L’attacco ucraino all’Fsb di Kherson, le esercitazioni atomiche russo-bielorusse e il rallentamento dell’avanzata di terra disegnano uno scenario in cui la deterrenza classica rischia di cedere sotto il peso della sopravvivenza politica di un regime alle corde.

La variabile nucleare: deterrenza o comunicazione strategica?

Esiste una distinzione che i teorici della strategia nucleare fanno da decenni e che nella guerra in Ucraina è diventata improvvisamente molto meno accademica: la differenza tra deterrenza e coercizione. La deterrenza classica funziona nella direzione del “non fare”: non invadere, non attaccare, non attraversare questa soglia perché le conseguenze sarebbero insostenibili. La coercizione nucleare funziona invece nella direzione del “fare”: smetti di armare l’Ucraina, smetti di colpire il nostro territorio, ritirati da questa posizione, o la risposta potrebbe essere di natura diversa da quella convenzionale.

Putin usa entrambi gli strumenti, spesso contemporaneamente, con una maestria che va riconosciuta anche quando fa orrore. Le esercitazioni nucleari congiunte con la Bielorussia rientrano in questa grammatica: non sono la preparazione tecnica di un attacco, ma una frase pronunciata ad alta voce nel linguaggio che le cancellerie occidentali capiscono immediatamente. Il messaggio ha almeno tre destinatari distinti. Il primo è l’Ucraina: esiste un livello a cui tu non puoi arrivare senza cambiare la natura di questa guerra. Il secondo è l’Europa e la NATO: ogni passo verso un coinvolgimento diretto ha un costo che avete già calcolato e che vi spaventa. Il terzo, forse il meno ovvio ma non il meno importante, è il pubblico interno russo: il presidente controlla ancora lo strumento più potente mai costruito dall’uomo, e chiunque pensi a un cambio di regime deve fare i conti con questa variabile.

Il problema strutturale di questa comunicazione strategica è che, per funzionare, deve essere credibile. E per restare credibile nel tempo, deve occasionalmente avvicinarsi alla soglia che pretende di indicare. C’è una deriva intrinseca nel segnalare: ogni volta che il segnale viene ignorato senza conseguenze, la soglia si alza, la credibilità si erode, e il segnalante si trova nella necessità di fare qualcosa di più esplicito per essere preso sul serio. Putin ha evocato l’opzione nucleare decine di volte dall’inizio dell’invasione. L’Occidente ha risposto alzando progressivamente il livello del sostegno militare a Kiev. Il segnale ha funzionato fino a un certo punto, poi ha smesso di funzionare. Siamo ora in quella zona intermedia, pericolosa, in cui il mittente del messaggio deve decidere se aumentare il volume o ammettere che il messaggio era un bluff. Per un regime la cui tenuta dipende dalla percezione di forza, ammettere il bluff non è un’opzione.

Le armi nucleari tattiche — quelle a corto raggio, concepite per uso sul campo di battaglia piuttosto che per la distruzione di città — sono in questo senso la variabile più inquietante. Non perché il loro uso sia imminente o probabile, ma perché la distanza tra “esercitazione” e “dispiegamento” è tecnicamente breve, e perché il loro utilizzo potrebbe essere presentato internamente come una risposta “proporzionata” a operazioni ucraine particolarmente spettacolari. Non una guerra nucleare globale: una dimostrazione locale. Il cui effetto sulle società occidentali e sulla coesione dell’alleanza di supporto a Kiev sarebbe difficile da sopravvalutare.

Il fronte bielorusso: la minaccia che non dorme mai

Nell’estate del 2022, le forze ucraine respinsero l’avanzata russa su Kiev in parte grazie a un errore di calcolo di Mosca, in parte grazie a una resistenza che sorprese il mondo, in parte perché il fronte nord era relativamente esposto e le linee logistiche russe erano allungate in modo insostenibile. Da allora, l’Ucraina non ha più smesso di guardare a settentrione.

Il confine con la Bielorussia misura oltre mille chilometri. È prevalentemente pianeggiante, attraversato da strade che portano direttamente verso Kiev senza ostacoli geografici significativi. È il corridoio ideale per un’offensiva che volesse puntare alla capitale senza doversi aprire un varco attraverso le linee difensive duramente contese nel Donbass e nello Zaporizhzhia. La “maxi operazione senza precedenti” che Zelensky ha annunciato per il confine nord non è un gesto dimostrativo: è il riconoscimento esplicito che questo vettore di minaccia viene preso sul serio al massimo livello.

Lukashenko è una figura studiata per ingenerare ambiguità. Ha bisogno di Putin per sopravvivere politicamente — il suo regime reggeva già a fatica prima del 2020, e solo il sostegno del Cremlino gli ha permesso di resistere alle proteste di massa seguite alle elezioni truccate. Ma sa anche che un coinvolgimento diretto nella guerra trasformerebbe la Bielorussia in un bersaglio legittimo per l’Ucraina e per eventuali sanzioni ancora più severe da parte dell’Occidente. La sua posizione ottimale è quella che ha mantenuto finora: fornitore di territorio, di logistica, di copertura diplomatica a Mosca, senza mandare un solo soldato bielorusso al fronte.

Il problema è che questa posizione ottimale potrebbe non essere più disponibile se la situazione russa sul campo si deteriorasse abbastanza. Un Putin che sente vacillare la presa sull’est dell’Ucraina potrebbe decidere che il prezzo di chiedere a Lukashenko un coinvolgimento diretto è diventato accettabile rispetto al costo di una sconfitta strategica. E Lukashenko, in quel momento, avrebbe pochissimo spazio per rifiutare. Non è un’ipotesi fantasiosa: è la logica dei regimi vassalli in tempo di guerra.

Le esercitazioni nucleari in questo contesto acquisiscono un significato aggiuntivo. La Bielorussia ospita già armi nucleari tattiche russe, dislocate lì nell’estate del 2023 in quello che fu presentato come un segnale di deterrenza verso la NATO. Un paese che è già territorio di dispiegamento nucleare russo, che condivide oltre mille chilometri di confine con l’Ucraina, e il cui leader non ha più autonomia strategica reale, non è semplicemente un “alleato” nel senso diplomatico del termine: è già, nei fatti, un teatro di guerra potenziale in attesa di attivazione.

La tenuta del regime: quando l’escalation diventa sopravvivenza

La domanda che circola con sempre maggiore insistenza nelle analisi degli osservatori più attenti non è “Putin perderà la guerra?” ma “Putin sopravviverà politicamente alla guerra, qualunque sia il suo esito?” Sono domande diverse, con implicazioni diverse.

I regimi autoritari hanno una caratteristica specifica nella gestione delle sconfitte: non possono ammetterle come tali. Una democrazia può perdere una guerra, cambiare governo, rinegoziare la narrativa nazionale e ricominciare. Un regime personalistico come quello di Putin è costruito attorno all’idea di forza, di invulnerabilità, di controllo totale della realtà. Una sconfitta percepita come tale — non necessariamente militare sul campo, ma simbolica, nella percezione dell’élite che lo circonda — è una minaccia esistenziale per il potere personale del presidente.

Le voci su un Putin preoccupato per un possibile golpe non sono verificabili dall’esterno con precisione. Ma hanno una logica strutturale che le rende plausibili indipendentemente dai dettagli. L’élite militare e di sicurezza russa aveva investito la propria credibilità e il proprio futuro nella promessa di una guerra rapida e vittoriosa. Quella promessa non è stata mantenuta. Prigozhin era una spia del futuro: l’ammutinamento del giugno 2023 fu soffocato, ma rivelò che la coesione dell’apparato non era monolitica come sembrava. E Prigozhin è morto in un incidente aereo due mesi dopo, con una puntualità che non ha lasciato spazio a molte interpretazioni.

In questo contesto, ogni operazione ucraina spettacolare ha un doppio effetto. All’esterno, indebolisce la Russia militarmente e simbolicamente. All’interno, alimenta le tensioni tra chi sostiene che la guerra è condotta male e chi sostiene che non si sta usando abbastanza forza. Entrambe queste correnti sono pericolose per Putin, ma in modi opposti: la prima spinge verso una negoziazione che il regime non può permettersi di presentare come tale, la seconda verso un’escalation che potrebbe sfuggire al controllo.

La storia dei regimi alle corde suggerisce che la seconda opzione — alzare la posta, creare una crisi esterna abbastanza grande da compattare l’élite attorno al leader — è quella statisticamente più frequente. Non perché sia razionale in senso assoluto, ma perché è razionale dal punto di vista di chi deve sopravvivere politicamente nel breve termine. L’apertura del fronte bielorusso, un’escalation missilistica di proporzioni inedite, un segnale nucleare esplicito: ognuna di queste opzioni avrebbe un costo enorme. Ma il costo di non agire, per un regime che ha costruito la propria legittimità sulla forza, potrebbe essere percepito come ancora più alto.

È qui che la guerra in Ucraina smette di essere una guerra tra due paesi e diventa qualcosa di più vasto e di più pericoloso: il terreno su cui si gioca la sopravvivenza di un sistema di potere che non ha imparato a perdere, e che dispone ancora di strumenti capaci di trasformare la propria crisi interna in una catastrofe esterna.

La domanda non è se Putin userà quelle armi. La domanda è quanto spazio gli rimane per non usarle.

La guerra in Ucraina è entrata in una fase in cui i successi militari di Kiev e la fragilità interna del Cremlino si alimentano a vicenda in un circolo che nessuno sa come spezzare. Ogni colpo ucraino è legittimo e necessario. Ogni colpo ucraino restringe anche lo spazio in cui Putin può permettersi di non rispondere. Le esercitazioni nucleari in Bielorussia non sono un rumore di fondo: sono la colonna sonora di un conflitto che ha smesso di avere un soffitto.