Al vertice dei Paesi progressisti, Spagna, Messico e Brasile uniti per aiutare Cuba
C’è qualcosa di antico, quasi cavalleresco, nel gesto dei tre governi riuniti a Barcellona. Spagna, Messico, Brasile: un triangolo di bandiere attorno a un’isola che affoga lentamente, non nell’acqua — il mare intorno a Cuba è sempre stato caldo e generoso — ma nel buio. Tre mesi senza corrente, senza luce, senza il ronzio domestico dei frigoriferi che tengono in vita le illusioni quotidiane.
La dichiarazione congiunta è un documento prudente, come si addice ai diplomatici: non nomina gli Stati Uniti, non sfida apertamente il “signore della guerra” — così lo chiama Lula, con quella franchezza del vecchio sindacalista che non ha mai imparato a tacere del tutto. Eppure il significato è chiaro a chiunque sappia leggere tra le righe della politica internazionale: c’è un’America Latina — o almeno una sua parte — che non intende stare a guardare.
Cosa vale, però, una dichiarazione? È lecito chiederselo senza cinismo. Le parole dei potenti rimbalzano spesso contro la durezza dei fatti senza lasciarvi traccia. Cuba aspetta aiuti concreti, non consolazioni retoriche. E tuttavia il gesto ha il suo peso specifico: in un momento in cui il multilateralismo sembra sgretolarsi sotto i colpi di una diplomazia muscolare e unilaterale, tre paesi scelgono di parlare insieme, con una sola voce, su carta intestata condivisa.
Sheinbaum ha chiesto a tutti i presenti al vertice barcellonese di unirsi. Non tutti lo hanno fatto. Questa, forse, è la notizia nella notizia: la mappa silenziosa di chi ha alzato la mano e di chi ha guardato dall’altra parte.
Lula ha detto che bisogna smettere con “questo maledetto blocco”. È una frase rozza, quasi impresentabile nei saloni della diplomazia. Ma ha il pregio della chiarezza, quella chiarezza che i comunicati ufficiali sacrificano sull’altare dell’equilibrio. Un popolo al buio non ha bisogno di equilibrio: ha bisogno di corrente.
L’isola aspetta. I cavalieri sono ripartiti per i loro regni.
