Il Papa a Luanda ricorda che sperare non è un sentimento privato

C’è un momento, nei discorsi ufficiali, in cui la parola cerimoniale cede il passo a qualcosa di più urgente e più vero. Accade quando chi parla smette di commemorare e comincia a testimoniare. È accaduto ieri nel Palazzo Presidenziale di Luanda, dove il Santo Padre ha rivolto la parola alle autorità angolane, al corpo diplomatico, alla società civile del Paese. Le formule di rito c’erano, come sempre. Ma c’era anche, tra quelle righe, qualcosa che le eccedeva.

Il Papa ha parlato di gioia. Non di sviluppo, non di cooperazione, non di governance — le parole consumate dal transito diplomatico. Di gioia. E lo ha fatto con una precisione filosofica che dovrebbe sorprendere chi è abituato a ridurre il termine a ornamento retorico. La gioia, ha detto, non è un sentimento privato. È una forza «intensiva ed espansiva», che «contrasta ogni rassegnazione». È, in sostanza, un atto politico.

Si tratta di un’affermazione che merita di essere presa sul serio, specialmente in Africa, e specialmente oggi. Il continente è da troppo tempo il palcoscenico di una narrazione duplice e simmetrica: da un lato la tragedia — guerre, siccità, epidemie, corruzione; dall’altro la retorica del potenziale inespresso, delle «risorse» da valorizzare, del «mercato emergente» da conquistare. In entrambi i casi, chi abita quei luoghi è ridotto a comparsa: o vittima da assistere, o consumatore da raggiungere. Il Papa ha detto qualcosa di radicalmente diverso: che l’Africa è «una riserva di gioia e di speranza» per il mondo intero. Non una riserva di materie prime. Non una frontiera economica. Una riserva di forza morale.

Il discorso non ha eluso la durezza della storia. L’estrattivismo — quella «logica» che trasforma la terra e le persone in merce — è stato chiamato con il suo nome, con una franchezza insolita per i contesti diplomatici. Quanta sofferenza, quante morti, quante catastrofi sociali e ambientali porta con sé questa logica, ha detto il Pontefice, senza edulcorare né aggirare. Ha richiamato Paolo VI, che già sessant’anni fa denunciava il carattere «senile e anacronistico» di una civiltà edonistica che si spacciava per portatrice di futuro. Le parole di allora risuonano con una precisione inquietante nel presente angolano — e non solo angolano.

Ma il nocciolo del discorso non era nella denuncia, pur necessaria. Era nella proposta. Il Papa ha fatto qualcosa di filosoficamente audace: ha sottratto la gioia alla sfera dell’intimità per restituirla alla politica. Nella tristezza, ha osservato, siamo «in balia delle nostre paure», ci rifugiamo nel fanatismo, nella sottomissione, nel «mito identitario». La tristezza — o meglio, la disperazione sistematicamente prodotta — è uno strumento di dominio. «Il modo migliore per dominare è seminare la mancanza di speranza», citava il suo predecessore Francesco, al quale ha reso omaggio con affetto filiale. Chi vuole il potere assoluto non ha bisogno di eserciti: gli basta rendere passivi i sudditi, spegnerne l’immaginazione, fargli credere che non ci siano alternative.

La gioia, allora, è resistenza. Non l’allegria superficiale che si esibisce e si vende, ma quella che «conosce anche il dolore, l’indignazione, le delusioni e le sconfitte», e tuttavia «resiste e rinasce». È la gioia che permette di guardare il conflitto senza fuggirlo né esserne sopraffatti: accettarlo, sopportarlo, trasformarlo — come scrisse Francesco — «in un anello di collegamento di un nuovo processo». Una dialettica, potremmo dire, che non si risolve nella sintesi ma nell’apertura.

Alle autorità angolane il Papa ha chiesto cose precise: non aver paura del dissenso, non spegnere «le visioni dei giovani e i sogni degli anziani», anteporre il bene comune a quello di parte. Sono richieste che suonerebbero banali se non fossero pronunciate in un Paese che ha conosciuto decenni di guerra civile e che ancora oggi fatica a tradurre la pace formale in equità sostanziale. Non erano convenevoli. Erano — nell’unico senso non deteriore del termine — una profezia.

C’è infine un’immagine che vale la pena custodire, fra tutte quelle disseminate nel discorso. La pietra scartata dai costruttori che diventa pietra d’angolo. Il Papa la applica a Cristo, naturalmente, ma l’eco politica è difficile da non sentire: coloro che il mondo ha scartato sono quelli su cui si costruisce il futuro. Non è consolazione per i vinti. È un’ipotesi di lavoro per chi vuole costruire qualcosa che duri.

Si usciva dal Palazzo Presidenziale di Luanda con la sensazione — rara, in questi tempi — di aver ascoltato qualcuno che parlava di speranza senza mentire.