La suggestiva storia dell’immagine della Madonna del Santo Rosario e del Santuario di Pompei
Bisogna cominciare dal carro. Perché tutto comincia da lì — da un mezzo di trasporto improbabile, da una tela arrotolata e consunta, da un pomeriggio di novembre del 1875 in cui un uomo a cavallo accompagnava lungo la strada polverosa di Valle di Pompei un quadro che non aveva nulla, all’apparenza, per cambiare la storia.
Il quadro raffigurava la Madonna del Rosario in trono con il Bambino Gesù, San Domenico a destra e Santa Caterina da Siena a sinistra — i due santi domenicani che la tradizione associa all’origine e alla diffusione di questa preghiera. Era stato dipinto a Napoli, nel convento di Portamedina, da un pittore di nome Vincenzo Petagna su commissione dei Domenicani. Non era un capolavoro. Era un’opera devozionale di qualità mediocre, rovinata dal tempo, che padre Alberto Radente OP stava portando alla piccola comunità di Valle di Pompei su richiesta di Bartolo Longo, il giovane avvocato pugliese convertito che stava cercando di riaccendere la fede in quella terra dimenticata.
Il carro, secondo la tradizione, era quello di un contadino che trasportava letame. I devoti ci vedono un segno — il sacro che arriva per vie umili, che non chiede cortei trionfali. Gli storici rigorosi precisano che forse era semplicemente il mezzo disponibile quel giorno. Entrambe le letture sono vere. Il sacro arriva sempre per la via disponibile.
Bartolo Longo prese il quadro tra le mani il 13 novembre 1875 e lo appese nella piccola chiesa sconsacrata che stava cercando di rimettere in piedi. Non sapeva — non poteva sapere — che stava appendendo il centro di un santuario che avrebbe accolto, nei decenni e nei secoli successivi, milioni di pellegrini da ogni parte del mondo.
La storia del quadro è anche la storia di una trasformazione continua. L’immagine originale, col tempo, si deteriorò fino a rendersi quasi irrecuperabile. Venne restaurata, integrata, in alcuni tratti sostanzialmente ridipinta — un processo che ha generato discussioni tra gli storici dell’arte e i teologi della venerazione delle immagini sacre. Quando si parla di “autenticità” di un’immagine sacra, si pone sempre il problema della nave di Teseo: se una tavola viene restaurata pezzo per pezzo, a quale punto cessa di essere la stessa tavola? La risposta della devozione popolare è semplice e in fondo saggia: l’immagine non è la tavola. È il volto. E il volto è rimasto.
Il quadro fu incoronato solennemente il 2 maggio 1887 dal cardinale Sanfelice di Napoli — un gesto che nella tradizione mariana cattolica significa il riconoscimento ufficiale di una presenza spirituale significativa in quel luogo, la conferma che quanto il popolo aveva intuito con il cuore trovava riscontro nel giudizio della Chiesa. Fu incoronato di nuovo nel 1979 da Giovanni Paolo II, durante la sua prima visita a Pompei — un Papa che alla Madonna aveva affidato la propria vita e il proprio pontificato e che nel Rosario di Pompei riconosceva una delle espressioni più vive di quella devozione che per lui non era pietà accessoria ma spina dorsale della vita cristiana.
I miracoli. Bisogna parlarne, senza le due forme di disonestà che questo argomento porta con sé: la credulità acritica che accetta tutto e la razionalità difensiva che non accetta nulla.
Il più documentato, quello che ha contribuito più di ogni altro a far conoscere il Santuario di Pompei nel mondo, è la guarigione di Fortuna Agrelli. Era il 1884. Fortuna aveva sedici anni, viveva a Napoli, era paralizzata e tormentata da mali che i medici dell’epoca non riuscivano a diagnosticare né a curare. La famiglia era al limite della disperazione. Qualcuno consigliò la novena del Rosario di Pompei — quindici giorni di preghiera continua, la corona recitata ogni giorno con la Supplica di Bartolo Longo. Al tredicesimo giorno, Fortuna si alzò dal letto.
La documentazione medica dell’epoca esiste. I controlli ecclesiastici che portarono al riconoscimento del miracolo seguirono i criteri canonici consueti: esclusione di spiegazioni naturali, improvvisità, completezza, permanenza della guarigione. Il caso fu istruito con serietà. Ma ciò che colpisce, rileggendola oggi, non è tanto la guarigione fisica quanto la testimonianza di Fortuna sulle visioni che accompagnarono la novena: la Madonna apparsa con il Bambino, circondati da santi, che le promettevano la guarigione ma chiedevano in cambio la testimonianza. “Chiunque mi chiederà per tre volte la novena delle quindici domeniche, sarà esaudito.”
Questa struttura — la grazia chiesta, la grazia ricevuta, la testimonianza come restituzione dovuta — è il DNA della devozione popolare mariana. Non il do ut des del contratto commerciale, ma qualcosa di più sottile: la gratitudine che diventa annuncio, la guarigione che diventa storia da raccontare, il miracolo che si moltiplica attraverso la bocca di chi l’ha ricevuto.
Gli ex voto che tappezzano le pareti del Santuario — argento, fotografie, stampelle abbandonate, lettere scritte a mano in ogni lingua — sono il grande archivio non ufficiale di questa moltiplicazione. Ogni oggetto appeso è una storia. Ogni storia ha un nome, una data, un prima e un dopo. La somma di tutte queste storie costituisce qualcosa che sfida la catalogazione ma non sfida la realtà: qualcosa accade, a Pompei, da centocinquant’anni.

La Supplica che Bartolo Longo scrisse nel 1883 è il testo che tiene insieme tutto. È una preghiera lunga, ridondante, a tratti quasi eccessiva nella sua insistenza — “o gran Madre di Dio, Vergine del Rosario di Pompei, soccorrete i peccatori, perdonate i vostri nemici, aiutate i disperati” — ma è proprio questa ridondanza a rivelare la sua natura profonda. Non è un testo letterario che cerca l’eleganza. È un grido che cerca la risposta.
Bartolo Longo la compose in una notte di ottobre, dopo una giornata difficile, in uno stato d’animo che lui stesso descrive come prossimo alla disperazione. La pubblicò sul giornale Il Rosario e la Nuova Pompei che aveva fondato. La risposta fu immediata e travolgente: lettere da tutto il mondo, testimonianze di grazie ricevute, richieste di copie. La Supplica si diffuse prima in Italia, poi in America Latina, poi ovunque ci fossero comunità cattoliche — portata dai missionari, dai migranti, dalle suore. Oggi viene recitata l’8 maggio e la prima domenica di ottobre simultaneamente in ogni continente.
C’è qualcosa di straordinario nella geografia di questa preghiera. Una notte di disperazione di un avvocato pugliese convertito, in una canonica di un paese povero della Campania, ha generato un testo che milioni di persone recitano ogni anno in lingue che Bartolo Longo non avrebbe mai immaginato. Il Vangelo funziona così. La grazia funziona così. Parte da un punto minuscolo e non si sa dove arriva.
I pontefici e Pompei hanno una storia lunga e significativa. Leone XIII — il Papa del Rosario per eccellenza, quello che ha dedicato al Rosario diciassette encicliche e che ha fatto dell’ottobre il mese rosariano — non visitò mai Pompei di persona ma la sostenne con lettere, benedizioni, donazioni. La sua devozione al Rosario e quella di Bartolo Longo si incontrarono a distanza in un legame spirituale che ha segnato la storia del Santuario.
Giovanni Paolo II vi andò due volte — nel 1979 e nel 2003 — e nel 1979 volle fare qualcosa di simbolicamente potente: recitare lui stesso la Supplica, in piazza, con i pellegrini. Un Papa che prega la preghiera del popolo, non che la benedice dall’alto. È un gesto che dice più di molti documenti.
Benedetto XVI vi si recò nel 2008. E ieri Leone XIV — nel giorno del suo primo anniversario di pontificato, con il Medio Oriente in fiamme e lo Stretto di Hormuz bloccato e il mondo che cerca pace senza trovarla — ha scelto di iniziare da qui. Di tornare alle radici. Di stare in piazza a recitare le stesse parole che Bartolo Longo scrisse in una notte di ottobre del 1883.
Il quadro arrivò su un carro, consumato e quasi irrecuperabile. Centocinquant’anni dopo è ancora lì. Le guerre sono cambiate, i papi sono cambiati, il mondo è cambiato. La gente continua a venire — vecchi e giovani, malati e sani, credenti e dubbiosi, gente del Sud e pellegrini dal Giappone e dal Brasile e dalla Polonia — e a inginocchiarsi davanti a quella Madonna in trono con il Bambino e i due santi domenicani.
Viene da chiedersi cosa cerchino. La risposta, credo, è sempre la stessa da centocinquant’anni: qualcuno che li ascolti senza giudicarli. Qualcuno che tenga la loro storia tra le mani con cura. Qualcuno che, come Bartolo Longo scrisse nella Supplica, “non abbandoni i suoi figli nell’ora del bisogno”.
La Madonna di Pompei non ha mai detto di no. O almeno — e questo è il cuore della fede, non la sua evasione — nessuno che sia venuto qui cercando davvero qualcosa è ripartito con le mani completamente vuote.

