Un 27 maggio 2026 che ha restituito Cuba alla storia — e la storia alla sua complessità


Bisogna cominciare dal luogo. Sempre, quando si parla di Assisi, bisogna cominciare dal luogo — perché Assisi non è uno sfondo, non è una cornice decorativa. È un argomento. È già, da sola, una presa di posizione.

Francesco di Bernardone nacque qui nel 1181 figlio di un mercante ricco, e qui decise — con un gesto che ancora oggi disorienta per la sua radicalità — di spogliarsi di tutto. Non in senso metaforico: letteralmente, davanti al vescovo e al padre, in piazza, restituì i vestiti e rimase nudo sotto il sole umbro. Non era follia: era un manifesto. Stava dicendo che il mondo poteva essere fatto diversamente. Che la povertà non era una condanna da accettare ma una scelta da abbracciare. Che i lebbrosi — quelli che lui stesso aveva sempre evitato per ribrezzo — erano il Cristo travestito da scartato. Che il nemico, anche il nemico — come dimostrò attraversando le linee della Quinta Crociata per incontrare il Sultano Al-Kamil nel 1219, senza armi, senza scorta, senza altro programma che il dialogo — era prima di tutto un essere umano che meritava di essere guardato negli occhi.

Otto secoli dopo, questo luogo conserva intatta quella carica. Non come reliquia museale: come postura intellettuale e morale ancora perfettamente operativa. Chi sceglie Assisi per parlare di pace non fa folklore spirituale. Sceglie un codice. Dice: qui non ci sono neutralità simulate, non ci sono silenzi diplomatici, non ci sono verità a metà. Qui si parla chiaro — come Francesco ha parlato chiaro — anche quando fa scomodo, anche quando costa qualcosa.

Ed è precisamente per questo che il 27 maggio 2026, nella Sala Pro Loco di Piazza Garibaldi a Santa Maria degli Angeli, Padre Alfonso Bruno e il professor Luciano Vasapollo hanno scelto questo palco — e non un altro — per parlare di Cuba.

Due voci ad Assisi: il sacerdote e l’economista

Padre Alfonso Bruno è missionario francescano e giornalista. Non un accademico prestato alla politica, non un militante travestito da uomo di fede: un sacerdote che ha scelto la missione come forma di vita e il giornalismo come forma di testimonianza. La sua presenza ad Assisi non è simbolica — è coerente. Chi vive nella tradizione di Francesco non può permettersi l’indifferenza di fronte alla sofferenza strutturale di un popolo. L’indifferenza, in quella tradizione, non è una postura contemplativa: è una colpa. È stare dalla parte di chi l’ingiustizia la produce, fingendo di non vedere.

Luciano Vasapollo è economista alla Sapienza di Roma, direttore del CESTES — Centro Studi dell’USB — e studioso con trent’anni di frequentazione diretta dell’isola, dei suoi protagonisti, delle sue contraddizioni e delle sue conquiste. Porta in sala la conoscenza di chi sa e la passione di chi ha scelto, senza nasconderlo, da che parte stare. Ma — ed è questa la distinzione che conta — lo argomenta con i dati invece che con gli slogan. I numeri dell’embargo. Le cifre della mortalità infantile. Le statistiche delle vaccinazioni. I voti dell’Assemblea Generale dell’ONU — 185 nazioni contro 2, ogni anno, per sessantaquattro anni consecutivi, un record assoluto nella storia delle votazioni onusiane — che condannano il blocco senza che la condanna produca alcun effetto giuridico.

La conferenza di Vasapollo ad Assisi è anche l’introduzione di un libro in uscita — un saggio-intervista tra i due — che verrà a breve. Ma questo non è il punto. Il punto è che Assisi è stata scelta deliberatamente come il luogo in cui rompere un silenzio. Come il luogo in cui dire, con la stessa nudità di Francesco in piazza: il mondo può essere fatto diversamente. E Cuba, sotto assedio da sessantaquattro anni, merita di essere vista per quello che è — non per quello che i suoi avversari hanno costruito attorno al suo nome.

Nello stesso giorno, a Roma: l’università pontificia e l’ambasciata cubana

Mentre ad Assisi Bruno e Vasapollo parlavano alle ore 17:30, a Roma — poche ore prima, alle 11:00 — accadeva qualcosa di ugualmente significativo, e ugualmente insolito. La Pontificia Università Antonianum, in via Merulana — sede della Facoltà di Filosofia con la sua Cattedra del Pensiero Latinoamericano — ospitava una conferenza pubblica organizzata con l’Ambasciata di Cuba presso la Santa Sede. Il titolo: Fidel Castro y la Religión.

I relatori erano il professor Luis Badilla, vaticanista cileno fondatore della rivista on-line Il Sismografo e il professor Gianni La Bella, storico dei movimenti religiosi contemporanei e studioso di lunga data dei processi di trasformazione della Chiesa in America Latina. Non due polemisti, non due militanti: due studiosi con carriere riconosciute, che hanno scelto di portare in un’aula universitaria pontificia una domanda che il pensiero cattolico mainstream fatica ancora ad affrontare senza imbarazzo: cosa fu davvero Fidel Castro in rapporto alla fede, alla Chiesa, al sacro?

Fidel Castro non era un ateo mangiapreti

È il luogo comune più resistente, quello che più ha servito la narrazione anticubana in Occidente. E come tutti i luoghi comuni resistenti, contiene un frammento di verità storica — i primi anni Sessanta videro tensioni reali tra il governo rivoluzionario e le istituzioni ecclesiali — ingigantito fino a diventare l’unica versione disponibile.

La realtà documentata è più complessa e più interessante. Fidel Castro fu educato nei migliori collegi cattolici di Cuba — prima dai Lasallisti, poi dai Gesuiti del Belén dell’Avana. La sua formazione etica non era una patina di facciata: era strutturale, profonda, riconoscibile nei suoi discorsi e nelle sue scelte per tutta la vita rivoluzionaria. «Quien traiciona al pobre, traiciona a Cristo» è una frase di Fidel, pronunciata nei primissimi anni della Rivoluzione. Non è di un teologo della liberazione: è del Comandante en Jefe. E dice qualcosa di preciso sulla geografia morale da cui partiva.

Il documento presentato alla conferenza romana — tratto dalla storica intervista che Castro concesse al sacerdote domenicano brasiliano Frei Betto, pubblicata nel 1985 — è straordinario per quello che testimonia: che il dialogo tra un dirigente comunista di principi incrollabili e un cattolico militante di profonda fede è non solo possibile, ma fecondo. Che né l’uno né l’altro ha ceduto un millimetro nelle proprie convinzioni. Che entrambi hanno trovato un terreno comune non tattico, non di convenienza contingente, ma strategico e morale: la difesa dei poveri, la dignità umana, la lotta contro lo sfruttamento. «Chi lotta onestamente in favore dei popoli trova punti d’incontro profondi», si legge nel testo, «qualunque siano le sue idee su Dio e la religione.»

Non è sincretismo. Non è relativismo. È il riconoscimento che certe verità morali precedono le identità o le etichette ideologiche. Ed è precisamente il riconoscimento che Francesco d’Assisi aveva fatto ottocento anni prima, di fronte al Sultano.

Una relazione con la Santa Sede che non nasce ieri

Un altro dato che spiazza chi ha costruito la propria idea di Cuba sul manuale dell’anticomunismo: le relazioni diplomatiche tra l’isola e la Santa Sede non nascono con la distensione degli anni Novanta, né con la visita storica di Giovanni Paolo II nel 1998. Affondano nella fine dell’Ottocento, quando Cuba era ancora colonia spagnola e la Chiesa era istituzione strutturale della vita civile dell’isola. Non si sono mai interrotte — nemmeno nei momenti di tensione più acuta. Il filo diplomatico ha tenuto attraverso la Rivoluzione, l’embargo, la Guerra Fredda, il Período Especial, ogni nuovo ciclo politico americano.

Che oggi l’Ambasciata di Cuba presso la Santa Sede co-organizzi una conferenza in una università pontificia non è una novità storica: è la continuazione naturale di un rapporto lungo, articolato, mai monolitico — ma mai spezzato.

La Chiesa vicina ai poveri: Francescani, Sant’Egidio, la cura concreta

A Cuba, nel 2026, la Chiesa non è soppressa né semplicemente tollerata. È presente, attiva, radicata nelle comunità più povere dell’isola. I francescani — con quella stessa logica che P. Alfonso Bruno porta nella sua missione quotidiana — lavorano dove le cose sono più difficili, portando cura e prossimità come imperativo evangelico, non come opzione caritativa facoltativa. La Comunità di Sant’Egidio, quella che ha mediato la pace in Mozambico e in Guatemala, è presente sull’isola da anni con la sua tradizione di vicinanza ai marginali.

Tutto questo accade in un paese in cui la Costituzione riconosce la libertà religiosa, in cui cattolici, protestanti, battisti, la Santería afrocubana e decine di altre confessioni praticano pubblicamente. Non è il paradiso del pluralismo: nessuno lo afferma. Ma è esattamente l’opposto della caricatura del regime ateo e persecutore — caricatura funzionale, sempre e solo, a chi ha bisogno di un nemico morale abbastanza semplice da consumarsi in un titolo.

Batista sì che era una dittatura

C’è una rimozione che va nominata perché è il cuore del problema, il punto in cui la disonestà intellettuale diventa più visibile. L’Avana degli anni Cinquanta — quella che certa nostalgia evoca con le Cadillac e i colori pastello — era nei fatti una delle capitali più corrotte e violente dell’emisfero. Meyer Lansky e Lucky Luciano gestivano hotel di lusso con la protezione diretta del governo Batista. Il settanta per cento delle terre agricole era in mano straniera. La mortalità infantile era tra le più alte dell’America Latina. L’analfabetismo toccava il quaranta per cento della popolazione. I sindacalisti venivano assassinati. Gli oppositori sparivano.

Batista era al potere grazie al sostegno esplicito di Washington, che nell’isola vedeva una piattaforma economica docile e un regime abbastanza corrotto da non fare domande. Quella era la dittatura. Quello era il protettorato. Chi oggi costruisce la narrazione dell’invasione come liberazione dovrebbe avere l’onestà di chiedersi: da cosa fu liberata Cuba il primo gennaio 1959? E da chi?

Francesco, Fidel, e il miracolo del dialogo

Tornando ad Assisi — perché da Assisi bisogna sempre tornare, quando si è partiti da lì — c’è una consonanza profonda tra il gesto di Francesco che nel 1219 attraversò le linee nemiche per incontrare il Sultano, e quello che le due conferenze del 27 maggio 2026 hanno provato a fare: attraversare la linea del pregiudizio per incontrare la realtà.

Badilla e La Bella a Roma, Bruno e Vasapollo ad Assisi: quattro voci diverse, quattro percorsi diversi, una sola necessità — che il Vangelo e la critica allo sfruttamento dei poveri — smettano di essere usate come argomenti contrapposti e vengano riconosciute per quello che sono: due lingue diverse per dire la stessa cosa davanti agli stessi poveri.

Francesco lo aveva capito senza aver letto Marx. Marx lo aveva intuito senza aver letto Francesco. Cuba, in sessantaquattro anni di assedio, lo ha vissuto sulla propria pelle senza bisogno di leggere nessuno dei due.

Un 27 maggio da ricordare

Due città. Quattro relatori. Un solo messaggio: Cuba non è la caricatura che i suoi avversari fabbricano in tempo reale, con pretesti costruiti ad arte e portaerei schierate nei Caraibi. È un paese con una storia lunga e scomoda, con conquiste reali e contraddizioni reali, con un popolo che ha deciso — di fronte a ogni blackout, a ogni sanzione, a ogni ciclo di pressione — che la propria dignità non è in vendita.

Assisi ha detto la sua parte. Roma ha detto la sua parte. Francesco avrebbe riconosciuto entrambe.

Cuba no está sola. Siempre adelante.

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