“Eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?”. È un interrogativo netto e provocatorio quello lanciato dal cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, nel messaggio per la Festa del Lavoro 2026, celebrata nella memoria liturgica di San Giuseppe Artigiano.
Nel testo, diffuso dall’Arcidiocesi, Repole esprime “turbamento” per un paradosso che attraversa il territorio piemontese: “le guerre seminano morte nel mondo eppure qui a Torino, a Susa e in Piemonte rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione”.
Da qui una serie di domande dirette: “Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro, purché sia lavoro?”. Quesiti che il cardinale rivolge “prima di tutto a se stesso”, richiamando il tema della corresponsabilità: “la città siamo noi, tutti insieme”.
Pur riconoscendo il peso della crisi industriale e delle “sacche di disoccupazione da risolvere”, Repole sottolinea che “nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro”, ma invita a interrogarsi “se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi”.
Nel messaggio, il cardinale critica anche il linguaggio: “Si preferisce parlare di industria della Difesa, ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono usate in altre parti del mondo per uccidere e devastare”.
Forte il richiamo etico: “Non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere pace e lavoro. Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?”.
Repole cita poi le parole di Leone XIV: “Non basta parlare di pace, occorre la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte”, sottolineando come la guerra sia “anche un grande business economico”.
Infine l’appello a un confronto collettivo: “Fermiamoci e ragioniamo tutti insieme – istituzioni, cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie – domandiamoci quali persone vogliamo essere”. E rilancia la domanda simbolo del messaggio: “Eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?”.
Con chi se la prende il cardinale Repole
Quando si parla di industrie delle armi a Torino, è importante chiarire che non si tratta tanto di fabbriche tradizionali di armi come si potrebbe immaginare, ma soprattutto di un sistema industriale avanzato legato al settore della difesa e dell’aerospazio. Torino e il Piemonte rappresentano infatti uno dei poli più importanti in Italia in questo ambito, con centinaia di imprese coinvolte e migliaia di lavoratori. Grandi aziende come Leonardo S.p.A. e Thales Alenia Space operano sul territorio, producendo tecnologie sofisticate che possono avere sia applicazioni civili sia militari. Accanto a queste realtà esiste una vasta rete di piccole e medie imprese che collaborano nella produzione di componenti e sistemi, formando una vera e propria filiera industriale.
Questa presenza industriale rende il settore della difesa una risorsa economica significativa per il territorio, perché garantisce occupazione, innovazione tecnologica e investimenti. Tuttavia, allo stesso tempo, apre una questione etica molto rilevante. Infatti, queste industrie sono legate, direttamente o indirettamente, alla produzione di strumenti che possono essere utilizzati nei conflitti armati.
Proprio su questo punto è intervenuto l’arcivescovo di Torino, Roberto Repole, che ha invitato a riflettere sul rapporto tra economia e guerra. Il cardinale si è chiesto se sia giusto che una parte dello sviluppo economico di un territorio dipenda da attività connesse alla produzione bellica. La sua non è una critica semplice o superficiale, ma una riflessione più profonda sul modello di società che si vuole costruire. Da un lato, infatti, queste industrie garantiscono lavoro e progresso tecnologico; dall’altro, però, sono inserite in un sistema globale in cui i conflitti armati continuano a esistere e a generare sofferenza.
Questa situazione evidenzia una contraddizione tipica delle società contemporanee: da una parte si promuovono valori come la pace, la cooperazione e i diritti umani; dall’altra si sostiene, anche economicamente, un sistema che produce strumenti di guerra. Dal punto di vista sociologico, questo tema permette di comprendere come economia e politica siano strettamente collegate e come le dinamiche globali influenzino anche i contesti locali.
Il problema non riguarda solo Torino, ma si inserisce in un quadro più ampio di globalizzazione, in cui le industrie della difesa operano su scala internazionale. In questo contesto, diventa fondamentale interrogarsi sul significato di sviluppo e sul tipo di futuro che si vuole costruire. La riflessione proposta dal cardinale Repole invita quindi a non considerare l’economia come qualcosa di neutro, ma come un ambito che implica sempre scelte morali e responsabilità.
In conclusione, il caso di Torino rappresenta un esempio concreto di come la crescita economica possa entrare in tensione con i valori etici. Comprendere questa complessità è essenziale, soprattutto in un percorso di studi come la sociologia, perché permette di sviluppare uno sguardo critico sulla realtà e di riflettere sul rapporto tra sviluppo, pace e responsabilità collettiva.
