Erano le diciannove e venti di un giovedì di maggio quando dalla loggia centrale di San Pietro si affacciò un uomo che non tutti ancora sapevano come chiamare. La mozzetta rossa, la stola, il volto di chi porta addosso il peso di una sorpresa. Poi la prima parola, una sola: Pace. Pronunciata due, tre volte, come se ripeterla fosse il solo modo per convincersi di averla davvero nel cuore. «Una pace disarmata e disarmante, umile e perseverante» — quattro aggettivi che in dodici mesi non si sono logorati, che hanno retto all’usura della cronaca e alla tentazione dell’oblio.
Robert Francis Prevost — Leone XIV, il duecentosessantasettesimo successore di Pietro, primo americano sul soglio, primo agostiniano, uomo che il Perù ha formato più dell’Illinois — aveva scelto quel nome come un manifesto. Non per nostalgia, ma per programma. Leone XIII era stato il papa della Rerum novarum, colui che aveva trovato le parole per nominare la questione sociale nell’età delle fabbriche. Questo Leone ha davanti a sé l’intelligenza artificiale, la corsa al riarmo, i migranti abbandonati nel Mediterraneo, le guerre che i notiziari trasmettono come serie televisive finché non stancano. Il richiamo non è all’antichità, è alla responsabilità.
Il mattino dopo l’elezione, ancora nella Cappella Sistina, disse ai cardinali che lo circondavano: «Scomparire perché resti Cristo». Frase che suona come un paradosso e invece è una precisa teologia del servizio. Un pontefice che governa abbassando la voce, in un’epoca che misura l’autorità dalla visibilità conquistata — è questa, forse, la cifra più singolare di questo primo anno.
I viaggi hanno disegnato una geografia dell’attenzione che dice più di qualunque documento. Il primo, a novembre, in Turchia e in Libano: due paesi feriti, due civiltà che si guardano con diffidenza e che la Chiesa ha scelto come prima tappa di un pontificato. A Iznik — l’antica Nicea, dove nel 325 fu scritto il Credo, quella professione di fede che milioni di fedeli recitano ancora ogni domenica senza sapere bene da dove venga — il Papa ha pregato tra le pietre. A Beirut si è fermato in silenzio sul porto, davanti all’assenza di chi è morto nell’esplosione del 2020, assenza che la città porta come una cicatrice nel petto. Ha incontrato i giovani libanesi e li ha invitati a non lasciarsi rubare il coraggio: parole che sanno di missione e di esperienza, non di diplomazia.
In aprile l’Africa: Algeria, Camerun, Angola, Guinea Equatoriale. Dieci giorni di un continente che l’Occidente guarda da lontano e che Leone ha voluto toccare da vicino. A Bamenda — cuore della crisi anglofona camerunense, dove da anni i morti si contano e il mondo distoglie lo sguardo — ha celebrato Messa e ha detto senza reticenze quello che pensava: distribuzione iniqua delle ricchezze, corruzione endemica, logiche neocoloniali. Ha visitato una prigione a Bata. Ha sostato ad Annaba, dove un tempo si chiamava Ippona e dove Agostino aveva scritto di un cuore che non trova pace finché non riposa in Dio. Il cerchio agostiniano si chiude su se stesso: il papa dell’Ordine di Sant’Agostino prega sulle rovine della città del suo patrono.
Nel mezzo, Zelensky ricevuto tre volte — due a Castel Gandolfo, residenza estiva che il pontificato ha restituito alla sua funzione dopo anni di abbandono. Herzog. Abbas. La guerra come dossier permanente sul tavolo, la mediazione come vocazione. Più di quattrocento appelli alla pace nel corso dell’anno: una litania che qualcuno ha trovato ripetitiva e che altri hanno riconosciuto come la forma stessa della speranza — insistere quando tutto sembra perduto.
Con Trump lo scontro è stato inevitabile. Il presidente americano lo ha definito «debole» con quel vocabolario dell’uomo forte che confonde la mitezza con la resa. La risposta è arrivata sul volo per Algeri, ferma e senza polemica: «Non ho paura dell’amministrazione Trump» e continuerò «a parlare ad alta voce contro la guerra». Poi ha rimesso la cintura di sicurezza e ha continuato il viaggio.
Le udienze del mercoledì hanno seguìto due cicli. Prima la vita di Gesù attraverso le parabole, nel quadro del Giubileo; poi, dal gennaio 2026, il Concilio Vaticano II attraverso i suoi documenti — la Dei Verbum, la Lumen gentium, la gerarchia della Chiesa come servizio. Un catechismo lento, quasi didattico, che punta a riformare partendo dalla comprensione piuttosto che dall’ingiunzione. La lettera apostolica In unitate fidei, scritta per il viaggio in Turchia; la Disegnare nuove mappe di speranza, dedicata all’educazione nel sessantesimo della Gravissimum educationis. Riforme della finanza vaticana con motu proprio che ridimensiona lo IOR. Il Giubileo chiuso con la Porta Santa il 6 gennaio — toccò a lui, primo papa dal Settecento eletto durante un Anno Santo, portare a termine ciò che il predecessore aveva aperto.
Qualcuno, con giudizio forse severo ma non del tutto ingiusto, lo ha chiamato papa della normalizzazione — necessaria, ha aggiunto, dopo anni di sovraesposizione. Qualcun altro ha visto in quella stessa normalità una forma di governo per processi, silenziosa e continua, che preferisce il risultato al gesto. Ha ricevuto la prima donna arcivescova di Canterbury senza fanfare. Ha convocato i presidenti delle Conferenze episcopali per l’ottobre 2026, primo segnale istituzionale di sinodalità praticata.
Un anno è poco per capire un pontificato. È abbastanza, forse, per capire uno stile. Leone XIV non separa l’altare dalla piazza, la liturgia dalla denuncia, la preghiera dalla diplomazia — e lo fa senza che nessuno dei due piani soffochi l’altro. In un tempo che premia chi alza la voce, ha scelto di governare abbassandola. La domanda che il secondo anno porterà con sé è se questa forma di autorità — che si misura sulla propria trasparenza, non sul proprio clamore — riesca a tenere davanti alle fratture che si avvicinano, alla questione tedesca, alle consacrazioni tradizionaliste annunciate per luglio, ai conflitti che non si spengono.
La pace che ha invocato quella sera di maggio è ancora lontana. Lui non smette di nominarla.
