Ci sono fotografie che tornano a galla quando il sangue è fresco. Dopo la morte di Ali Khamenei, negli Stati Uniti hanno ricominciato a circolare scatti d’archivio di Papa Francesco che riceve emissari iraniani: il sottotesto è sempre lo stesso, brutale e sbrigativo — “eccolo, il Vaticano che fa sponda al nemico”. Ma la polemica dice più dell’America che del Vaticano: rivela l’insofferenza contemporanea verso una diplomazia che non recide, che non “cancella”, che non vive di scomuniche geopolitiche. E soprattutto rivela una cosa elementare che molti ignorano: tra Santa Sede e Iran i rapporti diplomatici sono formalmente in piedi dal 1954 e non si sono mai interrotti nemmeno dopo la rivoluzione del 1979.  

Settant’anni di continuità, dunque, in mezzo a tutto: Shah, Khomeini, la crisi degli ostaggi, guerre regionali, sanzioni, nucleare, e ora un conflitto che sconfina e incendia l’immaginario religioso. Il principio è quello classico della diplomazia pontificia: “parlare con tutti”, soprattutto quando gli altri smettono. Non è un’adesione; è una scelta di presenza. Perché rompere è facile e, a volte, moralmente necessario; ma spesso significa soltanto consegnare le persone — cristiani locali, prigionieri, famiglie, rifugiati, minoranze — al deserto dei canali chiusi.

Il problema è che oggi quel “filo” è più fragile di quanto sembri. Intanto, sul piano formale, perfino l’ordinario meccanismo diplomatico mostra una crepa: il nunzio apostolico in Iran, mons. Andrzej Józwowicz, è stato riassegnato allo Sri Lanka il 31 gennaio 2026, lasciando la sede vacante.  Non è una rottura, ma è un vuoto: e nei vuoti, in tempo di guerra, si infilano facilmente propaganda e sospetto.

Poi c’è la sostanza politica. La morte di Khamenei ha prodotto un assetto provvisorio a Teheran: tra i nomi emersi nelle ricostruzioni internazionali c’è l’ayatollah Alireza Arafi, indicato come membro di un organismo ad interim in una fase di transizione.  E qui le fotografie “incriminate” diventano miccia: perché Arafi è lo stesso religioso ricevuto in Vaticano nel maggio 2022, in un incontro che all’epoca rientrava nel perimetro del dialogo istituzionale e interreligioso.  

Il punto, però, non è difendere o attaccare quelle udienze. Il punto è capire che cosa significa oggi “tenere aperto”. Perché il dialogo non è un sacramento automatico: può diventare strumento degli uni e degli altri. Lo sanno bene in Vaticano, dove da anni si coltivano tavoli interreligiosi con l’Iran — anche ufficiali, come i colloqui tra il Dicastero per il Dialogo Interreligioso e un centro iraniano dedicato al dialogo.  Ma lo sa anche chi vive la frontiera concreta: quando una delegazione arriva senza preparazione, quando cerca la foto più che il contenuto, il dialogo rischia di diventare palcoscenico.

E qui si misura il limite strutturale della diplomazia pontificia: la Santa Sede è forte nel linguaggio morale, debolissima nella coercizione. Non impone sanzioni, non dispone di portaerei. Ha solo un capitale: credibilità, parola, presenza. È molto, se non lo si svende. È poco, se lo si lascia strumentalizzare.

C’è poi un nodo ecclesiale che l’articolo francese tocca con crudezza: la condizione della minuscola comunità cattolica locale. Negli ultimi anni Roma ha voluto dare un segnale di “presenza” anche elevando al cardinalato Dominique Joseph Mathieu, arcivescovo latino di Teheran-Ispahan, creato cardinale nel 2024.  Ma ogni segnale ha un costo: in certi contesti, più la Chiesa “si vede” a livello simbolico, più può diventare bersaglio di controllo, sospetto, restrizioni. La diplomazia serve anche a questo: evitare che i cattolici diventino pedine punite per foto scattate a Roma.

E allora la domanda vera — cattolica, prima ancora che politica — è questa: come si parla con Teheran senza legittimare la repressione? Come si tiene aperto un canale senza trasformarlo in un alibi per il regime (“vedete? non siamo isolati”) o in un’arma contro il Papa (“vedete? è complice”)? È qui che la diplomazia del “filo” deve diventare più esigente con se stessa: meno fotografia, più contenuto; meno ritualità, più condizioni; meno ambiguità, più chiarezza evangelica sui diritti umani, sulla dignità della persona, sulla tutela delle minoranze.

Perché una cosa è certa: in tempo di guerra, il sacro viene arruolato. E se la religione diventa carburante bellico, la Santa Sede ha il dovere di fare l’opposto: disinnescare. Tenere un filo non significa benedire una parte; significa provare a impedire che l’ultima parola sia la vendetta. È una posizione scomoda: sarà sempre attaccata dagli uni e dagli altri. Ma è l’unica coerente con un Vangelo che non consegna Dio alle trincee.

Il rischio, oggi, non è che il Vaticano “parli con il nemico”. Il rischio è più sottile: che il mondo, ubriaco di polarizzazione, non sappia più distinguere tra dialogo e complicità, tra presenza e propaganda. E che proprio per questo il filo con Teheran — che dura dal 1954 — venga giudicato non per ciò che può salvare, ma per ciò che può far rumore sui social