Aggredita suora a Gerusalemme. Gli estremisti non possono parlare a nome di tutti gli ebrei
L’aggressione alla suora francese a Gerusalemme non è un episodio isolato. È il sintomo di un odio che cresce, si normalizza e chiede alla politica — israeliana e internazionale — una risposta che finora non è arrivata
C’è un’immagine, in quel video, che non si dimentica facilmente. Non è il momento dell’impatto — la suora spinta con entrambe le mani, il corpo che cade sul blocco di cemento. È il momento successivo: l’aggressore che accenna ad allontanarsi, poi si volta, torna indietro, e sferra un calcio. Non è un gesto d’impulso. È una scelta. Una conferma. Come se la violenza del primo atto non fosse stata sufficiente a dire ciò che voleva dire, e avesse bisogno di un’appendice per essere completa. In quel gesto di ritorno c’è qualcosa di più freddo e di più rivelatore di qualunque esplosione di rabbia: c’è il disprezzo che si prende il tempo di tornare su sé stesso.
Siamo a Gerusalemme, a un quarto d’ora di cammino dal Cenacolo. È il pomeriggio di un martedì di fine aprile. Una suora francese di quarantotto anni — ricercatrice alla Scuola Biblica e Archeologica, una donna che ha dedicato la vita allo studio delle pietre e dei testi di quella città — cammina spedita per una via pedonale. L’uomo che la aggredisce ha trentasei anni. Indossa gli abiti degli ebrei conservatori. Viene arrestato con una formula che la polizia israeliana non usa a cuor leggero: aggressione motivata da razzismo.
La suora è ricoverata. Contusione grave alla testa, trauma psicologico profondo. Le conseguenze fisiche, dice il direttore domenicano della sua scuola, potevano essere ancora peggiori. È una frase che si sente spesso dopo queste aggressioni, e ogni volta suona come una forma involontaria di assuefazione: poteva andare peggio. Sì. E la prossima volta potrebbe andare davvero peggio, se continuiamo a misurare la gravità degli eventi solo in termini di quanto si è fermato un millimetro prima della catastrofe.
Perché il punto non è questo episodio. Il punto è la serie. Nei primi tre mesi del 2026, il Religious Freedom Data Center — un ente creato da cittadini israeliani di confessione ebraica, non da un’organizzazione ostile allo Stato d’Israele — ha registrato almeno trentuno casi di aggressività o violenza contro cristiani in Terra Santa. Il 2025 aveva già segnato un’impennata del sessantatré per cento rispetto all’anno precedente. La tipologia più frequente è lo sputo — oltre la metà dei casi — seguito da insulti, minacce, atti contro simboli religiosi, violenza fisica, profanazione di luoghi sacri. È una geografia dell’odio quotidiano, capillare, che si è installata nei vicoli di una delle città più sacre del mondo con la normalità silenziosa di ciò che nessuno vuole vedere davvero.
Va detto con chiarezza, perché la chiarezza in questa regione del mondo è una virtù rara e necessaria: chi sputa, insulta e aggredisce i cristiani a Gerusalemme non rappresenta l’ebraismo. Non rappresenta Israele. Non rappresenta nemmeno la maggioranza di coloro che indossano quegli stessi abiti. Lo ha detto l’Università Ebraica di Gerusalemme, condannando. Lo ha detto il Ministero degli Esteri israeliano, promettendo indagini. Lo ha detto monsignor Shomali, vicario del Patriarcato Latino, indicando nel responsabile il frutto di «un piccolo gruppo ideologico pieno d’odio». La distinzione conta, e va difesa. Ma va difesa anche dall’altra parte: riconoscere che si tratta di un’estremità non può diventare un alibi per non chiedersi come quell’estremità sia cresciuta, si sia moltiplicata del sessantatré per cento in un anno, e abbia trovato lo spazio e l’impunità per operare nel cuore di una città sotto sovranità statale.
Gerusalemme non è una città qualunque. È la città dove tre fedi monoteiste reclamano simultaneamente la propria radice più profonda. La sua gestione è, da secoli, un equilibrio straordinariamente fragile che si chiama statu quo: un sistema di accordi, consuetudini e silenzi diplomatici che regola chi può pregare dove, quando e come. Quello statu quo regge perché tutti i soggetti — le autorità religiose, le potenze straniere, lo Stato israeliano — lo rispettano almeno formalmente. Quando un’estremità comincia a violarlo sistematicamente, e lo Stato non risponde con la forza sufficiente a disincentivare, lo statu quo si erode. E quando si erode, è difficile sapere cosa venga dopo.
Il padre francescano Ibrahim Faltas, dalla Custodia di Terra Santa, ha detto che l’arresto «può essere un deterrente». È una speranza misurata, quella di un uomo abituato a vivere in mezzo a fuochi che non si spengono mai del tutto. Ha ragione nel non esagerare: un arresto è necessario, ma non basta. I deterrenti funzionano quando sono sistematici, quando sono rapidi, quando sono visibili. Trentuno episodi in tre mesi suggeriscono che il deterrente, finora, non ha funzionato abbastanza.
La Francia ha chiesto una punizione esemplare. L’Italia, attraverso Tajani, ha chiesto garanzie sulla libertà religiosa. La Spagna ha domandato rispetto dello statu quo. Sono reazioni corrette, necessarie, tardive. Tardive non nel senso che arrivano dopo questo episodio — arrivano il giorno dopo, il che è tempestivo per la diplomazia. Tardive nel senso che il trend era documentato da mesi e le cancellerie occidentali lo avevano trattato con la stessa attenzione riservata alle notizie di seconda pagina.
C’è un’ipocrisia strutturale nel modo in cui l’Occidente legge la violenza religiosa in Terra Santa. Siamo pronti a indignarci quando è commessa contro gli ebrei — e giustamente, perché l’antisemitismo è una piaga che la storia europea conosce a proprie spese. Siamo pronti a indignarci quando è commessa contro i musulmani — e giustamente, perché l’islamofobia produce violenza concreta in molte nostre città. Ma quando è commessa contro i cristiani da estremisti ebrei in Israele, la reazione è più cauta, più lenta, più prudente. Come se il timore di essere fraintesi — di apparire antisemiti per il solo fatto di nominare gli aggressori — producesse un silenzio che finisce per proteggere non gli ebrei, ma i fanatici.
Nominare gli aggressori non è antisemitismo. È il contrario: è rifiutarsi di accettare che gli estremisti parlino in nome di un popolo intero. È la stessa distinzione che facciamo quando condanniamo il jihadismo senza condannare l’islam, quando critichiamo il suprematismo bianco senza condannare i bianchi. La coerenza non è un lusso intellettuale: è la precondizione di qualunque discorso sulla convivenza che voglia essere preso sul serio.
Una suora di quarantotto anni cammina verso il Cenacolo nel tardo pomeriggio di un giorno qualunque. Studia le pietre antiche di quella città da anni. Sa leggere quelle strade come si leggono i testi sacri: strato su strato, lingua su lingua, ferita su ferita. Non meritava di diventare un’altra ferita. E la città che l’ha lasciata cadere su quel selciato senza che nessuno, nei mesi e nei trentuno episodi precedenti, avesse trovato la forza di cambiare davvero qualcosa — quella città deve rispondere. Non solo con un arresto. Con una scelta.
