Leone XIV al Laterano: un’omelia che non consola, ma convoca. E che, letta con attenzione, dice molto più di ciò che il protocollo episcopale sembrerebbe richiedere.

Ci sono omelie che si pronunciano e si dimenticano nel giro dell’incenso. Ci sono omelie che restano. Quella che Leone XIV ha pronunciato sabato mattina nella Basilica di San Giovanni in Laterano — davanti ai quattro nuovi vescovi ausiliari di Roma, al clero, al popolo radunato — appartiene alla seconda categoria. Non perché sia teologicamente eccentrica: è, anzi, teologicamente solidissima, costruita su una metafora biblica vecchia di duemila anni. Ma perché quella metafora, nelle mani di questo papa, diventa qualcosa di più di un commento alle Scritture. Diventa un programma. E in certi passaggi, quasi un atto d’accusa.

La pietra scartata. Leone XIV torna più volte, con insistenza che non è retorica ma strutturale, sull’immagine della prima lettera di Pietro: «La pietra scartata dagli uomini è diventata pietra angolare». È il Salmo 118, è il Vangelo di Giovanni, è il cuore dell’annuncio pasquale. Ma il papa non si ferma alla citazione. La declina, la attualizza, la proietta sul presente con una precisione che lascia poco spazio all’interpretazione. «Fino ad oggi — dice — si diventa pietre scartate dagli uomini e scelte da Dio: quando con la vita e la parola ci si oppone ai progetti che schiacciano i deboli, non rispettano la dignità di ogni persona, si servono dei conflitti per selezionare i più forti, mentre trascurano chi resta indietro, chi non ce la fa, considerando chi soccombe come spazzatura della storia».

«Spazzatura della storia». È una formula che non appartiene al lessico liturgico ordinario. È una formula che appartiene al dibattito politico e filosofico contemporaneo, e che il papa introduce nella basilica lateranense con la stessa naturalezza con cui un profeta dell’Antico Testamento portava la parola di Dio nelle piazze del potere. Chi sono, oggi, gli scarti? Chi sono coloro che i sistemi economici, le logiche della competizione globale, i conflitti armati e le frontiere chiuse producono come residuo necessario del proprio funzionamento? Leone XIV non li elenca. Non ha bisogno di farlo. L’elenco lo fa il giornale, ogni mattina.

C’è un passaggio dell’omelia che merita attenzione particolare, perché è il momento in cui il tono si alza impercettibilmente e il discorso ai vescovi diventa qualcosa di più largo. Il papa parla di «coloro che perseguono l’insensata ambizione di determinare l’architettura della Terra». È una frase densa, volutamente obliqua. Non nomina governi, non nomina potenze, non nomina dottrine geopolitiche. Ma l’espressione — determinare l’architettura della Terra — è esattamente la formula con cui si descrive l’ambizione dei grandi attori globali che in questo momento ridisegnano confini, spostano popolazioni, decidono chi ha diritto a esistere dove. Leone XIV non è un papa che parla con le parabole per nascondersi: è un papa che usa le parabole perché sanno dire ciò che il linguaggio diplomatico non può permettersi di dire.

Il riferimento esplicito a Francesco — all’«ospedale da campo», ai pastori di strada, alle periferie materiali ed esistenziali dell’Evangelii gaudium — non è omaggio rituale al predecessore. È dichiarazione di continuità programmatica. Leone XIV sta dicendo ai suoi nuovi vescovi, e attraverso di loro alla Chiesa di Roma e al mondo che la guarda: il metodo non cambia. La direzione non cambia. La Chiesa non si muove verso i centri del potere; si muove verso le periferie. Non perché le periferie siano romantiche, ma perché è lì che si verifica se il Vangelo è vero o è decorazione.

«Non fatevi cercare, fatevi trovare». È la frase più semplice dell’intera omelia, e probabilmente la più esigente. Tradotta dal linguaggio pastorale a quello civile, significa: non aspettate che il problema venga da voi. Andate dove il problema è. Non costruite istituzioni che aspettano il bisogno: costruite presenze che lo anticipano. È un’etica della prossimità che la sociologia chiamerebbe proattiva e che il Vangelo chiama semplicemente carità.

Quattro uomini sono stati consacrati vescovi sabato mattina. Si chiamano Andrea, Stefano, Marco e Alessandro. Vengono, dice il papa, «da questo popolo» — dalla città, dai quartieri, dalle parrocchie. Non sono figure calate dall’alto di un organigramma vaticano: sono uomini che questa città conosce e che questa città, in qualche misura, ha formato. Leone XIV li rimanda alla stessa città con un mandato preciso: nessuno si senta scartato. Nessuno, proprio nessuno. La ripetizione — «nessuno, proprio nessuno» — non è enfasi oratoria. È la struttura logica di un universalismo che non tollera eccezioni, perché sa che le eccezioni sono sempre le stesse, sono sempre i più fragili, e sono sempre le prime a essere prodotte dai sistemi che si dichiarano inclusivi.

C’è, alla fine dell’omelia, un’immagine che il papa affida alla chiusura con la semplicità delle cose che non hanno bisogno di essere spiegate: la Salus Populi Romani, la Madonna di Roma, che «ci guidi e ci custodisca sempre lungo il cammino». È l’immagine che Francesco portò a San Pietro in una sera di pioggia e di silenzio, durante la pandemia. Leone XIV la richiama qui, in una mattina di ordinazioni e di speranza, e il richiamo non è casuale. È il modo in cui questa Chiesa dice: la continuità non è conservazione. È fedeltà a qualcosa che non appartiene né a un papa né a un’epoca, ma al cammino stesso.

Una pietra scartata diventa pietra angolare. Non è un miracolo: è un rovesciamento. E i rovesciamenti, nella storia, non li fanno gli angeli. Li fanno le persone che decidono di camminare in una direzione diversa da quella in cui tutti stanno andando. Sabato mattina, nel Laterano, quattro uomini sono stati mandati a camminare in quella direzione. Quanto ci vorrà perché la città se ne accorga dipenderà, come sempre, non da chi è stato ordinato, ma da chi ha avuto l’umiltà di farlo.