Il biglietto di Epstein, la verità che non arriverà e l’industria del dubbio
C’è una frase scritta a mano su un foglio a righe, custodita per anni in un tribunale di White Plains, New York, ritrovata dentro un romanzo grafico in una cella del Metropolitan Correctional Center di Manhattan nell’estate del 2019. La frase dice: «È un privilegio poter scegliere il proprio momento per dire addio». Il foglio porta in calce, secondo chi lo ha visto, altre parole — «NO FUN», «Watcha want me to do — Bust out cryin!!» — che compaiono anche in altri scritti attribuiti a Jeffrey Epstein.
Un giudice federale ha dissequestrato il documento il mese scorso. Il New York Times lo ha ottenuto e pubblicato. Milioni di persone lo hanno visto. E la domanda che rimbalza da allora nelle redazioni, sui social, nei forum cospirazionisti e nei corridoi del Congresso americano è sempre la stessa: lo ha scritto davvero lui?
È la domanda giusta. Ed è, allo stesso tempo, la domanda sbagliata.
L’autenticazione che non c’è
Partiamo da ciò che sappiamo. Nicholas Tartaglione — ex poliziotto, condannato a quattro ergastoli per quadruplice omicidio, compagno di cella di Epstein nel luglio 2019, tre settimane prima della sua morte — ha raccontato di aver trovato il biglietto nascosto dentro un romanzo grafico dopo che Epstein era stato trovato in stato di incoscienza. Ha passato il foglio al suo avvocato, John Wieder, che lo ha messo in cassaforte e poi consegnato a un giudice su ordine del tribunale, dove è rimasto sigillato per anni.
L’autenticazione del documento è stata fatta dagli avvocati della difesa di Tartaglione confrontandolo con l’altro biglietto attribuito a Epstein — quello trovato nella sua cella al momento della morte, il 10 agosto 2019, che riportava la stessa frase “NO FUN”. Nessuna perizia grafologica forense. Nessuna analisi dell’inchiostro o della carta. Un confronto visivo da parte di legali che avevano interesse a credere che il documento fosse autentico, perché attestava che il loro assistito aveva trovato un biglietto di suicidio e non aveva fatto nulla di illecito.
Il New York Times ha commissionato una revisione informale da parte di alcuni esperti grafologici, che hanno «notato similitudini». La grafologia è una scienza dibattuta — il suo valore probatorio è contestato in molti sistemi giuridici, incluso quello americano. «Notare similitudini» non equivale a certificare l’autenticità.
In sintesi: il biglietto non è stato autenticato. Non esiste, ad oggi, una perizia forense indipendente che attesti con certezza che fu scritto da Epstein. Potrebbe esserlo. Non lo sappiamo.
Perché questa incertezza è il punto
Se vivessimo in un mondo normale — dove la morte di un detenuto in custodia federale attivasse automaticamente procedure investigative rigorose, trasparenti e credibili — l’autenticità di un biglietto trovato settimane prima del decesso sarebbe una questione risolvibile. Perizia sull’inchiostro, datazione della carta, confronto grafologico professionale, catena di custodia documentata.
Nulla di questo è avvenuto. Il Dipartimento di giustizia ha detto ai giornalisti del Times di non aver mai visto il documento. Un biglietto trovato nella cella di uno dei detenuti più famosi e politicamente imbarazzanti del sistema carcerario federale americano è rimasto per anni in un armadio di un tribunale di provincia, senza che nessuno lo esaminasse.
Questo non è un dettaglio. È il cuore del problema.
Jeffrey Epstein è morto il 10 agosto 2019 nel Metropolitan Correctional Center di Manhattan, struttura federale gestita dal Bureau of Prisons. Il medico legale della città di New York ha concluso che la causa della morte era «impiccagione», con la classificazione «indeterminata» quanto alla natura — suicidio o omicidio. Le telecamere di sorveglianza nella sua ala non funzionavano. Le guardie che avrebbero dovuto controllarlo ogni trenta minuti non lo avevano fatto per ore. Entrambe le guardie in servizio quella notte avevano falsificato i registri di sorveglianza. Erano state rimosse dai turni ma non immediatamente arrestate. Il suo compagno di cella era stato trasferito altrove poche ore prima della morte.
Il Congresso degli Stati Uniti ha chiesto per anni la desecretazione dei documenti relativi al caso Epstein. Una parte è stata rilasciata. Il quadro che emerge è quello di un uomo che aveva potenzialmente rapporti compromettenti con decine tra le persone più potenti del pianeta — politici, finanzieri, capi di Stato, accademici, intrattenitori — e che è morto in una struttura federale in circostanze che non sono mai state chiarite in modo soddisfacente.
In questo contesto, la domanda «ha scritto davvero lui il biglietto?» diventa secondaria rispetto a una domanda più grande: perché non lo sappiamo con certezza? Perché un documento di quella potenziale rilevanza è rimasto in una cassaforte senza essere esaminato? Chi ha deciso che non valesse la pena analizzarlo?
L’industria del dubbio
Epstein è diventato, dopo la sua morte, l’epicentro di una delle più grandi industrie del dubbio della storia contemporanea. L’industria del dubbio funziona così: prende fatti reali e contestati, li inserisce in una cornice narrativa che promette di spiegare tutto, e vende quella cornice come verità alternativa a chi ha buone ragioni per non fidarsi delle istituzioni.
Le buone ragioni esistono. Il sistema carcerario federale americano ha effettivamente fallito nella gestione di Epstein — a qualunque conclusione si voglia arrivare sulla causa della sua morte. I documenti pubblicati mostrano effettivamente connessioni tra Epstein e persone molto potenti. Il silenzio istituzionale è stato effettivamente opprimente.
Ma l’industria del dubbio non si limita a registrare questi fatti. Li usa come leva per costruire un sistema dove qualsiasi spiegazione ufficiale è automaticamente falsa, dove qualsiasi nuova evidenza — compreso un biglietto di addio che sembra autentico — diventa un elemento del complotto piuttosto che una risposta parziale alle domande aperte. In questo sistema, la verità è sempre altrove, sempre nascosta, sempre più grande di quanto si possa documentare. E questa postura, paradossalmente, protegge i potenti meglio di qualsiasi insabbiamento: se tutto è cospirazione, niente è perseguibile.
Il biglietto — autentico o no — è diventato subito materiale per entrambe le narrative. Per chi vuole credere al suicidio: eccola, la prova che ci stava pensando da settimane. Per chi non ci crede: il biglietto è stato piazzato lì, è troppo conveniente, la catena di custodia è compromessa. Nessuna delle due interpretazioni richiede ulteriori indagini. Entrambe chiudono il caso prima ancora di aprirlo.
Quello che la frase dice davvero
«È un privilegio poter scegliere il proprio momento per dire addio.»
Mettendo da parte per un momento la questione dell’autenticità: se Epstein ha scritto quella frase, è perché sapeva che stava per morire. La domanda è: lo sapeva perché aveva deciso lui, o perché qualcun altro aveva deciso per lui?
Non è una domanda retorica. Non è nemmeno, necessariamente, una domanda con risposta cospirazionista. È semplicemente la domanda che un’indagine seria avrebbe dovuto porre e a cui non ha dato risposta.
Epstein aveva 66 anni. Era appena tornato in cella dopo un tentativo di suicidio — o un tentativo di aggressione da parte del compagno di cella, versioni divergenti — poche settimane prima. Era in attesa di processo per traffico sessuale di minori. Aveva potenzialmente informazioni che avrebbero potuto distruggere la reputazione e la libertà di persone molto potenti in molti paesi. Il suo avvocato aveva dichiarato pubblicamente che Epstein temeva per la propria vita.
Queste sono le coordinate entro cui va letta la frase sul foglio a righe, se autentica. Non come un enigma grafologico. Come il residuo di una vicenda che lo Stato americano non ha voluto — o non ha saputo — chiarire.
La verità che non arriverà
Il Times ha fatto bene a petizionare il giudice per il rilascio del documento. Ha fatto bene a pubblicarlo. Ha fatto bene a raccontare i limiti della propria capacità di autenticarlo. È giornalismo onesto in una storia che di onestà ne ha vista poca.
Ma sarebbe ingenuo pensare che il biglietto — autentico o no — chiuda qualcosa. La morte di Epstein è diventata una di quelle vicende che le democrazie contemporanee producono quando le istituzioni falliscono abbastanza vistosamente da non poter essere difese, ma non abbastanza da essere riformate: un buco nero narrativo che attira ogni tipo di proiezione, che alimenta sfiducia generalizzata, che nessuno ha interesse a illuminare completamente perché la luce completa colpirebbe tutti.
Il Congresso chiede documenti. Il Bureau of Prisons li rilascia lentamente, parzialmente. I giudici dissigillano biglietti. I giornalisti confrontano calligrafie. Gli esperti notano similitudini.
E nel carcere di White Plains, in una cassaforte, forse ci sono altre carte che nessuno ha ancora cercato.
«NO FUN», aveva scritto Epstein — o qualcuno che scriveva come lui. Su questo, almeno, non ci sono dubbi.
