In Libano, dopo il crocifisso spaccato, un altro soldato dell’IDF offende i simboli cristiani
Dopo il crocifisso infranto a colpi di mazza nel sud del Libano, ora la fotografia di un soldato israeliano che infila una sigaretta nella bocca di una statua della Vergine Maria segna un altro passaggio simbolico inquietante. Non è soltanto vandalismo: è analfabetismo spirituale in uniforme. Ma guai a indignarsi per le statue e tacere sui corpi vivi: a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, i “poveri cristi” della storia continuano a pagare un prezzo che molti governi fingono di non vedere.
C’è un punto oltre il quale la guerra non distrugge soltanto case, ponti, strade, ospedali, villaggi. Distrugge l’alfabeto elementare della convivenza. Non parlo ancora della teologia, della pietà, della fede. Parlo di qualcosa di più basso e più universale: l’educazione. Quel minimo di rispetto per ciò che l’altro considera sacro, senza il quale nessuna società multireligiosa può restare davvero democratica.
L’immagine del soldato israeliano che pone una sigaretta nella bocca di una statua della Madonna, nel villaggio libanese di Debel, arriva dopo un altro episodio già gravissimo: quello del crocifisso, o della statua di Cristo, colpita e distrutta da un militare israeliano con un arnese da demolizione. In entrambi i casi, secondo le ricostruzioni disponibili, l’esercito israeliano ha confermato l’autenticità degli episodi, ha condannato gli atti e ha annunciato misure disciplinari; nel caso della statua di Cristo, due soldati sarebbero stati puniti con trenta giorni di detenzione militare e rimossi dal servizio combattente.
Ma la questione non si chiude con la punizione disciplinare. Anzi, comincia lì. Perché quando un soldato non si limita a occupare un territorio, ma sente il bisogno di umiliare il simbolo religioso di una comunità, siamo davanti a qualcosa di più profondo della bravata. Siamo davanti a un deficit culturale. A una povertà educativa. A una incapacità, forse appresa, forse tollerata, forse respirata nell’aria lunga del conflitto, di abitare un mondo in cui esistono anche gli altri: cristiani, musulmani, ebrei, drusi, laici, credenti, non credenti.
Il Libano, con tutte le sue ferite e contraddizioni, è proprio questo: un mosaico religioso fragile, spesso tragico, ma reale. Entrare in un villaggio cristiano e profanare un crocifisso o una statua mariana non è solo offendere i cristiani. È dichiarare di non capire la grammatica stessa del Levante. È non sapere che in Medio Oriente le pietre parlano, le icone custodiscono genealogie, le edicole votive sono archivi popolari, i crocifissi nelle case e nei cortili sono una forma di resistenza mite alla dissoluzione. Chi le colpisce non colpisce soltanto un oggetto: colpisce una memoria.
Naturalmente, bisogna stare attenti alle parole. Non si può e non si deve trasformare l’atto di alcuni soldati in una condanna collettiva di un popolo, né tantomeno degli ebrei o dell’ebraismo. Sarebbe ingiusto, oltre che moralmente indecente. Proprio la storia ebraica, segnata da persecuzioni, profanazioni e stermini, dovrebbe rendere ancora più intollerabile ogni disprezzo del sacro altrui. E proprio per questo il problema diventa più bruciante: come è possibile che uomini in divisa, appartenenti a un esercito che si presenta come quello di una democrazia, mostrino una tale rozzezza religiosa, una tale povertà simbolica, una tale incapacità di capire il valore del limite?
Qui si oltrepassa una zona rossa. Non perché una statua valga più di una vita, ma perché il disprezzo per la statua spesso rivela il disprezzo per la vita di chi in quella statua si riconosce. La guerra contemporanea non è fatta soltanto di droni e missili. È fatta anche di fotografie, di umiliazioni, di messaggi impliciti: “possiamo entrare nelle vostre case, possiamo spezzare i vostri simboli, possiamo ridere di ciò che amate”. La sigaretta alla Madonna è un gesto stupido, ma non innocente. La stupidità, quando ha un fucile sulle spalle, diventa una forma di potere.
Ed è qui che l’elzeviro deve farsi più scomodo. Perché l’indignazione selettiva è una malattia dell’Occidente. Alcuni governi, alcune cancellerie, alcune opinioni pubbliche fanno chiasso quando viene colpita una statua cristiana — e fanno bene, benissimo, perché il sacrilegio va condannato senza ambiguità — ma restano prudenti, diplomatici, quasi afoni davanti ai morti palestinesi a Gaza, alle aggressioni dei coloni in Cisgiordania, alle distruzioni in Libano, ai civili schiacciati da una guerra diventata ormai un paesaggio permanente. Secondo OCHA, tra il 21 e il 27 aprile 2026 le forze israeliane e i coloni hanno ucciso quattro palestinesi, inclusi due bambini, e dall’inizio del 2026 sono stati documentati oltre 700 attacchi di coloni contro palestinesi in più di 200 comunità.
Non si può piangere il Cristo di gesso e ignorare i cristi di carne. Non si può chiedere rispetto per il crocifisso e poi archiviare come “danno collaterale” il bambino sotto le macerie, la madre in fila per il pane, il vecchio cacciato dalla sua terra, il villaggio libanese bombardato, la famiglia palestinese senza più casa. La fede cristiana, se è ancora cristiana, non permette questo doppio registro. Il Crocifisso non è un amuleto identitario da difendere quando conviene; è il segno di Dio inchiodato nella carne dei vinti.
Per questo l’episodio della Madonna con la sigaretta è grave, ma diventa ancora più grave se lo isoliamo dal resto. È grave come offesa religiosa. È grave come indice di una cultura militare che, almeno in alcune sue manifestazioni, sembra incapace di educare al rispetto del sacro altrui. È grave perché mostra quanto l’occupazione, il disprezzo e l’impunità possano deformare lo sguardo di giovani uomini forse cresciuti dentro una pedagogia della paura, dell’assedio, del nemico permanente. Ma sarebbe ipocrita gridare solo per Maria di pietra e tacere davanti alle Marie vive che piangono figli morti a Gaza, a Jenin, a Khan Younis, a Rafah, nei villaggi del sud del Libano.
Anche il Libano paga. Negli ultimi giorni fonti internazionali hanno riferito di nuovi raid israeliani nel sud e nell’est del Paese, con morti e feriti nonostante il cessate il fuoco; il 6 maggio 2026 è stato colpito anche un edificio nei sobborghi meridionali di Beirut, in un attacco che ha ulteriormente indebolito una tregua già fragile. La distruzione dei simboli cristiani, dunque, avviene dentro un paesaggio più vasto di distruzione materiale, politica e morale. Le statue non cadono in un vuoto: cadono in mezzo alle case colpite, alle famiglie sfollate, alle comunità spaventate.
La democrazia, se vuole essere tale, non si misura solo alle urne o nei comunicati ufficiali. Si misura anche nella disciplina morale dei suoi soldati. Un esercito democratico non dovrebbe essere soltanto più efficiente dei suoi nemici; dovrebbe essere più educato, più controllato, più consapevole, più capace di fermarsi davanti a una chiesa, una moschea, una sinagoga, un cimitero, una scuola, una casa. La forza senza cultura diventa brutalità. La sicurezza senza umanità diventa idolatria. La difesa senza limite diventa profanazione.
E allora sì: bisogna stigmatizzare con fermezza questi soldati. Non con odio, ma con lucidità. Chi spacca un crocifisso e chi mette una sigaretta alla Madonna non dimostra coraggio. Dimostra miseria interiore. Non afferma la superiorità di un popolo. Rivela l’abbassamento di una coscienza. Non combatte il terrorismo. Umilia una comunità civile. E quando una guerra consente, produce o anche solo tollera questo tipo di gesti, allora quella guerra sta già corrompendo chi la combatte.
Ma nello stesso respiro bisogna dire ai governi occidentali, anche a quelli che amano esibire radici cristiane a giorni alterni: non usate le statue per lavarvi la coscienza. Non trasformate la Madonna oltraggiata in un diversivo morale. Non fate della difesa dei simboli cristiani un paravento per non parlare dei civili palestinesi, delle violenze in Cisgiordania, della devastazione libanese, della fame, delle macerie, degli sfollati, dei morti senza telecamere. La statua della Vergine merita rispetto perché rimanda alla Madre di Cristo. Ma la Madre di Cristo, nel Vangelo, sta sotto la croce del Figlio vivo e morente, non in un museo delle indignazioni selettive.
Il punto è tutto qui: non c’è concorrenza tra il crocifisso spezzato e i poveri cristi della terra. C’è continuità. Chi difende davvero il Crocifisso deve difendere i crocifissi della storia. Chi si scandalizza per la sigaretta alla Madonna deve scandalizzarsi per ogni madre umiliata dalla guerra. Chi chiede rispetto per i simboli cristiani deve chiedere rispetto per i corpi, le case, le chiese, le moschee, gli ospedali, i campi profughi, i bambini.
Altrimenti resta soltanto una religione ornamentale: molto sensibile al marmo, molto distratta davanti alla carne. E questa, per il cristianesimo, sarebbe la profanazione più grande.
