Trump e l’Iran combattono per Hormuz, ma il vero vincitore potrebbe essere il mondo che impara a farne a meno
Ci sono guerre che cambiano i governi. Altre che cambiano i confini. E poi ci sono quelle che cambiano la geografia economica del pianeta. La crisi di Hormuz rischia di appartenere a quest’ultima categoria.
Quando il 28 febbraio Stati Uniti e Israele decisero di colpire l’Iran, eliminando la guida suprema Ali Khamenei e decine di dirigenti politici e militari, l’obiettivo dichiarato era ridimensionare definitivamente la potenza strategica della Repubblica islamica. Quattro mesi dopo, il risultato appare molto diverso. L’Iran è certamente più debole militarmente, ma ha trasformato il proprio punto di vulnerabilità nella più efficace leva geopolitica del XXI secolo: il controllo della geografia.
Hormuz è diventato il centro del mondo.
Da quelle poche miglia nautiche passa una quota decisiva del commercio energetico globale. Teheran lo ha capito prima di tutti. Non serviva vincere la guerra. Bastava rendere evidente che nessuno può garantire il traffico marittimo senza fare i conti con l’Iran.
Il memorandum d’intesa del 17 giugno sembrava aver aperto una strada diversa. Sessanta giorni per negoziare una pace stabile, mediazione di Qatar, Pakistan e Oman, riapertura dello Stretto. Ma dietro il testo dell’accordo si nascondeva una divergenza fondamentale. Per Washington, Hormuz doveva tornare a essere una via internazionale. Per Teheran, invece, il passaggio gratuito era soltanto una concessione temporanea.
Quando Mohammad Bagher Ghalibaf ha dichiarato che la gratuità valeva solo per la durata del memorandum, ha detto in poche parole ciò che l’Iran pensa realmente: Hormuz non è un corridoio internazionale, ma una risorsa nazionale da amministrare.
Da quel momento il compromesso era già morto.
Trump ha reagito nel modo che gli è più naturale. Prima ha annunciato un pedaggio del 20 per cento sulle merci in transito protette dagli Stati Uniti. Poi, davanti alle proteste internazionali e alle obiezioni degli stessi alleati del Golfo, ha corretto il tiro sostituendo il pedaggio con accordi commerciali e investimenti. Infine ha proclamato il blocco totale delle navi dirette verso i porti iraniani.
In meno di quarantotto ore la strategia americana è cambiata tre volte.
Teheran, invece, è rimasta coerente. Ha continuato ad affermare che nessuna forza militare potrà riaprire Hormuz senza il consenso dell’Iran. Ha creato una propria autorità per autorizzare il transito delle navi. Ha sostenuto che oltre duecento imbarcazioni abbiano già accettato di coordinarsi con essa. E soprattutto ha dimostrato, colpendo petroliere e minacciando il traffico commerciale, di possedere ancora la capacità di condizionare il mercato energetico mondiale.
Ma forse la vera notizia non è ciò che accade nello Stretto.
La vera notizia è ciò che accade fuori.
Mentre Washington e Teheran litigano sul controllo di Hormuz, Arabia Saudita, Emirati e altri Paesi del Golfo stanno accelerando la costruzione di infrastrutture pensate proprio per aggirarlo. Nuovi porti sul Mar Rosso. Corridoi ferroviari transarabici. Potenziamento degli oleodotti verso Yanbu e Fujairah. Collegamenti logistici con la Giordania e il Mediterraneo. Perfino il faraonico progetto Neom viene ripensato in funzione di una nuova geografia commerciale.
È il paradosso della crisi.
Più Iran e Stati Uniti combattono per Hormuz, più il resto del mondo investe per renderlo meno indispensabile.
È una dinamica che ricorda la storia dei grandi passaggi strategici. Ogni volta che una potenza ha tentato di trasformare una strozzatura geografica in uno strumento permanente di pressione, il commercio ha finito per cercare percorsi alternativi. Le rotte cambiano. Gli oleodotti si moltiplicano. Le ferrovie avanzano. I porti si spostano.
Il commercio odia la dipendenza.
Nel frattempo il conflitto continua ad allargarsi. Gli Stati Uniti bombardano Bandar Abbas e le infrastrutture costiere iraniane. L’Iran colpisce petroliere, basi americane e Paesi del Golfo. Gli Houthi riaprono il fronte yemenita. Hezbollah mantiene una tregua fragile con Israele. L’Oman tenta disperatamente una mediazione. La Cina chiede il ritorno alla libertà di navigazione. L’Europa osserva con crescente inquietudine.
E Trump continua a sostenere contemporaneamente due cose apparentemente incompatibili: che la guerra sta andando benissimo e che la pace è ancora possibile.
Forse è questa la fotografia più fedele della situazione.
Gli Stati Uniti vincono sul piano militare ma non riescono a imporre una soluzione politica. L’Iran perde uomini, infrastrutture e capacità operative, ma continua a esercitare un potere di interdizione che nessuno riesce a eliminare. Entrambi proclamano il successo mentre il conflitto si trascina.
La verità è che la guerra ha già prodotto il suo effetto più importante.
Non ha deciso chi controllerà Hormuz. Ha convinto il mondo che dipendere da Hormuz è diventato troppo pericoloso.
E quando una rotta commerciale smette di essere considerata affidabile, la storia insegna che la geografia politica può resistere per anni, ma quella economica comincia subito a cambiare.
Washington vuole tenere aperto Hormuz. Teheran vuole controllarlo. Ma mentre le due potenze si contendono lo Stretto, Arabia Saudita, Emirati e altri attori regionali stanno costruendo infrastrutture alternative. La battaglia per il passaggio più strategico del pianeta potrebbe finire con una sconfitta comune: quella di chi scoprirà troppo tardi che il commercio globale ha già iniziato a cercare altre strade.
