L’assassino di Chiara Poggi colpì con crudeltà la vittima. Argomenti sul rifiuto di un approccio sessuale
C’è un principio che il diritto romano conosceva e che la modernità giuridica ha faticosamente recuperato, non senza resistenze: melius est nocentem absolvi quam innocentem damnari. Meglio assolvere un colpevole che condannare un innocente. Ulpiano lo scrisse nel Digesto. Lo ripeté Voltaire. Lo ripete oggi, con parole misurate e speranza trattenuta, l’avvocato De Rensis parlando di Alberto Stasi — un uomo che ha consumato anni di vita in carcere mentre, secondo la Procura di Pavia, il vero assassino di sua fidanzata frequentava i salotti televisivi, partecipava alle commemorazioni, e parlava da solo in automobile di cose che non avrebbe dovuto sapere.
Se questa storia è vera — e la giustizia stabilirà se e quanto lo è — allora quello che è successo a Garlasco non è solo un delitto. È due delitti. Il primo è la morte di Chiara Poggi. Il secondo è la vita rubata ad Alberto Stasi. E il secondo, a differenza del primo, sarebbe stato commesso dallo Stato.
La svolta è arrivata. Quattrocentoquaranta giorni dopo l’apertura del fascicolo 642/25, la Procura di Pavia ha chiuso le indagini su Andrea Sempio con un’accusa che non lascia margini interpretativi: omicidio volontario, aggravato dalla crudeltà e dai motivi abietti. Dodici colpi alla testa di una ragazza di ventisei anni. Motivazione: il rifiuto di un approccio sessuale.
Una frase così asciutta e così devastante che vale la pena fermarsi su ciascuna parola. Rifiuto. Approccio. Sessuale. Tre parole che descrivono la meccanica più antica e più oscura della violenza maschile: il desiderio che si trasforma in pretesa, la pretesa che incontra il no, il no che viene punito con la morte.
Ma questa storia ha una sua peculiarità che la rende, se possibile, ancora più angosciante. Non si tratta di uno sconosciuto, di un predatore casuale che si è insinuato nell’esistenza di Chiara Poggi da fuori. Si tratta di Andrea Sempio — diciannove anni all’epoca, amico del fratello fin dalle scuole medie, parte di quella comitiva di un piccolo paese della Bassa Lombarda che si frequentava, che si conosceva, che condivideva pomeriggi e vacanze e la banalità felice dell’adolescenza di provincia.
Garlasco. Un nome che prima del 2007 non diceva nulla a nessuno, e che ora è diventato un luogo della memoria collettiva italiana nel modo peggiore possibile — non per un’opera d’arte, non per un avvenimento storico, ma per un omicidio. Un paese di quindicimila anime trascinato per diciotto anni sotto i riflettori di una cronaca insaziabile, i suoi abitanti fotografi involontari di se stessi, le sue strade percorse mentalmente da milioni di persone che non ci hanno mai messo piede.
Dentro quella comitiva di ragazzi — la normalissima, invisibile comitiva di un paese normalissimo — stava covando qualcosa che nessuno aveva visto, o che qualcuno aveva visto e non aveva capito, o che qualcuno aveva capito e non aveva saputo come nominare.
Gli atti parlano di un video. Un filmato intimo tra Chiara Poggi e Alberto Stasi, che Sempio avrebbe visto — “dal suo cellulare”, dice la microspia nell’automobile — e che avrebbe conservato. “Ce l’ho dentro la penna”, dice la voce registrata, con quella cadenza bassa e obliqua di chi parla tra sé di cose segrete.
Qui bisogna avere il coraggio di dire una cosa scomoda, perché sarebbe disonesto non dirla.
Viviamo in un’epoca in cui la pornografia è diventata la prima educazione sessuale di una generazione intera. Non come eccezione, non come deviazione — come norma. I ragazzi di oggi, e quelli di ieri, imparano il desiderio non dall’incontro con un’altra persona ma dallo schermo: da immagini di corpi trattati come oggetti, da narrazioni in cui il consenso è un optional e la violenza è spesso la trama principale. La ricerca accademica su questo è ormai copiosa e convergente: l’esposizione precoce e massiva alla pornografia altera la percezione del desiderio, normalizza la pretesa, rende difficile distinguere tra fantasia e realtà, tra un’immagine e una persona.
Ovidio, che di amore e seduzione sapeva tutto, aveva scritto l’Ars Amatoria — un manuale di conquista basato comunque su un gioco reciproco, su una danza tra due soggetti. Certo, Ovidio era figlio del suo tempo e quel tempo aveva i suoi orrori. Ma almeno il desiderio antico ammetteva l’altro come presenza, come resistenza, come persona da persuadere. La pornografia contemporanea ha eliminato anche questa ambiguità: l’altro è una superficie.
Non sto dicendo che Sempio sia stato “fatto” dalla pornografia. La responsabilità penale è personale e insopprimibile. Sto dicendo che il contesto culturale in cui un diciannovenne impara a desiderare non è neutro, e che la storia di una ragazza uccisa perché ha detto no merita che ci poniamo questa domanda con serietà, senza ridurla a un refrain moralista né liquidarla come irrilevante.
E poi c’è la doppia vita. Gli alibi. Lo scontrino di Vigevano che i carabinieri e i pm oggi ritengono falso. La storia costruita nel pomeriggio del 13 agosto, mentre il corpo di Chiara era ancora sulla scala. L’amicizia con Marco Poggi continuata per diciotto anni. Le commemorazioni. Le trasmissioni televisive. Il fatto — straziante, inimmaginabile — che secondo la ricostruzione degli inquirenti chi aveva ucciso Chiara fosse presente, visibile, parte del cerchio del dolore dei Poggi per quasi due decenni.
Come si vive così? È la domanda che non ha risposta soddisfacente, perché le risposte soddisfacenti esistono solo nelle storie semplici, e questa non lo è. La psicologia forense parla di compartimentazione — la capacità di separare ermeticamente settori dell’esperienza psichica, di abitare una normalità di superficie mentre in profondità esiste qualcosa di completamente diverso. Non è raro. È anzi più comune di quanto si voglia credere. È questo che rende certi casi così perturbanti: non il mostro riconoscibile, ma l’ordinario che nasconde l’abisso.
E nel mezzo di tutto questo c’è Marco Poggi, che non riesce a finire la frase.
“Non so cosa rispondere perché se do una risposta poi questo scrive… omissis… non riesco neanche a finire la frase.”
Non riesco a condannare quest’uomo. Non riesco nemmeno a giudicarlo. Perdere una sorella è già insopportabile. Scoprire che chi l’ha uccisa era il tuo amico più caro è un secondo lutto che non ha nome. E poi — se così fosse — capire che per diciotto anni hai difeso, inconsapevolmente o no, quella stessa persona: è un labirinto interiore dal quale non esiste uscita indolore.
Ma c’è un’ultima cosa che sento il dovere di dire, e la dico come si dice ciò che si pensa sia necessario anche quando è scomodo.
Chiara Poggi. Il suo nome viene pronunciato ogni giorno in migliaia di trasmissioni, articoli, podcast, forum, elzeviri come questo. Il suo volto — giovane, sorridente, ignaro di tutto — circola da diciotto anni come un’icona della cronaca nera italiana. La sua morte è diventata un prodotto culturale, un franchise dell’informazione, una storia che si “segue” come si segue una serie.
Questo è uno scempio. Non nel senso legale, non nel senso penalmente rilevante — nel senso umano, spirituale, civile. Una ragazza di ventisei anni, che aveva acceso l’allarme quella mattina per far uscire i gatti, che aveva una vita davanti, che aveva detto no a qualcuno che non aveva accettato il no: questa persona merita di essere ricordata come persona, non come caso. Merita che il suo nome chiuda ogni discussione con un atto di rispetto, non lo apra come un titolo di programma.
La giustizia, se arriverà, non le restituirà la vita. Non la restituirà nemmeno a Stasi. Non restituirà a Marco Poggi sua sorella né diciotto anni di amicizia non inquinata.
Quello che può fare — quello che deve fare — è almeno dire la verità. Tutta intera. Una volta per tutte.
Il resto è silenzio. E il silenzio, almeno quello, sarebbe un dono.
