ogni griglia danneggiata dovrebbe comportare l’immediata chiusura della vasca; ogni pompa dovrebbe poter essere arrestata senza perdere secondi preziosi. Gli utenti dovrebbero vedere chiaramente profondità, divieti e regole. I gestori dovrebbero essere formati. I controllori dovrebbero disporre di competenze, personale e sanzioni adeguate.
È questa la differenza tra la sicurezza proclamata e quella praticata.
Sul fondo di una piscina non esiste destra o sinistra, Stato o Regione, albergo o agriturismo. Esiste una persona che deve poter riemergere. E quando quella persona è una bambina di undici anni, ogni disputa sulle competenze appare improvvisamente per ciò che è: necessaria, forse, ma terribilmente piccola.
Una società civile non aspetta la prossima vittima per scoprire che un bocchettone può uccidere. Trasforma le conoscenze tecniche in obblighi, sostiene chi deve adeguare gli impianti e controlla che le regole siano rispettate. Perché il tempo di una commissione parlamentare può durare mesi; quello di un bambino trattenuto sott’acqua si misura in secondi.
