Leone XIV a Pompei per il primo anniversario dall’elezione al soglio pontificio
“Esattamente un anno fa, quando mi è stato affidato il ministero di Successore di Pietro, era proprio la giornata della Supplica alla Vergine del Santo Rosario di Pompei. Dovevo dunque venire qui, a porre il mio servizio sotto la protezione della Vergine Santa”. (Leone XIV)
Ogni anno, l’8 maggio e la prima domenica di ottobre, accade qualcosa che i sociologi della religione faticano a spiegare con gli strumenti consueti e che i teologi spiegano troppo facilmente con quelli propri. Milioni di persone — a Pompei, nelle chiese sparse nel mondo, nelle case, nei corridoi degli ospedali, nelle carceri, nelle barche dei pescatori — si fermano e recitano la stessa preghiera. Le stesse parole, nello stesso momento, in lingue diverse. La Supplica alla Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei.
Oggi quelle parole le ha pronunciate Leone XIV in piazza, davanti alla facciata bianca e oro del Santuario, sotto un cielo di maggio che sul Vesuvio ha il colore dell’acqua profonda. Era il giorno del suo primo anniversario di pontificato. Era anche, non per caso, il giorno della Supplica di primavera. E il Papa ha scelto di passare questo compleanno non a Roma, non in una celebrazione istituzionale, ma qui — tra i malati, i poveri, i figli dei carcerati, i ragazzi delle Case Famiglia, i volontari, i pellegrini. Tra la gente che prega con le mani giunte e gli occhi chiusi e crede davvero che qualcuno stia ascoltando.
La Supplica è un testo straordinario. Bartolo Longo la scrisse nel 1883, e da allora è rimasta sostanzialmente immutata — una di quelle preghiere che resistono perché toccano qualcosa di così fondamentale nell’esperienza umana da non aver bisogno di essere aggiornate. È lunga, ridondante, quasi barocca nella sua insistenza. Ripete i titoli della Madonna come un’enumerazione d’amore — Regina, Madre, Avvocata, Speranza — con quella logica della sovrabbondanza che non si accontenta di nominare una volta ciò che ama, ma torna e ritorna, come le onde sul bordo di una riva.
Il suo tono è quello della supplica nel senso più letterale e più antico: non la preghiera composta e ragionata del teologo, non la meditazione silenziosa del mistico, ma il grido del povero che bussa a una porta e non si vergogna di bussare con forza. “Volgete a noi uno sguardo di misericordia.” “Madre nostra, soccorreteci.” C’è in queste formule qualcosa che appartiene all’umanità prima del Cristianesimo — il bambino che chiama la madre nel buio, il naufrago che chiede terra, l’uomo ferito che cerca chi lo fasci. La devozione mariana popolare ha captato, attraverso i secoli, questo bisogno primordiale e lo ha orientato verso un volto preciso: quello della donna del Vangelo che stava ai piedi della croce senza fuggire.
Il Mezzogiorno d’Italia ha con Maria un rapporto che il Nord fatica a capire e che gli stranieri guardano con un misto di ammirazione e sconcerto. Non è superstizione — o almeno non è solo superstizione, come qualsiasi fenomeno umano complesso non è mai solo una cosa. È una relazione. Una relazione viscerale, familiare, a tratti quasi contrattuale nel senso nobile del termine: io ti chiedo, tu mi ascolti, io sono grato, tu sei onorata. Una reciprocità che non esclude la trascendenza ma la rende vicina, la incarna in qualcosa di palpabile — un’immagine, un santuario, una processione, una candela accesa di notte in una cappelletta di vicolo.
Napoli è la capitale di questa religiosità. Ma Pompei ne è, in un certo senso, il santuario teologico: il luogo dove la devozione popolare ha trovato una forma, una storia, un fondatore, e attraverso lui una traduzione immediata in opere di carità. Qui la pietà del popolo non è rimasta emozione privata — è diventata mensa per i poveri, scuola per gli orfani, casa per chi non aveva casa. Questo è il miracolo di Bartolo Longo: aver capito che Maria non si onora solo con i fiori sull’altare ma con il pane sulla tavola dei poveri. Che il Rosario non è un amuleto ma un metodo — un modo di imparare a vedere il mondo con gli occhi di una madre.
Leone XIV stamattina ha pregato davanti alle spoglie di Bartolo Longo. Un Papa che si ferma in silenzio davanti alle ossa di un laico convertito, di un ex spiritista diventato terziario domenicano, di un uomo che costruì un santuario e insieme una città — scuole, ospizi, tipografie, giornali, tribunali per i minorenni — dice qualcosa di preciso sulla Chiesa che questo Papa vuole essere. Non una Chiesa trionfante che benedice dall’alto, ma una Chiesa che impara dai santi, anche da quelli che arrivano tardi alla fede e costruiscono qualcosa di grande proprio perché sanno cosa significa essere stati lontani.
La canonizzazione di ottobre ha avuto questo sapore: non la glorificazione di un’eccellenza irraggiungibile, ma il riconoscimento di una via percorribile. Bartolo Longo non era un mistico con le stimmate. Era un avvocato che aveva perso la fede, l’aveva ritrovata, ed era arrivato in un posto desolato chiedendosi cosa potesse fare. La risposta che si era dato — pregare e costruire, contemplare e agire, il Rosario e le scuole — è ancora lì, a dimostrare che funziona.
Le grazie di Pompei. Bisogna dire qualcosa anche di questo, senza ironia e senza ingenuità.
I registri del Santuario custodiscono migliaia di ex voto, di testimonianze, di lettere scritte da ogni parte del mondo da persone che raccontano qualcosa di inatteso accaduto nella loro vita dopo aver pregato qui o aver recitato la Supplica. Guarigioni, conversioni, ritrovamenti, salvezze dall’ultimo momento. Il razionalismo ha buone ragioni per chiedere controlli, verifiche, un uso critico della categoria di miracolo. Fa bene a farlo. Ma il razionalismo non esaurisce la realtà, e chi ha frequentato i santuari sa che c’è qualcosa che le verifiche non toccano: la trasformazione interiore di chi è venuto disperato ed è ripartito con qualcosa di diverso nel petto. Che si chiami grazia, o guarigione psicologica, o semplice effetto dell’essere stati accolti senza giudizio — il fatto accade. E accade con una frequenza che merita rispetto.
La pietà popolare del Sud conserva questa apertura al miracolo come patrimonio culturale e spirituale di primaria importanza. In un’epoca dominata dall’efficientismo, dalla prestazione, dall’idea che solo ciò che si produce conta, la devozione mariana porta un messaggio sovversivo: che si può ricevere senza meritare, che esiste la gratuità, che il dono non è una categoria residuale ma la struttura profonda della realtà. Chi ha imparato questa cosa — anche solo nella forma popolare di una candela accesa davanti a un’immagine — ha imparato qualcosa che nessuna scuola insegna.
“O Regina del Santo Rosario di Pompei, intercedi per la pace nel mondo”: questa è la preghiera che Leone XIV ha scritto sul biglietto-ricordo della sua visita. Una firma, Leo PP XIV, sotto una supplica. Il Papa che chiede, come ogni pellegrino.
C’è qualcosa di commovente in questo gesto, se lo si guarda senza il filtro del protocollo. Un uomo che ha sulle spalle il peso della Chiesa universale — le guerre, i conflitti, le tensioni diplomatiche, i cattolici perseguitati in mezzo mondo, il Medio Oriente in fiamme, lo Stretto di Hormuz bloccato — viene a Pompei e chiede alla Madonna di Bartolo Longo di intercedere per la pace. Non perché non sappia cos’è la geopolitica. Ma perché sa anche cos’è la preghiera. E sa che le due cose non si escludono — si completano, come due ali congiunte in un medesimo volo.
Il Meridione d’Italia lo sa da secoli. Prega così, con questa semplicità che non è ingenuità ma saggezza antica. Prega davanti alle immagini, prega nelle processioni notturne, prega con le mani che non sanno dove posarsi e gli occhi che non sanno dove guardare se non verso l’alto. E in questo alzarsi verso l’alto c’è, nascosta, tutta la dignità di chi non ha rinunciato a sperare.
Buon anniversario, Santo Padre. E grazie di essere venuto a pregare con noi.

